Mercoledì, 08 settembre 2010

Articoli marcati con tag ‘Silvio Berlusconi’

Bossi e Berlusconi salgono al Colle? “Ma mi faccia il piacere”

07 set 2010
di Gianmario Mariniello

Devo confessare che non ce l’ho fatta a non sorridere alle parole pronunciate da Bossi all’uscita della reggia di Arcore. No, non ce l’ho fatta perché, ancora una volta, il leader leghista d’intesa con il Presidente del Consiglio hanno preso per il naso i propri elettori e gli elettori tutti del centro destra. Insomma, hanno mentito sapendo di mentire. Berlusconi, conscio del pericolo che correrebbe andando a quelle elezioni anticipate richieste con forza dalla Lega (pronta a gettarsi sul cadavere del Pdl che non c’è più), ha stoppato per la seconda volta il ministro delle riforme e alla fin, entrambi, forse per non fare una figuraccia nei confronti dei falchi, gli ex colonnelli di An e i post comunisti presenti in massa nelle fila degli ex forzisti, si inventano una strada che non c’è.

Un po’ Peter Pan un po’ Don Chichiotte tirano fuori dal cilindro magico una ascesa al Colle, ma non per andare a meditare sulle vette, bensì per farsi dire un totesco (o tottesco fate voi) “ma mi faccia il piacere” alla luce di un intervento istituzionale impossibile per cacciare Gianfranco Fini dalla Presidenza della Camera.

Insomma una sorta di “facimme a ‘mmuina” in salsa padana.

Va bene che la politica è compromesso ma così si vuole prendere per il naso, per non dire qualche altra cosa, gli elettori e gli italiani tutti. E se così non fosse vorrebbe dire che abbiamo ministri e Presidenti del Consiglio che non conoscono le regole del gioco, il che è ben più grave.

Nessuno, nemmeno il Presidente della Repubblica, può mettere mano su una carica istituzionale come quella del presidente della Camera. E nemmeno su quella del Senato, perché espressione di un voto delle due assemblee parlamentari che sono sovrane e a loro volta espressione del voto popolare non certo dei partiti. Almeno stando alla teoria (una teoria di fatto sconfessata da una legge elettorale che è un vero schifo).

Appare quindi chiaro che Berlusconi non ha nessuna intenzione di andare a un voto che lo vedrebbe, nella migliore delle ipotesi, prigioniero ed ostaggio dei leghisti. Meglio, molto meglio, un patto di legislatura con Futuro e libertà che a questo punto irrompe prepotentemente sulla scena politica italiana andando a tagliare quel nodo scorsoio che pian piano Bossi ed i suoi stavano facendo scorrere attorno al collo di questa Italia che si appresta a festeggiare i suoi 150 anni di unità nazionale.

Dopo Mirabello il segnale lanciato è chiaro, anche a coloro che fanno finta di non aver capito o di essere sordi. Nessun rallentamento, si va avanti. Il partito verrà ben prima di quanto taluni si aspettano, così come il patto di legislatura. Non è paura di perdere la poltrona, perché quella ce l’hanno molto amici che sono rimasti nel Pdl e si dicono berlusconiani convinti. Sanno che andando al voto potrebbero non tornare in parlamento. Questo perché sono fedeli, e soprattutto, si fidano del loro nuovo generale. E qui un nuovo “ ma mi faccia il piacere”, ci sta tutto.

Per altri la nascita di un partito come Futuro e Libertà, un partito di destra moderna, proiettato nel futuro, sarebbe una vera iattura. Se non fosse altro perché Gianfranco Fini, criticabile quanto si vuole, è un catalizzatore di voti e lo dimostrano le migliaia di adesioni di questi mesi e soprattutto da domenica scorsa. Adesioni che arrivano anche dai molti che abbandonano le piccole formazioni di destra, nate in questi anni, ma che non sono state in grado di crescere e soprattutto di dare prospettive e futuro perché, alla fin fine, non sono altro che orticelli personali costruiti ad immagine e somiglianza del ducetto di turno. Un male che ha sempre prosperato nella destra italiana fina dalla notte dei tempi.

Una nuova sfida, dunque, è stata lanciata. In molti l’abbiamo raccolta. Così com’è nel nostro stile.

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Il gatto, la volpe e il Quirinale

07 set 2010
di Gianmario Mariniello

“Il Capo dello Stato non ha alcun potere in relazione alla permanenza in carica di un altro organo costituzionale, com’e’ il Presidente della Camera”, ci ha ricordato il Presidente emerito della consulta, Antonio Baldassarre.
Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, “non ha poteri di governo delle assemblee parlamentari”. Così il costituzionalista Michele Ainis. E potremmo proseguire all’infinito.
Non sappiamo chi sia stato l’intelligentone che ieri sera ha consigliato a Bossi e Berlusconi di andare al Quirinale a chiedere le dimissioni di Fini. E ancor meno intelligente è stata la scelta di seguire il consiglio. Così come ci appare paradossale la richiesta di elezioni. Motivo: il discorso di Fini a Mirabello. Sembra uno scherzo ma non lo è.
I problemi che ha posto Fini sono politici. La maggioranza c’è, non la metteremo certo in discussione. Almeno non noi. Manca invece la politica. Che non c’è quando si vanno a fare passeggiate senza senso al Quirinale o quando si invocano elezioni anticipate senza motivo.
La verità è che Berlusconi si è incartato. Estromettendo Fini dal Pdl il premier ha mutato gli equilibri interni alla maggioranza. Andando al voto si accollerebbe una responsabilità talmente pesante da non reggere alla prova elettorale, a parte la legge elettorale che almeno al Senato potrebbe non fornire una maggioranza. E così adesso Berlusconi non sa che fare. E crea confusione. Capita, quando si mette da parte la politica.

UPDATE: (ANSA) – ROMA, 7 SET – Al Quirinale, per il momento, non è ancora intervenuta alcuna richiesta di incontro da parte del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, e del leader della Lega Umberto Bossi. Lo si e’ appreso a margine dell’incontro pubblico del presidente Giorgio Napolitano e la presidente finlandese Tarja Halomen con la stampa. (ANSA).

