Hanno ucciso un uomo buono, ma determinato. Hanno ucciso uno di quegli uomini del Sud, dalla schiena dritta nei confronti del sistema dell’illegalità. Pollica, provincia di Salerno circa 2500 anime, situata in un paesaggio incantevole, e che forse ha ispirato uno dei più bei romanzi di tutti i tempi: “L’Uomo ed il Mare”. È qui, tra questa strade e viottoli, che s’inerpicano sino a 370 metri sul mare, che Angelo Vassallo, oltre che il sindaco, era un simbolo.
Cinquantasette anni passati tra la passione per il mare e quella per i valori della collettività. E nel rincasare con la sua auto, come tutte le sere, è stato freddato da nove colpi calibro nove. Un’esecuzione. L’ennesima ferita al corpo dello Stato.
Certo, bisogna approfondire le indagini. Ma questo omicidio deve scuotere le coscienze.
I notiziari hanno aperto su questa notizia, perché il tema della legalità, al Sud, come al Nord, diventa sempre più impellente. Una vera emergenza nazionale. E uccidere un uomo delle istituzioni è un pericolosissimo messaggio.
Il sostituto procuratore di Vallo della Lucania ha dichiarato: “hanno ucciso un simbolo della legalità”. E questo testimonia quanto Vassallo, oltre ad essere uomo delle istituzioni, era qualcosa di più. Era quella schiena che non si piega davanti al potere delle organizzazioni criminali. Nonostante il rischio continuo della propria vita.
Chissà se gli interessi che ci sono dietro questa esecuzione sono da attribuire a singole fattispecie a cui si opponeva Vassallo. Oppure la criminalità ha colpito “uno per educarne cento”. Certo è che il Sud, nonostante gli sforzi del governo per combattere i fenomeni criminali, dimostra di essere frantumato in tante piccole realtà, dove anche il sindaco di un piccolo paese può diventare un grande bersaglio.
Questo dimostra come la lotta dello Stato debba essere capillare, e che non basta controllare solo le aree di maggiore rischio o con maggiore infiltrazione criminale.
Il cammino, dunque, è più irto di quanto si possa immaginare. Ma non ci sono solo le pistole calibro nove da fermare, ma una sub-cultura che stagna in piccole aree della popolazione, poi facile bacino di reclutamento e di connivenza.
L’emergenza continua, e noi continuiamo a indignarci e a fare la nostra piccola parte. Affinché tanti cittadini onesti del Sud non vengano accomunati a tale sub-cultura, di cui sono totalmente estranei. Affinché giunga solidarietà, e non si sentano soli i tanti “Vassallo”, che combattono giornalmente a mani nude il malaffare organizzato. Affinché venga percepita la nostra solidarietà per i magistrati e le forze dell’ordine di frontiera, che con pochi mezzi combattono grandi interessi.
Non pensate che l’Italia sia indifferente o poco attenta a ciò che fate. Non demordete dal vostro impegno. Vi siamo tutti vicini. Sempre più vicini.
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“Nel Sud le politiche redistributive della ricchezza hanno agevolato lo sviluppo della criminalità. Oggi invece le politiche di libero mercato aiutano gli imprenditori meridionali a rendersi indipendenti dal controllo della criminalita’”. Lo ha detto Ivan Lo Bello, presidente di Confindustria Sicilia, intervenendo a Vedro’, il think tank ideato da Enrico Letta e Giulia Bongiorno.
“In Sicilia – ha proseguito Lo Bello – negli ultimi anni c’e’ stato un risveglio degli imprenditori che ha consentito un mercato meno condizionato dalla criminalita’, ma all’attivismo degli imprenditori e’ mancata una politica altrettanto coraggiosa che agisse sulla burocrazia incentivando gli investimenti”.
Le parole del leader degli industriali siciliani segnano una svolta e danno allo stesso tempo un segnale alla politica: è l’economia di mercato il vero nemico delle Mafie. Gli imprenditori lo sanno e non chiedono più assistenzialismi, ma regole. Chiare e certe. Infatti, l’economia di mercato si basa su poche norme che devono essere rispettate, non interpretate dal burocrate di turno. L’economia di mercato si basa sulla concorrenza, mentre le mafie devono agire in regime di monopolio, pena la loro estinzione. Si basa sulla certezza del diritto, mentre noi stiamo parlando di processi brevi e amnistie (s)mascherate. Contro burocrazia, intermediazione e interventismo pubblico in economia, finanziamenti a pioggia e contributi a fondo perduto deve scagliarsi una destra moderna. E da qui, contro lo statalismo, l’assistenzialismo, il clientelismo e tutti quegli antichi vizi del Sud Italia deve ripartire una nuova politica meridionalista. Seria, questa volta…
La bomba al Capo della Procura della Repubblica di Reggio Calabria, ha avuto un eco sinistro, riverberato in tutta la penisola.
È sembrata, di colpo, rimaterializzarsi la vecchia criminalità stragista, che aveva le oscure sembianze di Cosa Nostra siciliana.
Ora, ad essere contaminato da minacce esplosive ad alte cariche istituzionali, è un altro pezzo di territorio del Sud. Ed ad adoperarsi, è un’altra organizzazione che per anni è proliferata silente, e con metodi che oscillano tra il tribale ed il tecnologico.
Stiamo parlando della ndrangheta calabrese, che il governo degli Stati Uniti ha inserito tra i dieci nemici della nazione, insieme ad Al Quaeda.
Molti si sono spesi nell’osservare che alcuni metodi, desueti per tale sodalizio, sono stati attuati sotto l’attuale pressione delle forze dell’ordine. Ma permane l’analisi che tale bomba, guardando la storia di Cosa Nostra, non può che accentuare la lotta ed il controllo del territorio da parte dello Stato.
Allora, per quale motivo è stata fatta esplodere?
È difficile rispondere. Forse l’organizzazione vuole dare un segnale, all’esterno, e quindi alle mafie internazionali, della sua immutata potenza. Specialmente in un momento in cui i cartelli sud-americani della cocaina sono in guerra tra loro. E nel contempo, un segnale all’interno, per non far cadere il proprio potere intimidatorio verso coloro a cui viene estorto il pizzo.
Altrimenti quella bomba non ha senso. Sfidare lo Stato non può far altro che accelerare la distruzione dell’organizzazione stessa, considerata la sproporzione dei mezzi in campo. Perché ridimensionare le cosche è cosa fattibile, altro invece è estirpare la mentalità, problema squisitamente culturale, e realizzabile in decenni di lavoro.
Quindi, massima solidarietà al Procuratore Di Landro ed a tutta la Procura di Reggio Calabria, e massima fiducia nella risposta del Ministro dell’Interno. Ma anche una riflessione, destinata a tutti coloro che sul territorio vivono questo dramma. Lo Stato ha vinto tutte le sfide che sono state lanciate da un centinaio di criminali, con accoliti e connivenze, ma comunque una soldataglia che non ha la minima capacità operativa rispetto ai nostri reparti d’élite.
Si è solo elevato il livello dello scontro. Ma come ha insegnato la storia delle Brigate Rosse, e poi di Cosa Nostra, “provocare” in maniera eclatante lo Stato, accelera solo la fine dello sfidante. Anche se la lotta è dura.
Il Presidente Gianfranco Fini sarà a Bari il 22 ottobre prossimo. Ci auguriamo che, fino a quel momento, la tregua agostana riesca a riconsegnarci un Paese normale, in cui il confronto politico, all’interno e fuori dalla maggioranza di governo, si affranchi dalle volgarità e dagli attacchi a colpi di dossier e possa tornare ad essere la bussola orientativa per costruire un modello sociale, culturale ed economico innovativo, efficace e solidale. Un modello capace di azzerare le distanze tra Nord e Sud e di produrre sviluppo e occupazione. Insomma, l’Italia del futuro e un futuro per l’Italia.