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Il Financial Times: Fini ha in mano la politica italiana

30 ago 2010
di Gianmario Mariniello

Da FT.com – Silvio Berlusconi ha spesso smentito in passato le persone che erroneamente avevano predetto la sua fine. Ma all’inizio della nuova stagione politica italiana, pochi sono i dubbi sul fatto che il settantatreenne premier e magnate dei media stia combattendo per la sua vita politica. Per anni uno dei suoi principali sostenitori è stato Gianfranco Fini, leader del partito di centrodestra, Alleanza Nazionale. Ma appena prima della pausa estiva, Fini – che da tempo aveva espresso disincanto riguardo i problemi personali e giudiziari di Berlusconi – si è allontanato dalla coalizione di centrodestra, privando il Primo Ministro della maggioranza in Parlamento.

La spaccatura fa capire quanto potrebbe essere drammatico l’autunno della politica italiana. Nelle prossime settimane, Berlusconi affronterà un decisivo voto di fiducia alla Camera dei Deputati. Fini al momento può decidere di continuare a dare il sostegno all’Esecutivo, non essendo sicuro riguardo le conseguenze in caso di caduta del Governo. Ma è anche possibile che lui dia il colpo di grazia e votare contro il Governo, gettando l’Italia in piena crisi politica.

Cosa potrebbe succede se Berlusconi cadesse? L’unica cosa che può esser detta con certezza è che il Presidente Giorgio Napolitano, Capo dello Stato, non ha l’obbligo di convocare subito le elezioni. Berlusconi ha detto in passato che si andrà alle elezioni se non dovesse ottenere la fiducia delle Camere. Ma l’Italia ha già tenuto due elezioni negli ultimi quattro anni. Il ripiombare del Paese nell’instabilità politica sarebbe un tremendo segnale, specie se le elezioni si tenessero adesso.

Invece, se la crisi dovesse esplodere, i partiti italiani potrebbero partorire una coalizione di Governo guidata da nuovi esponenti politici. La prima opzione è che Fini torni nella coalizione di centrodestra guidata da Giulio Tremonti, il Ministro delle Finanze. Un’altra è che Fini costruisca una coalizione centrista, come quelle che hanno guidato il Paese fino all’inizio degli anni ’90. La terza ipotesi è un governo tecnico che traghetti il Paese alle elezioni.

Nessuno di questi esiti promette un nuovo ed eccitante inizio per il Paese. Ma questa situazione potrebbe alla fine avere il merito di mettere la parola fine all’era Berlusconi. Qualsiasi cosa dovesse succedere è ora nelle mani di Fini, più di chiunque altro. Lui ha molto credito per aver riformato Allenaza Nazionale, allontanandola dal suo passato fascista. Adesso sta a lui decidere se può iniziare una nuova e più luminosa era post-Berlusconi.

Traduzione a cura di Generazione Italia

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Il partito che verrà…

27 ago 2010
di Gianmario Mariniello

In questi torridi giorni di fine estate, c’è qualcosa di paradossale e stucchevole nelle parole di chi quotidianamente ci ricorda che “la nascita di un nuovo partito” sarebbe un tradimento dell’elettorato e qualcosa di insopportabile nelle melliflue rassicurazioni di qualche amico che ascrive, addirittura nella categoria della fantapolitica, la nascita di un nuovo soggetto attorno a Gianfranco Fini.
Agli uni e agli altri vorrei, ‘pacatamente e moderatamente’, replicare che non siamo stati noi ad espellere dal Pdl il suo cofondatore né io, Bocchino e Briguglio ad aver chiesto di essere cacciati per eccesso di legalità e antimafia. Non siamo stati noi a organizzare cricche e comitati d’affare con uomini privi di scrupoli e magistrati, funzionari infedeli, né siamo stati noi ad attaccare sistematicamente le Procure più esposte nelle indagini sui sistemi criminali. Non siamo stati noi a delegare alla Lega le politiche di integrazione e a Tremonti quelle economiche con buona pace dei valori di solidarietà, nuova cittadinanza, coesione sociale caratterizzanti tutto i partiti conservatori europei.

Per questo, e prima ancora per aver denunciato una ciclopica questione morale e per aver rivendicato il diritto al dissenso, siamo stati messi alla porta. E per questo con ogni mezzo si è cercato di distruggere e delegittimare Fini senza la cui spinta propulsiva non esisterebbe destra di Governo, ne esisterebbero tanti piccoli uomini e donne che allo snodo più difficile ne hanno preso le distanze.

Nonostante questo, nelle parole ferme, chiare e leali di Gianfranco Fini dall’hotel Minerva c’è stata una chiara scelta di campo di sostegno al Governo e al programma nell’interesse superiore dell’Italia e nel rispetto della volontà popolare, ma il “metodo Boffo” è continuato e si sono moltiplicate le provocazioni e gli attacchi nei nostri confronti, mentre Verdini e Cosentino restano al loro posto e ombre pesanti si addensano in molte inchieste su alti vertici del Pdl.

Da Settembre, al di là di ogni speculazione e polemica, la nostra area politica e culturale si radicherà ulteriormente attraverso l’organizzazione territoriale di Generazione Italia e l’azione dei gruppi parlamentari di Futuro e Libertà.

Rappresenteremo una declinazione coerente e lungimirante di una forza politica europea e legalitaria, attenta ai valori spirituali e alla supremazia della politica sull’economia e della legge sugli interessi particolari, rispettosi degli altri poteri costituzionali ad iniziare dalla magistratura e leali verso gli avversari. Attorno a Gianfranco Fini sosterremo il programma di governo voluto dalla maggioranza degli elettori ma non cederemo a nessun compromesso sui provvedimenti che riguardano il sistema della giustizia e la difesa dello Stato di diritto e della legalità. Lo faremo da forza modernizzatrice, europea e legalitaria.

E inizieremo ad aggregare gli italiani che ci stanno a vivere la Libertà, oltre ogni retorica vuota, come energia vitale e nazionale.

A ricostruire un progetto fatto di solidarietà e amicizia, condivisione e consapevolezza culturale, un progetto che sappia tornare a parlare a chi ha voltato le spalle e non ha più creduto nella politica.

Su questo percorso ci ritroveremo al fianco dei non garantiti e degli indifesi e di chi lavora e si alza presto la mattina e non ha padroni, se non la propria coscienza.

E dei tanti giovani che non si sono stancati di credere nel merito, nella solidarietà, nella legalità. Lo faremo in nome di una certa idea dell’Italia: solidale, colta, accogliente, consapevole.

E lo faremo contro tutti i prepotenti, i ciarlatani e i parassiti, irriducibilmente convinti che l’Italia meriti un’altra politica fatta di sogni, speranza e progetto contro il fango e le sceneggiate di questa estate da dimenticare.

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Secondo la Ghisleri siamo in crescita…

27 ago 2010
di Gianmario Mariniello

Ci viene un po’ da sorridere, ma il fatto è gustoso: oggi la Ghisleri dice a “Libero” che il partito di Fini non arriva al 4%. A inizio Agosto, un’ora dopo la costituzione del gruppo di “Futuro e Libertà” alla Camera dei Deputati, la sondaggista del Cav. comunicò a tutti i giornali di aver fatto una rilevazione (a tempo di record, bravissima…) dalla quale emergeva che «Fini da solo vale l’1,4%». Quindi vuol dire che in meno di un mese – secondo la Ghisleri – il partito di Fini (che ancora non c’è) ha raddoppiato, se non addirittura triplicato la propria percentuale di consenso.
Tutto ciò mentre tutti gli ultimi sondaggi ammettono una lieve flessione dell’universo intorno al Presidente della Camera, soprattutto a causa del massacro mediatico che il giornale della famiglia Berlusconi ha messo in campo contro Fini.
Solo la Ghisleri vede, invece, i finiani raddoppiare il proprio consenso. Noi siamo convinti che il nostro consenso nel Paese stia crescendo. Magari non sta raddoppiando o triplicando, come ci dicono i sondaggi della Ghisleri. Ma prendiamo le rilevazioni della sondaggista del Cav. come un auspicio. Anche se il premier non sarà contento…

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Accordo possibile, ma no ad amnistia mascherata

25 ago 2010
di Gianmario Mariniello

L’Italia ha bisogno che si prosegua lo sforzo di risanamento intrapreso e che ad esso si aggiungano finalmente politiche di sviluppo. Sarebbe irresponsabile interrompere il corso della legislatura per portare il Paese nuovamente alle urne. Si lancerebbe fra l’altro un pessimo segnale ai mercati finanziari internazionali mettendo a rischio la sottoscrizione dei titoli di Stato. Le centinaia di milioni di euro che costa un turno elettorale sarebbero meglio spese nella diminuzione del carico fiscale, in investimenti in ricerca o in infrastrutture. L’Italia non può rischiare di fare la fine della Grecia.
Dal momento che la fiducia al Governo non è mai stata messa in discussione da nessuno, tanto meno da Futuro e Libertà, non si comprende il motivo per cui si dovrebbe tornare a votare.
Detto questo esistono alcuni nodi politici molto precisi che vanno sciolti.
E’ necessario che non ci si nasconda dietro ad un dito. Il motivo del contendere non è certo il programma elettorale che viene pienamente condiviso dai finiani, non sono dunque le misure economiche da realizzare, nè le riforme istituzionali e nemmeno, pur con la dovuta chiarezza sui costi, il federalismo fiscale. Il vero punto su cui le visioni del Pdl e di Fli rischiano di divergere è il tema della giustizia. Anche qui, si badi bene, la divisione rischia di essere non su quello che sta scritto nel programma elettorale, ma su ciò che non vi compare. in particolare sulle norme destinate a prefigurare forme di immunità penali per una ristretta cerchia di soggetti o una sorta di amnistia mascherata. Nel programma si parla di separazione delle carriere, e di riforma del Csm, non si parla di immunità penali o di amnistia.
Le leggi oggetto del contendere si chiamano processo breve e lodo Alfano.
Non credo che sia negoziabile nè un ampio salvacondotto giudiziario che consenta di sottrarre alla giustizia ministri, o alte cariche dello Stato, tanto più se si tratti di ministri nominati dopo l’inizio delle indagini, come vorrebbe il testo del lodo Alfano approvato in commissione Giustizia al Senato. Dopo l’incidente del caso Brancher non è pensabile che la nomina a ministro possa essere utilizzata per sottrarre qualcuno alla giustizia.
L’altro punto non negoziabile è il no ad una amnistia mascherata. Se abbiamo a cuore realmente il tema della sicurezza non possiamo approvare provvedimenti che cancellino migliaia di processi penali in corso.
Sarebbe più comprensibile chiedere che il presidente del consiglio eletto da milioni di italiani per realizzare in 5 anni un certo programma elettorale possa completare la sua azione di governo avendo un salvacondotto giudiziario. Se a questo si riducesse la richiesta dei vertici del Pdl, una intesa sarebbe probabilmente possibile.
Accampare altre questioni per andare a votare, come la possibile trasformazione di Fli in un partito politico, che pur sostenga lealmente il governo e contribuisca a realizzare il programma votato dagli italiani, appare strumentale e irricevibile. Nessuno deve dimenticare che la rottura all’interno del Pdl è avvenuta a seguito della espulsione di Fini dal partito. La dichiarazione dell’ufficio politico che le posizioni del presidente della Camera sono incompatibili con la linea del Pdl e l’affermazione del premier che “non sarà più tollerato alcun dissenso” non rendono oggettivamente possibile la permanenza all’interno del Pdl di chi si riconosce nelle posizioni politiche del cofondatore del partito.
Un accordo, se si vuole, è a portata di mano, diversamente ognuno si assumerà le proprie responsabilità davanti al Paese e agli elettori, senza menzogne o infingimenti di alcun tipo.