Dunque, un nuovo orizzonte anche per la Puglia, che aspetta Fini con entusiasmo e rivolge a lui le aspettative di chi vuole uscire dallo stallo di un confronto politico asfittico e troppo spesso tentato dall’autoreferenzialità, di chi vuol ristabilire il contatto con la gente, con le esigenze di un territorio cos’ vasto e frammentato da dover richiedere di volta in volta risposte diverse e adeguate, di chi vuol rilanciare, insomma, l’azione del centrodestra e al tempo stesso superarne i confini, com’era nel pensiero di un maestro dell’armonia e della sintesi, qual era Pinuccio Tatarella.
La Puglia credeva in quel progetto, interrotto solo dalla scomparsa dell’ex ministro di An. Oggi crede che sia possibile rinvigorirlo, con un leader come Gianfranco Fini. Lo testimoniano i settanta circoli di Generazione Italia sorti in poche settimane sotto la spinta propulsiva di una esigenza non più differibile: ridare voce alle proposte per ridare una speranza, una prospettiva, una luce nel buco nero dell’ignoto.
Non vi è proprio niente di retorico in tutto questo. E’ ora che il centrodestra si riappropri del suo linguaggio diretto e torni a parlare alla gente. E se il progetto di Fini – rafforzato, noi crediamo, dalla nascita di “Futuro e libertà. Per l’Italia” – trova le sue ragioni profonde nel quadro politico nazionale, tanto più le trova nella nostra regione. Il richiamo alla legalità, al garantismo che non sia scambiato con l’impunità, all’attenzione per un federalismo solidale che non diventi un danno per le regioni del Mezzogiorno, ad una politica fiscale che dia una stretta agli evasori e allenti la corda sui più deboli, non può che trovare terreno fertile in una regione che ha conosciuto, negli ultimi anni, un indiscutibile degrado della politica, sia dal punto di vista giudiziario che etico.
Come pure il richiamo del presidente della Camera, cofondatore del Pdl, ad una maggiore democrazia nel partito nato dalla fusione tra An e Forza Italia e ad un confronto costruttivo per migliorarne strumenti, obiettivi e contenuti, nel rispetto del mandato ricevuto dagli elettori, non può che rappresentare, proprio in una regione tendenzialmente di destra, ma che ha perso per la seconda volta Regione e capoluogo, un punto di riflessione da cui ripartire per fornire risposte a chi, oggi, è disilluso a destra e deluso a sinistra.
La Puglia vive forse una delle sue stagioni peggiori. Mentre rischia da una parte di affogare nel mare magnum che riempie la voragine finanziaria apertasi nella sanità, regalando ai cittadini servizi sempre più scadenti, inefficienti e insufficienti, dall’altra è stretta tra l’isolamento in cui la sta cacciando un presidente impegnato più a guadagnarsi la leadership per il premierato che a governare la regione, e le contraddizioni interne ad una sinistra impegnata a sfogliare la margherita pro o contro Vendola. Fatto sta che la palude avanza. E il centrodestra non può farsi sorprendere impantanato. Abbiamo il dovere di dare una risposta, di dialogare con chiunque voglia misurarsi sul terreno del bene comune, e non degli interessi di pochi.
Questa è la Puglia che aspetta Gianfranco Fini. Una Puglia che vuol contribuire con forza a colmare il deficit di una azione riformatrice, a cominciare dal Sud e che pone all’ordine del giorno del confronto interno la questione della pluralità, necessaria come l’aria per far vivere una destra liberale, moderna e innovativa che vuole tornare a governare una regione strategica per l’intero Mezzogiorno e dalle grandi potenzialità di sviluppo.
On. Francesco Divella – presidente Generazione Italia Puglia, gruppo Futuro e Libertà
Giammarco Surico – coordinatore Generazione Italia province Bari e Bat
Strano paese l’Italia. C’è un Sud della penisola che verte in condizioni difficoltose dalla nascita della Repubblica. In cui vivono tanti cittadini onesti vittime di una criminalità organizzata, che mette le sue radici a ritroso nei secoli, ed in cui impera un malcostume che vede pezzi di politica, e a volte di istituzioni deviate, alleati in patti oscuri. Dall’altra parte c’è un Nord che corrisponde a quella zona del paese la quale in sessant’anni, ha usufruito maggiormente della costruzione di strutture e infrastrutture, a volte ciclopiche. E che, per alcuni decenni, ha utilizzato manodopera proveniente dal Sud, che si è prestata a fare tutti i lavori a bassissimo costo.
Ebbene, in tale contesto, ci si aspetterebbe la nascita di un movimento dei meno agiati, che rivendicasse un proprio riscatto territoriale. Invece succede il contrario, cioè che il movimento lo creano i più ricchi e privilegiati. Quelli con le autostrade più ramificate, con i mirabili trafori, con i porti e gli aeroporti più organizzati, con le strade agevoli per raggiungere ogni dove. Quell’Italia che, a qualunque occhio straniero, sembrerebbe costruita con una mano diversa, più sapiente e munifica.
Insomma, doveva nascere una Lega Sud, invece è nata una Lega Nord. Ecco perché all’estero noi italiani siamo considerati surreali.
E al Sud si continua a vivere nel clima che Ignazio Silone ebbe a descrivere mirabilmente in Fontamara. Parlo dei cittadini che si alzano la mattina e vanno a lavorare su strade che somigliano a mulattiere, inerpicandosi per i paesi degli Appennini.
Già, la dorsale appenninica, quella delle comunità che stanno morendo o sono morte per mancanze di risorse.
Bisogna conoscere gli Appennini, per avere un’idea fondata del Meridione d’Italia. Spingersi all’interno, nei paesi in cui sino alla fine degli anni ‘60 non si poteva acquistare la lavatrice, perché non c’era l’acqua corrente.
La Lega Sud, non esiste, perché per il Sud la durezza della vita e la mancanza di prospettive, è subita come dato genetico. E tutto questo in quanto la popolazione è stata governata da potenti dominazione straniere, quindi poco inclini a diritti e compromessi, se non a vessazioni continue. Indi, una popolazione abituata ad obbedire e a non lamentarsi.
Secoli di stratificazioni di costume, che sono difficili da eliminare.
Chi parla per interessi di parte, e chi non avverte il dramma, è a digiuno della cognizione storica, prima che della storia. Non ha una metodologia d’approccio e quindi estrapola dati senza cognizione di causa, prendendo quelli più favorevoli alle proprie idee.
Si parla di Sud, riferendosi a grandi aree metropolitane, oppure a zone in cui la criminalità ha creato un anti-stato, magari dei luoghi famosi per i sequestri, o dei posti dove la Cassa del Mezzogiorno ha cercato di creare sviluppo ed ha fallito. Ma non si parla, perché anonimi, di altri luoghi, di altre situazioni, di altri posti praticamente irraggiungibili.
La commissione Pica, agli albori dell’Unita’ d’Italia, fornì uno spaccato encomiabile del Sud. Gli indaganti si erano spinti nei posti più impensabili per descriverne la situazione, e per chi voleva intendere, c’era ampia materia.
È colpa dei cittadini del Mezzogiorno se non si è dati equamente delle strutture per permettere lo sviluppo?
Se proprio doveva nascere una Lega, questa sarebbe dovuta partire dal Sud, per ripianare le attenzioni destinate ad altra parte del paese. E invece è nata una Lega Nord.
E gli autori di questo dramma, sono tutti italiani.
Nell’ultima competizione elettorale per le politiche sono stata candidata e “nominata” nella lista del PDL calabrese, ho, quindi, aderito al relativo gruppo parlamentare, senza mai tesserarmi al nuovo Partito, non rilevando nello stesso un progetto politico che mi entusiasmasse.
In questi due anni di legislatura ho condiviso molta attività del Governo nazionale, dando atto dei numerosi provvedimenti legislativi che hanno portato ad aumentare il contrasto alla criminalità organizzata e ad attuare scelte economiche che hanno aiutato l’Italia, almeno fino ad oggi, a non cadere nella situazione di crisi che investe altri Paesi.