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Fini e Berlusconi, ora i centro-destra sono due

25 ago 2010
di Gianmario Mariniello

Da www.libertiamo.it – La strategia agostana dell’“auto-ribaltone” berlusconiano ha inchiodato tutti ad un tatticismo esasperato. Con settembre cambieranno le prospettive. Anche per Futuro e Libertà per l’Italia.
Non siamo un partito (per ora è così), ma un gruppo di parlamentari del PdL che hanno reagito al defenestramento di Gianfranco Fini e delle sue posizioni politiche dal (sic!) “partito liberale di massa”. Ma non siamo neppure il circolo degli amici del Presidente della Camera: abbiamo un’idea di centrodestra innovativo da portare avanti: se necessario, in prospettiva, anche in concorrenza con quella berlusconiana. Un centrodestra, ad esempio, capace di contenere diverse sensibilità sui temi biopolitici, senza la presunzione di costruire un partito “mono-etico”. Un centro-destra in cui credenti e non credenti siano chiamati a condividere i principi dell’etica pubblica, non quelli della morale privata.

Nel corso degli ultimi anni nel centro-destra italiano si erano incrociate due tendenze: quella finiana, che dopo avere consumato la rottura di Fiuggi e compiuto la costituzionalizzazione del partito post-fascista, ha emancipato la destra italiana dall’ancoraggio populistico-reazionario e antipolitico a cui sembravano condannate, nel continente, tutte le destre (“nazionali” o “regionali”) estranee alla tradizione liberal-popolare.

Decisiva, per comprendere la vicenda di Fini è l’esperienza dell’Elefantino con Segni e Taradash alle Europee del 1999: una battuta d’arresto dal punto di vista elettorale – come spesso capita ai progetti anticipatori -, ma la prova di come quello del Presidente della Camera sia un percorso tutt’altro che improvvisato. Alla fine del percorso, Fini oggi sostiene – proprio sui temi “sensibili” dei diritti, dell’immigrazione, della bio-politica e dell’identità civile – posizioni più vicine di quelle berlusconiane al mainstream liberal-conservatore europeo.

Dall’altra parte Berlusconi, partito nel ’94 da posizioni di “liberalismo radicale”, ha sterzato progressivamente verso una piattaforma prima sensibile, poi condizionata dalle parole d’ordine leghiste, che, in buona sostanza, riecheggiano le posizioni della destra europea, da cui Fini aveva allontanato An nel suo percorso di avvicinamento al PPE.

Perfino sui temi economici – che rappresentavano il “cuore” della promessa berlusconiana – Fini raggiunge una posizione mediana tra la difesa dell’interesse e della coesione nazionale e la necessaria modernizzazione del modello economico-sociale di un paese che non cresce quanto i suoi concorrenti. Nel frattempo Berlusconi perde la gran parte della sua forza “rivoluzionaria”, in un traccheggio sparagnino, ma diffidente delle vere riforme (quelle che potrebbero costare consenso, ma dare fiato ad un paese in affanno).

Oggi è il PdL di Berlusconi, attraverso il legame a doppio filo elettorale e soprattutto politico con Bossi, ad essere vicino al “Dio, Patria e famiglia” del reazionario Le Pen e delle destre anti-liberali. Fini invece ha oggi – proprio sui temi che lo renderebbero “estraneo” al PdL – idee e proposte più consonanti con quelle di Cameron, Merkel, Rajoy o Sarkozy, cioè di quella destra popolare e conservatrice che ‘contiene’ i liberali o governa con essi.

Questa competizione tra diverse idee di centrodestra e tra le diverse personalità chiamate in futuro a rappresentarle, secondo le regole di un “normale” partito maggioritario, avrebbe rafforzato un PdL aperto e inclusivo, capace di discutere e di non sentirsi ferito dalle divisioni o indebolito dai dissensi. Così, non è stato.

E’ il teorema-Verdini: il partito è solo la macchina del consenso berlusconiano, e dunque non bisogna disturbare il manovratore. Un errore fatale, di cui l’espulsione del reprobo Fini è stata una conseguenza patetica e obbligata. Ma il PdL che espelle Fini diviene una stella morta: fa ancora luce, ma non produce più nuove energie politiche, consuma, finchè dureranno, quelle esistenti.

Finito il tempo delle tattiche agostane, l’esistenza di “due centro-destra”, quello di Berlusconi e quello di Fini, sarà davanti agli occhi di tutti. Resteranno alleati nei prossimi semestri, per rispetto degli elettori e responsabilità nei confronti dell’Italia. Ma non sono più la stessa cosa e difficilmente a breve potranno tornare a esserlo.

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Noi vogliamo un centrodestra liberale ed europeo