Non ho, però, condiviso scelte che mi sono apparse penalizzanti per il Mezzogiorno d’Italia, ed in particolare per la nostra Calabria, avendo visto prevalere spesso una politica decisamente assecondante le istanze e le volontà della Lega Nord.
Ho cercato di denunziare le problematiche della nostra Regione, dall’occupazione allo sviluppo, dalla sanità al turismo, dalla viabilità ai trasporti, dall’agricoltura all’ambiente, dagli organici della Magistratura a quelli delle Forze dell’Ordine, presentando atti ispettivi parlamentari, quasi tutti, ad oggi, privi di regolare risposta.
Ho inviato dossier su problemi che investono la Calabria direttamente al Presidente Berlusconi, senza mai ricevere un rigo di risposta che evidenziasse l’attenzione alla situazione segnalata.
Il Presidente del Consiglio dei Ministri, in campagna elettorale, aveva assicurato che in caso di vittoria del PDL avrebbe avviato l’iter per lo scioglimento del Consiglio regionale calabrese del tempo, perché costituito da numerosi componenti inquisiti: il PDL ha vinto, ma di quel Consiglio regionale non ne ha più parlato.
Durante l’ultima campagna elettorale per il rinnovo del Parlamento Europeo, il Presidente Berlusconi in video conferenza a Lamezia Terme ebbe a dire che occorreva celermente commissariare la sanità in Calabria e lo ha fatto soltanto oggi, con una nuova Giunta regionale, costretto, peraltro, a fare affiancare il Commissario dalla Guardia di Finanza.
E potrei continuare a lungo, senza, da ultimo, ricordare che mi farebbe piacere sapere il reale motivo del perché, pur essendo arrivato all’aeroporto di Roma, non ha poi preso il volo per venire ad inaugurare una delle gallerie sul tratto autostradale Gioia Tauro – Sant’Elia!
Tutto ciò premesso, credo di aver rispettato l’attuale Governo, e le volontà dei cittadini che hanno scelto questa maggioranza politica, pur se alcune volte ho assunto posizioni di voto contrarie, ritenendo che le scelte non favorissero la mia gente, il mio territorio o fossero comunque contrarie all’interesse della collettività.
Tutti sanno che, non solo in quest’ultima legislatura, ho posto a base della mia attività il rispetto della legalità, l’etica e la morale e che ho vincolato la personale libertà battendomi indiscriminatamente contro tutte le mafie, contro la corruzione ed il malaffare; non ho mai accettato alcun compromesso anche se tale comportamento ha impedito di guadagnarmi posti di Governo o altro.
Coerenza, quindi, nell’aver scelto di seguire il progetto di Gianfranco Fini, per continuare a lavorare per la lotta al crimine, per la coesione nazionale, per la giustizia sociale, per la legalità, intesa come etica pubblica, senso dello Stato, rispetto delle regole.
Non rinnego nulla, né tradisco alcuno con l’adesione al gruppo parlamentare “Futuro e Libertà per l’Italia”, solo desiderio di poter continuare nella mia attività politica, rispettosa del mandato degli elettori, ma ancora più rispettosa di tutti quei cittadini, e sono numerosi, che hanno sempre avuto e dimostrato fiducia nella mia persona e che anche da questo nuovo gruppo parlamentare cercherò di non deludere.
L’attivita’ criminale del Sud dell’Italia, a partire dal brigantaggio del ‘500, e’ stata sempre favorita da una labile concezione di uno stato, e da una percezione di tale stato come un nemico straniero da combattere.
Per questo, nel corso dei secoli, la figura del brigante e del Robin Hood, si sono spesso sfiorate. Oppure sono state oggetto di tragici equivoci nella popolazione.
Dal ‘500 all’Unita’ d’Italia, nel Mezzogiorno, non vi e’ mai stata una certezza della giustizia, perche’ i lembi del Regno di Napoli, sono stati, sovente, amministrati da feudatari senza scrupoli, che adivano ad ogni sorta di vessazione. Sino all’odioso ius primae noctis.
E’ da questa considerazione che bisogna partire, se si vuole intendere il nesso della criminalita’ organizzata con certe sacche di popolazioni, se pur marginali, che si mostrano accondiscendenti.
La camorra, la n’drangheta, la mafia, per secoli, hanno rappresentato l’unica certezza di giustizia, se pur sgangherata, per cittadini che avevano subito un torto e non ricevevano assistenza dal tribunale della Real Casa, oppure dal feudatario del luogo. C’era una forza intermedia, assolutamente arbitraria, violenta, cruenta, a cui si poteva adire nel caso non si trovasse soddisfazione. Ed era una forza che aveva codificato delle regole,seppur rozze, ma vertenti su necessita’ quotidiane. Ovvero: dirimere un confine, far pagare un debito, costringere un giovane ad ottemperare una promessa di matrimonio, riavere un bene che era stato rubato.
Ovviamente questa e’ una situazione che si riferisce ad un periodo specifico. La criminalita’ organizzata, da quando la droga ha fatto la sua comparsa sul mercato, si e’ trasformata da un’associazione di sopruso e para-giustizia, ad una fabbrica di denaro e potere. Allontanandosi dalle sue origini.
Lo spiego’ Tommaso Buscetta a Giovanni Falcone, quando decise di pentirsi. Disse che la mafia aveva perso l’onore, e lui non si riconosceva piu’ in una banda di meri criminali. Ed imputo’ al traffico di droga il mutamento genetico dell’associazione chiamata Cosa Nostra.
Anche fenomeni come quello di Salvatore Giuliano, sono emblematici. Un bandito efferato che diventa un protagonista del separatismo siciliano. Macchiandosi dell’eccidio di Portella della Ginestra, dove vennero trucidati uomini vecchi e bambini perche’ “ascoltavano il sindacato”. Giuliano era percepito come un bandito border line, sia dalla politica deviata, sia dalla popolazione. Perche’, nonostante fossimo negli anni ‘40, ancora sussisteva quella zona d’ombra, dove il banditismo poteva rifugiarsi, per certa avversione verso lo stato.
Il grosso peccato del Mezzogiorno, se di peccato si deve parlare, e’ quello di essere stato per secoli, governato da dominazioni straniere che consideravano quella terra solo come un feudo. Un feudo ove attingere, ma anche per avere una terra cospicua per porsi in testa la corona reale.
Il Sud dell’Italia, e’ stata l’immane vittima sacrificale di appetiti di tutti i generi. Per i francesi, gli spagnoli, gli austriaci, e chiunque avesse un potere. Passando per gli arabi e per l’impero Ottomano, che proponeva violentissime scorribande sulle coste ai suoi pirati.
Come si puo’ notare, gli spunti da sviluppare sono molteplici, perche’ il meridionalismo e’ una materia ampia e nel corso degli anni, grazie a menti raffinate, cito per tutti Giustino Fortunato, e’ stata terreno di studio.
Approfondire la storia per capire il presente. E partire dalla storia per “smontare” questi pezzi di presente, perche’ liberare il Sud dalla criminalita’ e’ anche una battaglia culturale.
Giovanni Falcone, capi’, che per combattere la mafia, bisognava entrare nella testa del mafioso. E lui, grazie a quei lunghi verbali con Buscetta, ci riusci’, diventando per Cosa Nostra, un elemento di estremo pericolo.
Quindi l’invito e’ quello di non abbandonare mai gli studi sulla storia del Sud, e smetterla con gli anatemi senza alcun futuro di certa parte di italiani, che non vogliono risolvere alcun problema. Ma solo denigrare e trovare un capro espiatorio di una nazione che non va.
Dal sito de L’Espresso: Francesco Delzio, 35 anni, barese di nascita, saggista e docente universitario, è considerato una dei giovani intellettuali italiani più interessanti e aperti al nuovo. Il suo ultimo libro “La scossa”, è un atto d’accusa sul Sud Italia dimenticato ma anche sugli errori della classe dirigente del Mezzogiorno.
Inevitabilmente, le tesi di Delzio sono entrate nel dibattito sul federalismo, aperto su L’espresso.
All’inizio del suo libro, lei sostiene che il Sud non sia più capace di sognare. Dalla lettura del pamphlet si deduce chiaramente che ritiene impossibile sia il federalismo a colmare questo vuoto. Perché?
«Il Mezzogiorno e i meridionali sono vittime oggi di una sorta di “rassegnazione etnica”: non rischiano, non sognano, non ambiscono a un futuro diverso. Nel libro propongo una strategia-shock che può portare i “terroni” a sognare un futuro diverso. Ma con tutto questo, il federalismo non c’entra granché. Il federalismo c’entra invece, e molto, con l’altra gamba di una possibile rinascita del Mezzogiorno: la diffusione di un’etica della responsabilità nella gestione delle (ormai poche) risorse pubbliche, introducendo sanzioni draconiane contro politici e funzionari pubblici protagonisti di “mala gestio”. Se il federalismo fiscale prevedesse l’ineleggibilità dei politici che hanno sperperato denaro pubblico e azioni di responsabilità civile automatiche nei confronti dei funzionari pubblici che si sono macchiati dello stesso peccato, potrebbe restituire fiducia e credibilità alla classe politica meridionale. Se introducesse meccanismi premianti per le regioni che intraprendono strade virtuose nella gestione dei servizi pubblici essenziali, dalla sanità ai trasporti, e se incentivasse le regioni che investono meglio le risorse per lo sviluppo dei territori, potrebbe spezzare la catena delle irresponsabilità che domina le scelte degli amministratori a Sud e incoraggiare la diffusione di comportamenti virtuosi. Ma temo che i decreti attuativi del federalismo fiscale non conterranno nulla, o quasi nulla, di tutto questo».
Secondo Cacciari, il dibattito in Italia non riesce ad andare oltre il “talk show del federalismo”…
«Cacciari ha ragione: siamo riusciti a trasformare un tema politicamente e tecnicamente complesso come il federalismo fiscale in una specie di partita di calcio, con tanto di tifoserie contrapposte e slogan da stadio».
Il Sud sempre più separato dal resto d’Italia o semplicemente immobile?
«Il criterio più solido da utilizzare (e che sarebbe temerario sostituire) è quello della ricchezza prodotta: nel 1951 a Sud veniva prodotto il 23,9 per cento del PIL nazionale, nel 2008 il 23,8 per cento. Negli ultimi 60 anni c’è stato un sostanziale immobilismo nei rapporti tra Sud e Centro-Nord, con un deterioramento della competitività dell’economia meridionale negli ultimi dieci anni e con l’aggravante che a nulla sono serviti trasferimenti aggiuntivi di spesa pubblica a Sud per circa 350 miliardi di euro. La secessione Nord-Sud è invece già avvenuta, silenziosamente, sul terreno dei servizi pubblici essenziali. La durata media dei procedimenti civili a Sud è di 1200 giorni contro i 750 del Centro-Nord, mentre per le cause di lavoro occorrono 1000 giorni al Sud contro 500 al Centro-Nord. Le famiglie meridionali che denunciano irregolarità nella distribuzione dell’acqua sono il 21,8 per cento contro il 9 per cento nel Centro-Nord, negli ospedali i ricoveri in strutture di un’altra ripartizione geografica sono nel Mezzogiorno sei volte superiori al resto del Paese. Rispetto ai servizi pubblici, è come parlare di due Paesi diversi: dove è finito il principio di uguaglianza dei cittadini di fonte alla legge sancito dalla Costituzione?»
Ma il sì o il no al federalismo è solo una questione di costi?
«No. Anzi: concentrare il dibattito sui costi standard della sanità vuol dire non cogliere il punto-chiave del federalismo fiscale, perché la loro introduzione risponde semplicemente ad un criterio di “buon senso economico”. E’ molto più importante affrontare il tema delle spese regionali per lo sviluppo, che secondo la legge-delega saranno ridefinite in base alla capacità fiscale pro capite degli abitanti di ogni Regione. Ciò significherà abbattere i budget delle regioni meridionali, che diventeranno semplicemente i gestori di una rete di ospedali senza avere più alcuna leva per promuovere l’imprenditorialità, l’innovazione, la ricerca, la competitività dei sistemi produttivi locali».
Ha ragione Tremonti a definire “cialtroni” i governatori del Sud che non hanno investito che una minima parte dei 44 miliardi di euro destinati dalla Comunità Europea al Mezzogiorno per il periodo 2007-2013?
«La provocazione di Tremonti coglie nel segno. Le regioni del Sud hanno clamorosamente fallito la mission di guida dello sviluppo dei territori, che era stata assegnata loro dalla riforma del Titolo V della Costituzione nel 2001. Lo dimostrano gli sprechi e gli investimenti spesso insensati contenuti nei loro bilanci regionali, che analizzo nel libro. Le Regioni meridionali hanno mostrato finora una preoccupante debolezza di programmazione strategica e di competenze tecniche: pochissimi progetti strategici d’ampio respiro, molti micro-interventi dal sapore clienterale. Ciò detto, è al potere da qualche mese una nuova classe di governatori meridionali, che sembra voler portare una diversa cultura di governo al Sud. L’importante è non abbandonarli al loro destino – tra debiti sanitari stratosferici e mancanza di risorse per lo sviluppo – come invece rischia di fare il federalismo fiscale».
Se, come emerge anche dalle sue analisi, le elezioni si vincono al Sud, che cosa dovrebbe fare l’opposizione per fare breccia nell’elettorato del Meridione, anche considerando l’ipotesi – non più remota – di elezioni anticipate?
«L’opposizione si trova oggi in una condizione molto favorevole rispetto al Sud. Potrebbe denunciare con grande forza l’assenza e il silenzio del governo, senza più dover subire i condizionamenti di alcune “elites” di centrosinistra che governavano importanti regioni del Mezzogiorno. Attendiamo da più di un anno il “Piano Sud” del governo e se – come credo – l’attesa durerà ancora a lungo, c’è un enorme spazio politico da riempire: perché non lanciare un “Progetto Mezzogiorno” dell’opposizione, basato sulla selezione di pochi investimenti pubblici ad alto valore strategico, sulla liberazione delle energie private già esistenti e sull’attrazione di nuove idee e di nuovi capitali?» .
Perché la retorica leghista attecchisce sempre più anche in regioni lontane dai confini della “Padania”?
«Perché la Lega non è solo retorica padana, ma anche innovazione politica: parlamentari e amministratori locali giovani e motivati, che si sono formati nel governo di piccole comunità locali e hanno conservato il pragmatismo e la capacità d’ascolto tipiche di questa esperienza. Anche a Roma, danno l’impressione ai loro elettori di poter “risolvere il problema”. Esattamente ciò che manca oggi al Sud e ai meridionali. Ed è un vuoto che non potrà certo essere colmato dal cosiddetto partito del Sud, che si è presentato finora con caratteristiche diametralmente opposte».
Vogliamo il federalismo, ma vogliamo quello vero, quello che sia un’opportunità di rilancio per il meridione, non quello che toglie risorse senza dare nulla in cambio. Lo Statuto Siciliano del 1946 è un’ottimo esempio di federalismo che va in questa direzione. Peccato che lo conoscano in pochi e perlopiù addetti ai lavori. Lo dovrebbero insegnare quantomeno nelle scuole siciliane, ma ciò non è mai avvenuto. Men che meno all’università, o nelle scuole politico-amministrative. Eppure dalla sua lettura arriverebbero soluzioni nell’applicazione del federalismo mantendendo forte la coesione nazionale. Dalla sua piena applicazione potrebbe derivare una diminuzione del divario nord-sud.