24 ago 2010
di Gianmario Mariniello

Se mai ci sarà rottura all’interno del centrodestra essa avrà dei responsabili che dovranno essere ricordati. Ma è bene ricostruire prima i fatti.
Gianfranco Fini all’inizio di questa legislatura ha ritenuto che occorresse incominciare a guardare al futuro del centrodestra: il presente si chiama Silvio Berlusconi, a cui doveva spettare il compito di attuare il programma elettorale e di radicare il Pdl.
Era evidente a Fini che per il 2013 occorreva pensare ad una destra capace di un ulteriore salto evolutivo, una destra che fosse sempre più in linea con quella europea dei Cameron e dei Sarkozy. Non è un caso che Fini abbia scritto la prefazione della edizione italiana dei libri di Cameron, di Sarkozy, di Aznar.
Questa destra doveva partire da una concezione moderna di nazione, aggiungere al valore libertà quello di legalità, definire in modo chiaro diritti e doveri dei cittadini, pensare a come superare le fratture sociali, garantire una sempre più alta qualità della vita, considerando strategici temi come l’istruzione, la ricerca, l’ambiente.
Nessuno doveva impedire a Fini di cercare di far emergere nel centrodestra un dibattito che poteva essere una grande occasione di crescita e di maturazione del Pdl. Da qui i ripetuti appelli ad un partito più aperto, più democratico, autenticamente plurale, in cui Berlusconi provvedesse a realizzare il programma presentato agli elettori, consentendo nel contempo al partito di pensare, di riflettere sui grandi temi all’ordine del giorno di tutta la destra europea.
Sia ben chiaro, in questa discussione Fini non ha mai posto ultimatum nè certezze indiscutibili. Sui temi della bioetica, per esempio, io, che pur condivido pienamente il suo progetto complessivo, ho espresso delle differenti valutazioni e come me altri “finiani”. Ricordo, dopo aver fatto un intervento in Aula sul caso Eluana, che andava nella direzione opposta rispetto alle posizioni di Fini, una sua telefonata all’indomani per farmi le congratulazioni, pur rimanendo lui sinceramente e laicamente convinto della propria posizione. In altri casi vi sono state accelerazioni da parte di singoli, come per esempio sulle famiglie di fatto, posizioni che rispecchiano peraltro sensibilità individuali. Vi è stato poi chi è andato forse anche fin troppo in là assumendo posizioni che sono parse ad alcuni “estreme”. Ma questo è naturale quando si mettono in movimento le idee. Tutto questo dibattere libero e senza pregiudizi era comunque auspicato da Fini che sognava un Pdl plurale in cui si potesse anche “sbagliare”, ma in cui ci fosse la sincera volontà di pensare e costruire il futuro dell’Italia.
Sono stato testimone diretto e posso assicurare che l’intenzione di Gianfranco Fini è sempre stata quella che la legislatura terminasse nel 2013 con il presidente del consiglio eletto dagli italiani, cioè Silvio Berlusconi. Per il dopo, ovviamente, i giochi si dovevano aprire, come del resto è naturale in ogni partito democratico e in ogni Paese democratico. D’altro canto a come organizzare il centrodestra del futuro pensava esplicitamente anche qualche altro illustre personaggio del Pdl, come per esempio Giulio Tremonti, arrivando addirittura ad organizzare un convegno nello scorso settembre in cui si parlava esplicitamente del dopo Berlusconi.
Da questo punto di vista la posizione di Fini era senz’altro coerente: aveva scelto volutamente il ruolo di presidente della Camera. Un ministro, prima di pensare al futuro della politica e del suo partito, deve realizzare fino in fondo quello che il suo premier gli chiede di fare. Anche in una democrazia parlamentare i ministri devono collaborare lealmente alla attuazione dell’indirizzo politico deciso dal presidente del consiglio, non può essere mai che il presidente del consiglio sia al traino di un ministro. Nella diversità di vedute fra premier e ministro è il ministro che deve cedere, altrimenti si deve dimettere.
Il ruolo di presidente della Camera era sufficientemente autonomo per consentire a Fini di pensare ad un più evoluto modello di destra senza impedire la realizzazione degli impegni presi con gli elettori in sede di programma. Non è un caso che i “finiani”, pur ponendo con forza per esempio i temi della riduzione delle tasse, della ricerca e quello della legalità, cercando di migliorare i ddl governativi, non abbiano mai bocciato i provvedimenti che il Governo ha portato in Aula.
Va detto con estrema chiarezza che in questo nuovo percorso politico il ruolo di gran parte degli ex colonnelli di AN risultava superato. Pur essendo alcuni di loro già passati armi e bagagli con Berlusconi fin da quando esisteva ancora An, pretendevano di continuare a rappresentare Fini senza capire il senso di ciò che andava proponendo e spesso distorcendone il significato o delegittimandolo.
Le prime iniziative di coloro che avevano accolto positivamente il messaggio politico di Fini e che si iniziarono a riunire chiedendo innanzitutto spazi di discussione nel Pdl e liberi congressi vennero ostacolate duramente proprio da alcuni ex colonnelli di An. Non avendo gran chè da proporre se non la gestione del potere, con la distribuzione sapiente di posti, incarichi, candidature, ed essendo consapevoli che la svolta di Fini li avrebbe messi sul lungo periodo politicamente fuori gioco, si misero subito di traverso. Contemporaneamente anche i cortigiani si misero immediatamente all’opera. Nella storia sono loro quelli che più hanno da perdere, dipendendo la loro esistenza politica non da meriti personali, ma esclusivamente dal ben volere del “principe”. Alcuni boiardi della ex Forza Italia erano terrorizzati dalla prospettiva che nel futuro ci potesse essere una diversa leadership. Si comportavano come i Malvoisin o i Fitsurse di re Giovanni.
Lo scenario si aggrava ulteriormente con l’arrivo di Feltri alla guida del Giornale. Sistemato sbrigativamente Boffo, direttore di Avvenire, che aveva osato criticare le inadempienze del governo, il direttore del Giornale, con la convinta collaborazione di chi aveva il dente avvelenato contro Gianfranco e covava da tempo atroci vendette, si getta famelico su Fini.
Con una ostinazione degna di miglior causa, dalla fine di agosto del 2009 non ha più mollato la presa. Praticamente ogni giorno un insulto, un attacco violento, un tentativo di delegittimazione umana e politica.
Non so quale sia stato in tutto questo il ruolo del Presidente del Consiglio, sostanziale dominus del Giornale: ispiratore della linea aggressiva di Feltri o vittima finale? Di certo due cose sono inconfutabili: 1) il Giornale si è trasformato in un organo di fazione politica; 2) come disse esplicitamente Feltri, “se Berlusconi vuole mi può in ogni momento licenziare”.
Fini ha vissuto come una vera e propria aggressione politica questo martellamento continuo e ciò non ha giovato alla serenità del dibattito. Ha pure vissuto come una aggressione politica i tentativi di discriminare i “finiani” attuati da alcuni boiardi del Pdl.
Così come hanno sicuramente aggravato il clima gli insulti e le condanne sempre più esplicite nei confronti del presidente della Camera, che sono venuti con un crescendo rossiniano da alcuni esponenti vicini al premier.
Ora la situazione è ad un passo dalla rottura definitiva. Ma veramente vogliamo far tramontare l’ipotesi che un grande centrodestra plurale possa lanciare sempre nuove sfide ad una sinistra ormai baluardo della conservazione, incapace di evolversi e di pensare con creatività e fantasia al futuro?
Non è possibile provare a tentare un ultimo confronto, senza ultimatum, diktat, ukase e soprattutto senza l’interferenza di boiardi, ex colonnelli, intermediari più o meno rappresentativi, e con il fuoco “amico” che per qualche giorno taccia?