Lo stesso movimento Generazione Italia potrebbe trarne una forte ispirazione per costruirci una piattaforma politica competitiva che potrebbe avere allo stesso tempo un forte consenso tra la gente e scardinare alcuni luoghi comuni immessi dalla politica leghista che rendono il federalismo la faccia buona della secessione.
Dalla lettura dello statuto siciliano effettuata insieme al deputato regionale Alessandro Aricò, che è il Presidente della Commissione Regionale dello Statuto sono derivate molte riflessioni. Ad esempio possiamo citare l’art.36 che recita: “Al fabbisogno della Regione si provvede con i redditi patrimoniali della Regione ed a mezzo tributi deliberati dalla medesima. Sono però riservate allo Stato le imposte di produzione e le entrate dei tabacchi e del lotto”.
Ci si può rendere facilmente conto che lo Statuto siciliano riconosce una piena autonomia impositiva alla Regione Sicilia e non solo, il successivo art. 37 ne disciplina anche alcune forme di attuazione:” Per le imprese industriali e commerciali, che hanno la sede centrale fuori del territorio della Regione, ma che in essa hanno stabilimenti ed impianti, nell’accertamento dei redditi viene determinata la quota del reddito da attribuire agli impianti medesimi. L’imposta, relativa a detta quota, compete alla Regione ed è riscossa dagli organi di riscossione della medesima”.
E che dire di una bozza del Fondo di solidarietà previsto dall’art. 38: “Lo Stato verserà annualmente alla Regione, a titolo di solidarietà nazionale, una somma da impiegarsi, in base ad un piano economico, nella esecuzione di lavori pubblici. Questa somma tenderà a bilanciare il minore ammontare dei redditi di lavoro nella Regione in confronto della media nazionale. Si procederà ad una revisione quinquennale della detta assegnazione con riferimento alle variazioni dei dati assunti per il precedente computo”.
L’applicazione di questi tre semplici articoli trasformerebbe l’economia dell’isola. Le entrate tributarie regionali pro-capite balzerebbero portando la Sicilia al livello di regioni centro-settentrionali come l’Umbria o le Marche. Il principio è giusto, se la Fiat vende un’automobile a Parigi tramite una concessionaria o una divisione, le spettanze tributarie sono francesi, quantomeno quelle riferibili alle imposte sui consumi, mentre se la vende a Palermo, perchè le spettanze tributarie debbono essere tutte della regione Piemonte?
Perchè due sentenze della Corte Costituzionale del 1973 ed una del 1987 hanno reso inapplicabili questi articoli dello statuto siciliano. Nel frattempo, però, molte cose sono cambiate, il federalismo, con l’introduzione di principi di autonomia fiscale delle regioni si è fatto strada, e molte delle eccezioni effettuate dalla Corte Costituzionale appaiono superate.
Si propone quindi un rilancio di tale piattaforma politica attraverso la strada nazionale e la strada regionale.
Il movimento Generazione Italia può farne una battaglia politica, sia per l’applicazione a tutte le regioni di tali principi, attraverso ogni mezzo legislativo, sia per la rivendicazione a livello regionale siciliano dell’applicazione di tale statuto, attraverso meccanismi legislativi tesi a superare le eccezioni della corte costituzionale.
Un federalismo equo e solidale che mantiene nelle regioni il giusto e non sporca le statistiche facendo gridare allo scandalo i settentrionali con carichi tributari farlocchi che mettono insieme ciò che ha pagato il siciliano, con ciò che ha pagato il piemontese attribuendolo tutto a quest’ultimo.
Interessante sarebbe anche la lettura dell’art. 15 dello Statuto che abolisce le province siciliane (ma stanno ancora lì) o quella dell’art. 40 che determina l’esigenza di detenere un sistema creditizio locale che investa la raccolta effettuata nello stesso territorio, senza portarla in altri territori, impoverendolo di fatto. Ma questa è materia per altri articoli.
Dalle mie parti, al Sud, c’è un detto semplice, ma molto efficace che recita “il pesce puzza dalla testa”. Ritengo sia alquanto calzante nel nostro caso, in cui è vero che vi è, come ampiamente riportato dalla stampa in questi giorni, una deprecabile ed esasperante lentezza delle Regioni, in particolare del Sud, a spendere i fondi comunitari, ma è altrettanto vero che a questa corrisponde una profonda inadempienza da parte dei ministeri e delle aziende di stato quando si tratta di utilizzare i fondi strutturali per lo sviluppo del Mezzogiorno. Stiamo parlando delle grandi opere infrastrutturali di cui il Sud ha bisogno come il pane per poter dare risposte concrete alle imprese che vi lavorano tra mille difficoltà. Infatti, secondo la relazione sullo stato del programma di accelerazione delle infrastrutture strategiche approvata in sede di riunione dell’ultimo Cipe, le 13 grandi opere della legge obiettivo finanziate coi soldi del Fas dal governo Berlusconi nel 2003, ad oggi risultano avviate solo per il 22%. Un ritardo inaccettabile per il Sud affamato di innovazione, per un Sud che ha bisogno sì, di crescere in maniera autonoma, ma di farlo senza essere isolato dalla solita carenza di beni collettivi che rappresentano l’humus indispensabile per un forte sviluppo delle imprese e dell’occupazione. Ecco perché il ministro Tremonti fa soprattutto un torto a se stesso insultando inutilmente il Mezzogiorno.
L’impressione, ad andar dietro a questo bailamme di “j’accuse”, è che si giochi ad uno scarica-barile tra centro e periferia che non aiuta certo a venir fuori dall’impasse, ma, anzi, rischia di far perdere di vista l’obiettivo reale: trovare la causa del male e, di conseguenza, la cura.
Dunque, smessi i panni dei fustigatori, assodate le responsabilità di tutti, Sud compreso, vogliamo concentrarci sul perché, a cominciare dalla testa, le cose non funzionano? Per esempio, vogliamo cominciare a capire seriamente cos’è che rallenta le fasi della progettazione e della cantierizzazione di opere già finanziate, ma inficiate da uno stallo scandaloso. E vogliamo anche capire dove nascono e dove vanno ad in frangersi i ritardi del Cipe.
Condividendo, inoltre, l’analisi fatta nei giorni scorsi da Luca Cordero di Montezemolo, al netto delle singole responsabilità politico-amministrative dei governatori regionali, ci chiediamo come mai non vengano utilizzati, del tutto o quasi, i 2 miliardi di euro destinati a programmi nazionali gestiti dal governo nazionale, che hanno proprio la finalità di aiutare gli amministratori locali nel migliorare la capacità di spesa delle regioni, con azioni che puntano alla governance e, dunque, a sviluppare maggiori e più sistemiche competenze per lo sviluppo dei territori.
Non può sfuggire a nessuno che non sono sufficienti punizioni per i discoli e premi per i virtuosi. Se un amministratore sbaglia, sarà l’elettorato a mandarlo giustamente a casa. Ma nel frattempo non si può pensare di lasciare sola l’intera collettività, né si può affidare lo sviluppo del territorio – che non è solo quello regionale – alla capacità di azione di un singolo o di un governo. Qui si tratta non solo di salvare il Paese da una crisi di dimensioni mondiali, ma di porre seriamente le basi per il Paese presente e futuro. Tagliando sprechi e clientele, certo, ma nel contempo fornendo a tutti, indistintamente, gli strumenti, tecnici e cognitivi, per produrre sviluppo.
Altrimenti, il rischio è che si renda vano, oppure unilaterale per una parte del Paese, qualunque sforzo per migliorare le cose, anche il più lodevole e condivisibile, come quello che sta facendo in questi giorni il ministro Fitto, convocando i governatori delle Regioni a un tavolo di ricognizione dello status quo relativo alle spese comunitarie. L’obiettivo è arrivare ad una riprogrammazione degli oltre 40 miliardi di euro a disposizione da concentrare su obiettivi infrastrutturali strategici. Da qui dovrebbe partire l’annunciato piano per il Sud. Ma se non si rimuove la causa che inceppa a monte il meccanismo dell’uso dei fondi, il piano per il Sud è destinato a restare al palo. D’Altronde è lo stesso Fitto a riconoscere che il problema della capacità di spesa dei fondi strutturali nazionali e comunitari investe più livelli, comprese le aziende di Stato.
Sono, infine, convinto che tutti dovremmo avvicinarci con atteggiamento costruttivo al tavolo del confronto, senza trascinarvi improbabili performance da “Puglia migliore” o da “Governo migliore”. Portiamoci solo il “Paese migliore”. E cominciamo a vincolare la spesa su obiettivi precisi che privilegino i beni collettivi sui singoli incentivi, dalle infrastrutture alla logistica, dalla formazione alla lotta alla criminalità.
Caro Gianfranco, anche io mi prendo la licenza di darTi del Tu e per gli stessi motivi dell’amico Stefano Basilico. Se lui dal Suo punto di vista chiede una maggiore presenza dei Parlamentari di riferimento al Nord, cosa senz’altro necessaria, io ti chiedo invece una maggiore presenza di politica al sud.
Politica vuol dire scegliere la soluzione migliore per risolvere un problema. Al Sud si avverte da troppo tempo l’assenza di ogni tipo di scelta. Recentemente grazie ad un Ministro leghista assistiamo ad una miriade di arresti nei confronti delle cosche locali. Ma questa presenza di Forze dell’Ordine, seppur necessaria ed ispirata al sano principio del “Chi sbaglia paga”, non può da sola risolvere la miriade di problemi dei meridionali o, se preferisci, degli Italiani del Sud. Io, ad esempio, vivo a Napoli ed esercito la professione d’avvocato e mi permetto di sottolineare che le questioni da Te sollevate sono purtroppo tutte reali. C’è una metà d’Italia in mano alla delinquenza e quindi una metà d’Italia che non riesce a svilupparsi, producendo un reddito pro-capite di molto inferiore alla media nazionale. Eppure la nostra parte d’Italia è ricca di risorse naturali, monumentali ed artistiche. Cominciamo a valorizzare quelle e facciamo capire agli amici leghisti che, seppur rappresentano una rilevante fetta del Nord del Paese, non possono pretendere di determinare le scelte politiche per la restante parte, che non solo è la maggioranza del sistema Italia, ma è anche la più sofferente. Impediamo ai giovani meridionali di cercare fortuna altrove e creiamo qui le condizioni per lo sviluppo.
Al Sud viviamo una crisi da mancanza di classe dirigente, proprio perchè le risorse e le menti migliori sono state costrette quasi tutte ad emigrare e cercare fortuna all’estero o nel Norad del Paese. La politica dovrà aiutare le risorse sane del meridione a venir fuori. E’ anche questo il motivo che mi ha spinto a seguirti, ad aderire a Generazione Italia ed a sacrificare parte del mio tempo per partecipare attivamente alla vita politica della mia amata Napoli. Ti aspettiamo anche qui!
Dai dati rilevati da Crespi ricerche, emerge una inquietante realtà: tre cittadini su quattro sono preoccupati per il lavoro, ben il 72,4% degli italiani, mentre l’82,1% guarda con apprensione alla crisi economica in atto nel Paese e in tutta l’Europa. Lavoro, crisi, sanità e ambiente sono i temi più sentiti, perché rappresentano le vere questioni che investono la vita quotidiana di ciascuno e ne condizionano l’esistenza. Questo è tanto più vero per il Mezzogiorno e per la Puglia se solo si riflette su quanto diffuso dal rapporto BankItalia proprio nei giorni scorsi. E cioè che la crescita esponenziale della disoccupazione nella nostra regione la riporta bruscamente indietro, anziché proiettarla, seppure in un contesto di crisi conclamata a tutti i livelli, in una speranza di sviluppo e di crescita.
Ora, al netto delle responsabilità oggettive da richiamare al governo regionale di centrosinistra, è indubbio che la Puglia va inserita nel quadro più generale degli investimenti da attivare, soprattutto sul piano infrastrutturale, per consentire all’intero Sud di decollare. Ed è chiaro che, in questo contesto, ogni riferimento agli atteggiamenti del ministro Tremonti nelle sedi competenti e alla manovra economica del Governo, che noi riteniamo necessaria e urgente, ma insufficiente sul fronte dello sviluppo, non è e non può essere casuale.
Siamo assolutamente consapevoli del fatto che il saldo minimo di 25 miliardi – concordato dal presidente Berlusconi con l’Ue – non si possa cambiare. Ma siamo altrettanto consapevoli e convinti che ci sia tempo per far apparire chiaramente, all’interno della manovra, i contenuti del disegno di quel piano per il rilancio del Sud fortemente voluto dal premier. Per questo, abbiamo letto con favore la decisione del Consiglio dei Ministri di affidare la delega al Dipartimento per lo Sviluppo al ministro Fitto, interpretandola come un chiaro segnale di attenzione del Governo verso l’adozione di soluzioni incisive e decisive a favore dello sviluppo del Mezzogiorno d’Italia. Un nuovo, forte impulso, insomma, a quel piano per il rilancio del Sud lasciato in freddo dall’ex ministro Scajola.
Ma, sempre per questo, non abbiamo apprezzato particolarmente le divagazioni politiche del ministro per l’Economia, in sede di confronto con le Regioni, sulle responsabilità di Vendola. Tocca alle opposizioni di centrodestra in Regione occuparsi di tali aspetti. Tremonti entri invece nel merito tecnico dei problemi sollevati e delle possibili soluzioni. Lasci al ministro Fitto la possibilità di lavorare serenamente su un terreno che già appare difficile e scivoloso, ma che non potrà reggersi sulla contrapposizione per la contrapposizione. A Tremonti chiediamo chiaramente di pensare al Sud. Anche al Sud. Soprattutto al Sud che non questua, che non piange, ma che avanza proposte, che si rimbocca le maniche e crede nel suo futuro. Al Sud che rivendica solo gli strumenti per poterlo disegnare ed attuare.
In questa ottica, chiederemo con forza al Governo che, nella prossima discussione alla Camera, in sede di trasformazione del decreto in legge, possano essere recepite ulteriori modifiche. Modifiche che vadano nella direzione di azioni più coraggiose in favore del Sud e dell’intero Paese. Siamo assolutamente d’accordo con l’analisi fatta dal senatore Mario Baldassari, la cui competenza nel settore è riconosciuta a livello internazionale. A questa manovra mancano 10-15 miliardi da destinare alle imprese per lo sviluppo e alle famiglie per i consumi. Senza lo sviluppo anche il risparmio ottenuto sarà divorato dal Pil bloccato e dalla mancata crescita dell’occupazione.. A nostro avviso, servono una riforma fiscale coraggiosa, una riforma della spesa sanitaria, tagli reali ai sussidi pubblici che, senza togliere neanche un euro alle imprese virtuose, stanino solo i parassiti e i profittatori. Quelli che prendono e l’anno dopo non ci sono più. Quei risparmi potrebbero essere destinati a ridurre la pressione fiscale su tutte le imprese che ancora generano ricchezza, incentivandone così lo sforzo ad assumere e, quindi, a generare nuova occupazione e vero sviluppo.
Rivolgo, infine, un augurio a tutta l’imprenditoria sana di Puglia, perché ritorni ad essere protagonista in questa economia globalizzata e altamente competitiva, con l’entusiasmo e l’orgoglio di sempre.
La trattativa sindacale di Pomigliano non si chiuderà con l’avvenuta consultazione dei lavoratori sull’ipotesi di accordo. Anche in caso di approvazione dell’intesa da parte della maggioranza dei lavoratori il nostro sistema delle relazioni industriali non dispone di strumenti idonei a garantire la certezza della vincolatività dell’accordo anche nei confronti degli iscritti ai sindacati dissenzienti e, dunque, c’è da immaginare che la partita rimanga aperta ancora per un po’. L’esistenza di un potere di veto di tal fatta rappresenta un’evidente anomalia che andrebbe corretta con un aggiornamento delle regole ma, ancor prima, è da comprendere la strategia sindacale di chi – sfruttando legittimante un buco di sistema – lo ha esercitato.