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Maggioranza ampia è idea tatarelliana

24 ago 2010
di Gianmario Mariniello

Mi dispiace che l’amico Altero Matteoli consideri ’strampalata’ la mia proposta di allargare il governo oggi formato da Pdl, Lega, Fli e Mpa ad altri soggetti. La mia è la riproposizione della teoria tatarelliana di ‘oltre il polo’ con l’obiettivo di unire il 65% degli italiani non di sinistra. Tra l’altro prima di me e con più forza questa strategia l’ha tentata il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi di cui Matteoli è ministro, amico e collaboratore. È stato Berlusconi prima di me a chiedere a Casini e Rutelli di entrare in maggioranza, così com’è Berlusconi a ricevere a Palazzo Grazioli parlamentari eletti nel Pd e delusi dal centrosinistra, a partire da Riccardo Villari che sta transitando nel Pdl. La mia, pertanto, è una proposta tatarellian-berlusconiana e la meraviglia che ha suscitato deriva dal fatto che qualcuno vorrebbe sì allargare la coalizione, ma non per rafforzarla bensì per cacciare Fini sostituendolo.

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La politica e le elezioni

23 ago 2010
di Gianmario Mariniello

Mi hanno insegnato che le elezioni costituiscono solo una parentesi (importante) della politica. Le parentesi si aprono e si chiudono, mentre in Italia non solo si vota ogni anno, non solo c’è un clima da campagna elettorale perenne, ma c’è anche chi vorrebbe andare a votare appena qualcosa va storto.
E invece la politica è un’altra cosa: è il regno del possibile, l’arte del compromesso nobile, l’arte di governare, come ci insegna il vocabolario.
Eppure c’è chi pretende di risolvere i problemi politici con il voto. Una concezione primitiva della politica, anzi una concezione che non considera l’esistenza della politica, ritenendo che tutto debba esaurirsi in un’eterna campagna elettorale. E in campagna elettorale si fanno promesse, si lanciano spot, ma non si governa.
Vincere le elezioni non basta. Ronald Reagan – giusto per fare un esempio – ha vinto “solo” due elezioni (e ha perso due volte nella corsa per la nomination repubblicana…) ma ha cambiato il suo Paese, così come aveva promesso.
Silvio Berlusconi ha vinto le elezioni per tre volte, ma la differenza tra quanto promesso e quanto realizzato è – da sedici anni – sotto gli occhi di tutti. A voi il giudizio.
E non sarà l’ennesimo lavacro elettorale a cancellare i problemi politici che – ieri come oggi – Silvio Berlusconi non vuole affrontare. Così si brandisce la minaccia del voto. Dimenticando che oggi in Parlamento c’è una maggioranza ampia e ampliabile che potrebbe fare davvero le riforme che servono al Paese, mentre dal voto potrebbero uscire risultati sorprendenti. Specialmente per Silvio Berlusconi.

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Non consegneremo il Paese all’asse Bossi-Tremonti

23 ago 2010
di Gianmario Mariniello

Silvio Berlusconi ha chiesto alle sue truppe di prepararsi alle elezioni, dando contemporaneamente vita alle “squadre delle libertà”. A parte il nome dei nuovi venditori del verbo berlusconiano, che rappresenta un ossimoro e richiama quello squadrismo politico che non si addice alla nostra epoca storica e a un partito moderato, è evidente che il ricorso alle urne è un’arma spuntata.
Oggi il ricorso al voto lo vogliono davvero soltanto Bossi e Tremonti, il primo per prendersi i voti di Berlusconi e il secondo per prendere il suo posto a Palazzo Chigi. Non le vuole il Paese, non le gradirebbe il Quirinale, non le vuole l’opposizione, non le vuole Fini e non le vogliono quei sessanta – settanta parlamentari del Pdl che dovrebbero lasciare il posto ai leghisti al Nord, a “Futuro e libertà” al Sud e al centrosinistra nelle regioni dove senza il presidente della Camera è impossibile conquistare il premio di maggioranza. E sotto sotto il voto non lo vuole neanche Berlusconi, consapevole ormai che ha solo da perderci.
Se davvero si andasse a elezioni anticipate le uniche due certezze sarebbero il travaso di voti dal Pdl alla Lega e una maggioranza al Senato diversa da quella della Camera. In uno scenario del genere Bossi avrebbe gioco facile a chiedere un passo indietro al Cavaliere, che verrebbe pensionato da quello che ritiene l’alleato più fedele, aprendo così la strada a un governo Tremonti che sarebbe a propulsione leghista e otterrebbe il voto di una maggioranza larghissima che si formerebbe con l’obiettivo reale di mandare definitivamente a casa Berlusconi. È questa la trappola che sta scattando ed è molto difficile per Berlusconi sottrarsi, avendo rotto con i moderati Fini e Casini e avendo affidato la golden share del governo a Bossi e Tremonti.
Se il quadro è questo le truppe di “Futuro e libertà” diventano paradossalmente lo scudo del Cavaliere rispetto alla trappola, ma il presidente del consiglio deve decidere che atteggiamento avere verso Fini e i finiani. La conta sui numeri l’ha sonoramente persa, la campagna acquisti è velleitaria e i tentativi di divisione inutili. Così com’è dannoso pensare di poter negoziare con i finiani senza parlare con Fini. A questo punto è bene chiarire qual è la strategia degli uomini del presidente della Camera, che vanno considerati un tutt’uno con il loro leader.
Il primo comandamento di “Futuro e libertà” è la volontà di non far precipitare l’Italia verso un voto che danneggerebbe il Paese e consegnerebbe il governo all’asse Bossi-Tremonti. Il secondo comandamento garantisce il nostro ancoraggio politico e culturale al centrodestra e quindi l’impossibilità in questo sistema bipolare a valutare alleanze diverse e non omogenee politicamente e culturalmente. Il nostro terzo comandamento prevede che garantiremo la fiducia al governo fino all’ultimo giorno della legislatura e che voteremo tutti i provvedimenti contenuti nel programma perché ci vedono vincolati con gli elettori. Va infine detto che pur allertando Berlusconi rispetto ai rischi che corre non saremo noi a generare contrasti con la Lega, che fa solo il suo mestiere di competitor elettorale del Pdl, o con Tremonti, che fa benissimo il ministro dell’economia anche se rappresenta un equivoco politico per il “Popolo delle libertà”.
A questo punto la partita per Berlusconi diventa veramente difficile. Se va alle urne rischia tutto e rischia molto, se sta fermo minacciando reazioni che non può fare rischia il logoramento nazionale e internazionale. L’unica strada che ha è appellarsi al Parlamento come gli ha consigliato Casini per varare un nuovo governo con un profilo alto e riformatore e una maggioranza più ampia, costruendo una nuova coalizione che comprenda i partiti di Fini, Casini e Rutelli e i moderati del Pd ormai delusi. Sappiamo che per Berlusconi questa strada è quasi impossibile da intraprendere perché dovrebbe sostituire la logica della monarchia aziendale con quella della democrazia repubblicana, condividere scelte con logiche politiche e dar vita a un esecutivo fatto di ministri politici che darebbero un’altra fisionomia al governo che oggi è semplicemente un “governo del Presidente”. Sappiamo che questa ipotesi gli fa accapponare la pelle, ma è l’unica che ha per sopravvivere alla crisi implosiva che ha aperto da solo.