In tal senso fa riflettere che mentre la FIAT, pur scontando l’opposizione del sindacato storicamente più rappresentativo, ottiene il consenso della maggioranza dei sindacati (e probabilmente dei lavoratori) ad un nuovo accordo che tende ad un recupero di efficienza e produttività dell’organizzazione del lavoro (nuovi turni di lavoro, più lavoro, correzioni dell’assenteismo, ecc…) in Cina i lavoratori della Honda ottengono, con una dura azione di lotta sindacale sfuggita al controllo delle organizzazioni sindacali (accusate di essere troppo compiacenti con la direzione aziendale), un incremento dei salari del 35%.
L’asimmetria dei risultati negoziali di queste diverse trattative dimostra che la forza contrattuale di fatto che una collettività di lavoratori è in grado di esprimere dipende prima di ogni cosa dal livello di competitività dell’impresa. Se nella repubblica popolare Cinese ad un basso livello di protezione corrisponde un elevato margine di profitto del capitale, e la situazione è tale che neanche un sindacato accondiscendente riesce ad arginare le rivendicazioni spontanee dei lavoratori, a Pomigliano la situazione è inversa e l’accordo, di conseguenza, è posto dall’azienda – e come tale accettato dai lavoratori nonostante la contrarietà di CGIL – come unica alternativa alla delocalizzazione delle attività produttive.
Acquisire questo dato di fatto vuol dire, per il sindacato, accettare l’idea che il livello di protezione dei lavoratori è mobile verso l’alto e verso il basso a seconda della congiuntura economica del momento e che, di conseguenza, tale flessibilità può – ed anzi deve – anche essere utilizzata per salvaguardare l’interesse prioritario dei lavoratori a conservare la loro occupazione ed una prospettiva occupazionale per i loro figli.
Per CISL, UIL ed UGL questa è una strada praticabile. Per la CGIL non è così ed al di là della radicalizzazione alimentata in questo caso dalla FIOM non è solo la vicenda di Pomigliano a dimostrarlo. Solo negli ultimi mesi la CGIL ha rifiutato di sottoscrivere l’accordo con il quale il Gruppo Banca Intesa si è impegnato a creare nuova occupazione in aree depresse con un trattamento economico di ingresso inferiore a quello previsto dal CCNL di settore e non ha firmato neanche l’accordo che ha sancito il riordino del sistema di emergenza ed urgenza della sanità regionale Siciliana garantendo la conservazione dei livelli occupazionali in cambio della rinuncia ad un contenzioso che riguardava competenze economiche del passato. Ed è noto, solo per andare indietro di qualche mese, che un uguale atteggiamento di ostilità fu manifestato dalla CGIL anche nei confronti dell’intesa siglata a chiusura della vertenza Alitalia; infine sottoscritta – probabilmente – perché in quel caso non si trattava di derogare un contratto collettivo nazionale ma, più semplicemente, di sostituire un contratto aziendale con uno nuovo.
Un atteggiamento di tal genere potrebbe avere una motivazione comprensibile, e dunque riscuotere anche un certo consenso, se i conti economici delle aziende fossero in qualche modo alterati ad hoc per nascondere margini di guadagno. Ma se – come credo – non è così, questo posizionamento assume contenuti ideologici che rischiano di allontanare ulteriormente il sindacato dalla gente. Sarebbe più coerente negoziare la flessibilità dei livelli di protezione per difendere l’interesse economico generale prevedendo, ad esempio, che la contrattazione collettiva aziendale possa esercitarsi – limitatamente ad alcune materie – anche in deroga alla contrattazione collettiva nazionale. E pretendere, magari, di avere più voce sulla lotta all’evasione e, più in generale, all’illegalità.
Se poi andiamo a vedere il merito dell’ipotesi di accordo di Pomigliano, la posizione della CGIL appare ancora più difficile da giustificare. L’intesa è composta essenzialmente da tre parti qualificanti.
Nella prima vengono affrontati i temi dell’organizzazione del lavoro con la previsione di una specifica disciplina dell’orario di lavoro (turni, pause, straordinario, ecc…) che contempla, tra l’altro, l’assorbimento di alcune voci retributive contrattuali (festività ancora pagate ancorchè in parte soppresse, permessi retribuiti concessi per ridurre di fatto l’orario contrattuale di lavoro) del tutto accessorie e risalenti agli anni ottanta e novanta.
Nella seconda viene affrontata la questione dell’assenteismo, sollevando l’azienda dall’onere di corrispondere il trattamento di malattia in presenza di assenze quantitativamente anomale coincidenti con particolari eventi (sciopero, manifestazioni, ecc..). Anche in questo caso il trattamento cui si riferisce l’accordo ha un’origine contrattuale e riguarda esclusivamente la parte di copertura economica della malattia che, per legge, non rientra nella competenza dell’ente previdenziale.
La terza – forse la più sentita – è quella contraddistinta dalla clausola di responsabilità che la CGIL pare interpretare come una limitazione al diritto di sciopero. La clausola sanziona i comportamento di sindacati e lavoratori che si rendano inadempimenti rispetto agli impegni assunti nell’accordo e, comunque, che siano idonei a rendere inesigibili le condizioni concordate per la realizzazione del piano. Ora, è vero che tra i comportamenti idonei a rendere inesigibili le condizioni concordate potrebbe in qualche modo rientrare anche lo sciopero (ma secondo un’interpretazione in buona fede, riterrei soltanto nel caso in cui quello sciopero fosse diretto a rivendicare una modificazione dell’accordo). Però è anche certo che la vera sanzione sarebbe quella, valida e pienamente efficace anche in assenza di qualsiasi patto, di liberare l’azienda dall’impegno di perseverare nell’implementazione del piano di investimenti (con l’aggiunta della sanzione della sospensione di prerogative sindacali di origine contrattuale quali, ad esempio, contributi e permessi retributivi sindacali aggiuntivi rispetto a quelli di legge). Mentre proprio non può suscitare dubbi la coerenza, oltre che legittimità, della previsione per la quale il comportamento del lavoratore inadempiente rispetto agli impegni contrattuali relativi allo svolgimento del rapporto di lavoro possa assumere una rilevanza disciplinare.
E’ semmai il senso più profondo di quella clausola che lascia un po’ di amaro in bocca. Difficile trovare accordi che, come questo, lascino trasparire un uguale grado di reciproca diffidenza tra le parti. Ed in questo senso quella clausola, con la conflittualità che sottintende, è assai lontana dai modelli partecipativi di cui tanto si parla. E’ importante continuare ad interrogarsi su come è stato possibile arrivare a questo punto e che tutti si assumano le loro responsabilità.
Per la nostra analisi partiamo dalla considerazione del ritardo con cui siamo arrivati alla concezione di nazione.
L’Inghilterra e la Francia gia’ dal tredicesimo secolo potevano fregiarsi di questo titolo. Noi abbiamo impiegato altri sei secoli per concepirlo. L’unica unita’ su cui potevamo contare era quella linguistico-culturale, partorita da quella meravigliosa opera che e’ il Convivio di Dante Alighieri.
Anche la Germania sconta questo ritardo di nazione. Ma l’Italia, per la sua storia antecedente al medioevo, cioe’ per la presenza sul suolo peninsulare di un impero, come quello dell’antica Roma poteva essere in posizione di privilegio.
Invece, dalla caduta dell’Impero Romano fino alla breccia di Porta Pia, sono passati quattordici secoli.
Le Alpi e duemiladuecento chilometri di coste facevano dell’Italia un contenitore ben delimitato, che aspettava la riorganizzazione in uno stato moderno.