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La logica del ‘prendere o lasciare’ non appartiene alla politica ma al commercio

21 ago 2010
di Gianmario Mariniello

Noi rivendichiamo il diritto di sostenere il governo ma di voler approfondire alcuni argomenti che ci verranno sottoposti apartire dal processo breve fino ad aspetti legati ai processi civili pendenti.
Il capo del governo ha il diritto di chiedere la fiducia ma nel merito dei provvedimenti non può coartare la libertà del singolo parlamentare che, come recita la Costituzione, opera senza vincolo di mandato.
La nascita dei gruppi autonomi di Fli e’ stata la conseguenza dell’espulsione di Fini dal Pdl per incompatibilità politica. Quindi se c’è tradimento dell’elettorato la responsabilità è di chi ha voluto cacciare il cofondatore del partito che, dinanzi agli elettori, e’ stato capolista numero 2 in tutte le circoscrizioni di Italia.
E’ evidente che con la storia politica, il suo prestigio, il suo consenso Fini non puo’ essere un apolide della politica e che se il Pdl lo considera fuori da quel progetto politico, lui avra’ il dovere, nei confronti degli elettori, di dar vita ad un nuovo soggetto politico. Come sempre tutto dipenderà da Berlusconi, che dovra’ scegliere tra i percorsi della politica e quelli della forza muscolare.

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Il Pdl scelga: o lo stalinismo o il pluralismo

21 ago 2010
di Gianmario Mariniello

Il giorno dopo quello che Emilio Fede dalle telecamere del Tg 4 ha definito un documento storico per la politica italiana, e ci permettiamo di dubitarne molto visto che si è trattato di punti presenti nel programma con qualche leggerissima variazione sul tema, si cominciano a fare considerazioni e congetture.
Ma, al di la della dichiarazioni di Italo Bocchino e Silvano Moffa, che chiariscono e sgombrano il cielo da dubbi, resta il fatto che per prendere una decisione definitiva si dovrà analizzare attentamente il testo del documento che un Silvio Berlusconi abbastanza scuro in volto, ha snocciolato in conferenza stampa. Ha ragione Bocchino quando dice che in fondo il documento redatto dai grandi saggi del Pdl è in realtà una sorta di vittoria di Gianfranco Fini. Anche il processo breve per il Presidente del Consiglio non è un processo breve ma l’attuazione dell’articolo della Costituzione che garantisce tempi congrui nella giustizia.

Certo il Cavaliere, per non sembrare troppo accondiscendente con quello che non è uno sparuto gruppetto di 4 gatti e per dare un contentino anche all’alleato leghista, agita sempre meno convinto lo spauracchio del voto anticipato sbandierando i suoi soliti sondaggi da sogno. Ma è innegabile che il documento non è una freccia avvelenata ma una bocca di cannone con un mazzo di fiori al suo interno.

Berlusconi, è chiaro a tutti, ha voglia di andare alla scadenza naturale della legislatura e non intende aprire una guerra che potrebbe rivelarsi disastrosa per lui e le sue truppe e troppo favorevole per quelle “padane”. E fa bene. Ovviamente non si posso buttare alle ortiche visioni politiche ben chiare e precise solo per accontentare i voleri di Silvio Berlusconi. Su questo Futuro e Libertà è sempre stata chiara. Quindi si dovrà attendere, valutare, analizzare e poi decidere. Settembre sarà un mese caldissimo a dispetto dell’arrivo dell’autunno. Se non altro perché si dovrà capire se realmente il Pdl vuole trattare per il bene dell’Italia o andrà dritto, spedito, per la sua strada che al di la del richiamo al diritto del popolo a scegliere il proprio premier, non contempla affatto i diritti e le speranze di una nazione che ha toccato il fondo economicamente, politicamente, socialmente, moralmente ed eticamente.