Invece, la presenza dello Stato Pontificio e lo scotto da pagare ai popoli del Nord e quelli dell’Oriente, liberi dalle frontiere tracciate dai Romani e allettati dai resti dell’impero, hanno fatto della nostra nazione una terra di conquista.
Mancava a noi un comune denominatore per rinsaldare i ranghi.
L’Esarcato di Ravenna, ultimo avamposto dello Stato Romano d’Occidente, non aveva la forza per unire l’Italia.
Ci provo’ Federico ll, uno svevo, nato a Iesi ed innamorato dell’Italia, guerriero e scienziato (per l’epoca), uomo illuminato che cerco’ di abbattere il feudalesimo e lo strapotere della chiesa, la quale dal trattato di Sutri in poi, si era affermata anche sul piano temporale e legittimata come stato.
Come? Legittimando gli imperatori.
Ma Federico non ebbe eredi all’altezza del compito e tutto falli’.
Poi arrivarono gli Angioini, chiamati dal papa, che si sistemarono al Sud. E da li’ in poi i tentativi di unita’ non ebbero piu’ sponsor. Gli stranieri si alternarono, riducendo l’Italia a un territorio da annettere per glorificare i loro regni.
Il Risorgimento, cioe’ il movimento storico da cui nacque lo stato italiano, inizio’ la sua lunga marcia dal secondo decennio del 1800.
In quel periodo, il movimento era composto da élite culturali e dalla borghesia illuminata, che dialogavano con chi poteva incidere sul tentativo di unificazione.
Il Regno di Sardegna, ovvero la casata di Savoia, aveva le carte in regola per procedere al tentativo.
Essa era una monarchia di stampo militare, con un parlamento e dunque uno stato. Mancava solo un genio della politica, che si materializzo’ con Cavour.
Questi si uni’ a Mazzini, il teorico dell’Unita’ (ma su base repubblicana) e a Giuseppe Garibaldi, il grande guerrigliero che combatteva per la liberta’ dei popoli. Essi costituirono il trittico d’élite, che compi’ cio’ che prima o poi sarebbe dovuto avvenire: l’Unita’.
Pensare che il Regno di Napoli avesse la forza di sopravvivere per un altro secolo era improponibile. Non c’era uno stato forte a sostenere la casata borbonica, e quindi non c’era un’economia strutturale, non c’era un esercito compiuto e non c’era uno spirito di nazione.
Al Nord, l’occupazione austriaca marcava le sue difficolta’, per un regno che dopo la rivoluzione francese aveva iniziato un conto alla rovescia. Il papato viveva arroccato, avendo esaurito tutte le alleanze possibili. Dunque, nei primi decenni del 1800, c’erano tutte le caratteristiche per far crollare la disunita’. E cio’ avvenne.
Dal 1861 siamo una nazione ed una patria, abbiamo uno stato unitario e gli italiani sono sotto una sola bandiera.
Gia’, gli italiani. Che dopo centocinquant’anni si trovano a celebrare la loro avvenuta unita’, senza averne profonda emozione. Ma non perche’ si metta in discussione la sua sacrale importanza, tuttalpiù per il motivo che la nostra nazione viene percepita dai suoi abitanti come unita’ da sempre.
Con buona pace della Lega, che scambia il consenso di certo pragmatismo e legittimo malcontento di fasce di abitanti del Nord (in virtu’ di come sono state gestite per decenni le risorse dello stato), per aneliti indipendentisti.
La coesione italiana si manifesta davanti a tutte le tragedie e le gioie che hanno interessato questa nazione. Dal patos per il bambino nel pozzo di Vermicino, ai quiz di Lascia o Raddoppia, dal tragico destino comune della Seconda Guerra Mondiale, al grave sconcerto per l’uccisione di Aldo Moro. E poi: dalle vittorie di Tomba, a quelle degli Azzurri, dall’orgoglio per la Ferrari, a quello per il festival di Sanremo. Basta anche che una barca di dodici metri, Azzurra, partecipi in maniera dignitosa ad una coppa mondiale, che tutti gli italiani si siedono uno affianco all’altro, e diventano all’occorrenza “fratelli velisti”. Tutti, in ogni circostanza, ci sentiamo accomunati nello stesso destino. Quale altra prova ci vorrebbe per dimostrare la coesione morale?
Ma di contro cosa c’e'?
Semplice, alcuni screzi antichi tra meridionali e settentrionali.
Ma quale nazione non ne possiede al suo interno? C’e’ sempre la natura umana che tende a portare l’uomo a sentirsi migliore di altri uomini. Ma e’ un fattore da ascrivere alla psicanalisi, e che si riscontra in maniera parossistica nei campanilismi.
Insomma, divisioni fisiologiche.
Con questo non si vuole negare l’esistenza di un “questione settentrionale” e di una “questione meridionale”. Ma sono fenomeni di carattere economico. psicologico e sociale, e non certo frutto di identita’ differenti.
Queste ultime pur esistono e vivono ancora sotto traccia, ma sono solo il rimasuglio di quei secoli di disunita’, derubricate ormai nei sentimenti nostalgici.
Alla politica del XXl secolo spetta il compito di governare le sacche di malcontento, ove tali residui sono poggiati, tenendo conto della reale faccia dei problemi, ovvero le istanze socio-economiche territoriali.
L’Italia e’ unita, e l’erosione di coesione viene sopita dagli eventi quotidiani che ci accomunano. Dai piu’ grandi ai piu’ banali.
“Palermo non mi piaceva, per questo ho imparato ad amarla. Perché il vero amore consiste nell’amare ciò che non ci piace per poterlo cambiare”. Sono le parole di Paolo Borsellino, ucciso brutalmente nella strage di via D’Amelio il 19 Luglio 1992. Ѐ il pensiero di un “condannato a morte” che, fino all’ultimo istante della sua vita, non rinunciò ad operare nel nome della legalità e della giustizia, in una terra che gli si è mostrata spesso ostile, sfoderando il suo aspetto più duro e crudele, quello di città che non perdona le mosse false, le inchieste, le indagini.
Un volto di città che non ama la verità, che molto spesso rifiuta la trasparenza e il retto agire in favore della politica dell’inciucio e della scarsa correttezza. Eppure quest’uomo, insieme al giudice Falcone, non ha mai abbassato la testa e, pur essendo ben consapevole di essere “un cadavere che cammina”, ha continuato a lottare nella speranza di poterci regalare un paese più giusto, in cui è l’azione di magistrati onesti che azzera le disparità, le disonestà e la malavita.
Molti illustri personaggi ci hanno abbandonato: le loro vite, come quelle dei tanti loro collaboratori, sono state spezzate perché considerate scomode e quindi da eliminare. Il loro contributo e la loro attività però restano ed è a quegli esempi che noi dobbiamo guardare. In una società che vive e si nutre di falsi miti, che trae spunto dal mondo dei reality show per orientare l’agire quotidiano, è sempre più indispensabile avvicinarsi all’eredità che personaggi come Borsellino ci hanno lasciato.
Ancora oggi in molte aree della nostra penisola permangono vaste sacche di potere controllate e gestite da organizzazioni dedite alla malavita organizzata; non per questo però dobbiamo assumere un atteggiamento rinunciatario e di rassegnazione, gettando al vento la speranza che qualcosa possa essere cambiato. Se molti giovani, soprattutto nel Meridione, si dedicano alla criminalità, è perché, troppo spesso, non hanno alternative alla disoccupazione o perché sono cresciuti in ambiente dove l’omertà è la norma e l’onesta un disonore.
Ѐ all’insegnamento di chi ci ha rimesso la vita per raggiungere i proprio obiettivi che dobbiamo guardare; dobbiamo far nostra l’esperienza di figure che hanno utilizzato la parola legalità come bussola e stella polare della loro esistenza. Non dimentichiamoci di chi ci ha preceduto,non cancelliamo i loro sacrifici. Cerchiamo piuttosto di renderli ancora attuali, affinché la strada della correttezza possa incantarci di più rispetto a quella della disonestà e dell’assenza di giustizia.