Il popolo è sempre popolo. Il popolo è nazione, è patria. E non è un mero numero, un utente o un consumatore da indirizzare. Il popolo ha un anima, ha umori, dolori, speranze. Non può essere chiamato solo e sempre a fare sacrifici per colpa di gestioni sbagliate, malate e personalistiche della politica così come accade da ormai 65 anni.

Settembre sarà anche il mese in cui si capirà realmente quali sono le intenzioni nei confronti degli appartenenti a Futuro e Libertà. Sarà il mese dei probiviri. Vedremo, quindi, se Berlusconi seguirà ancora la via stalinista o se capirà che il dissenso e la diversità di vedute è un bene per la politica.

In molti accusano i finiani di utilizzare contro Berlusconi gli stessi metodi della sinistra facendo vedere il Cavaliere come l’emulo del dittatore sovietico. La realtà è però diversa. Chi conosce bene la storia, e soprattutto la storia dei movimenti politici, saprà certamente che Berlusconi, sicuramente sobillato dagli ex appartenenti al Pci che oggi si scoprono anticomunisti ante marcia, ha infatti utilizzato un metodo in tutto e per tutto leninista-stalinista.

Dopo la morte di Lenin, lo scontro all’interno del Pcus, tra Stalin e Trotsky, si fece durissimo. Come è noto a tutti da questo scontro mortale ne uscì vincente Stalin, ma come? Ed ecco che arriviamo al punto sicuramente suggerito a Berluconi dagli ex vetero comunisti del Pdl: Stalin utilizzò un codicillo inserito da Lenin nello statuto del Pcus che vietava il frazionismo all’interno del partito comunista sovietico: cioè la presenza di minoranze e opposizioni interne (norma inesistente nel partito nazionale fascista, sempre ad onor di storia). Trotsky venne così espulso dal Pcus e andò esule per il mondo fino al suo assassinio per mano di agenti della Gpu (la polizia politica sovietica).

Se a settembre i probiviri proseguiranno su quella strada, sia nei confronti dei deputati finiani sia di Fini stesso (che ci sembra siano già inseguiti dagli agenti nemmeno tanto occulti pronti a dare il colpo di grazia alla nuca, ovviamente mediaticamente), l’ala stalinista del Pdl avrà vinto altrimenti vorrà dire che Berlusconi avrà compreso che quella strada non può essere la via percorribile per un partito di centrodestra. Né, tantomeno, per l’Italia.

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Nulla di nuovo sotto il sole

20 ago 2010
di Gianmario Mariniello

Erano giorni che aspettavamo l’odierna riunione del Pdl, che era stata dipinta come una sorta di Gabinetto di Guerra e invece le attese sono andate deluse. Di sicuro i falchi berlusconiani saranno i più depressi. Un po’ di vacanza non gli farebbe male…
A ogni modo, Silvio Berlusconi ha tenuto una conferenza stampa pacata, ha di fatto ripetuto quanto contenuto nel programma elettorale – con qualche forzatura che gli si può concedere, vedi processo breve – e ha rimandato tutto a un documento che verrà redatto dai gruppi parlamentari del Pdl e sul quale si chiederà una fiducia in Parlamento.
Noi abbiamo da sempre detto che voteremo sempre la fiducia al Governo e quindi “no problem”: si va avanti con la Legislatura.
Niente elezioni anticipate, niente rullare dei tamburi e squilli di tromba. Ci si ri-vedrà in Parlamento. E’ la democrazia, baby…

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L’appello del falco: Presidente, recuperi anche me!

19 ago 2010
di Gianmario Mariniello

Caro Presidente Berlusconi,
ho letto della sua volontà di recupero, sotto la sua ala magnanima e protettrice, dei ‘finiani moderati’… a parte che lei (ed è la sua parte, mi creda, che maggiormente apprezzo) non è mai stato moderato in niente e riconoscendo in questo qualcosa che ci accomuna profondamente, so per certo che i moderati non le stanno simpatici neanche un po’.
E allora, mi ascolti, recuperi i falchi. Mi recuperi!!!
In fondo basta poco: inizi convincendosi che Dell’utri (con annessi eroi) Cosentino e famiglia, Verdini e commensali non le sono esattamente di grande utilità lungo il difficile percorso di costruzione di una grande forza europea e modernizzatrice.
Mi ascolti. Li faccia dimettere e li reimpieghi in altre delle sue molteplici attività: hanno capacità e relazioni, seppur pericolosissime, utili a quasivoglia impresa, tranne alla più nobile: quella politica.
Poi ci proponga una riforma della giustizia che velocizzi i processi, senza farli andare in prescrizione, dando giustizia sia alle vittime che agli innocenti e dia risorse ingenti e nuove professionalità e strumenti alle Procure e alle forze dell’ordine, magari smettendo di insultare le prime e trovando i soldi per gli straordinari alle seconde.
Metta definitivamente da parte scudi, lodi e leggi ad personam: vada, invece, alla fine del suo mandato, a difendere davanti ai giudici il suo onore e la sua sacrosanta volontà di rivendicazione della sua trasparenza.
Il 19 luglio, poi, lasci stare il Premio Aznavour e venga con noi in Via D’Amelio a ribadire all’Italia chi sono gli eroi, senza se e senza ma!
Inoltre applichi alla politica del suo Governo il suo indiscutibile amore per la bellezza italiana, espellendo senza bisogno di probiviri, chiunque proponga condoni e sanatorie, avviando la più grande azione di ripristino della bellezza e del paesaggio di tutti i tempi, bloccando cemento, pale eoliche e speculazioni edilizie, con buona pace di cricche e mafie.
Non le chiedo, pur non essendo moderato, di sostituire i triumviri con Bocchino, Briguglio e Granata poiché con questa operazione perderebbe molte colombe finiane e non sarebbe un buon consiglio, ma almeno sostituisca gli attuali attraverso un sorteggio tra tutti i parlamentari del Pdl: se esclude gli ex An (che, oggettivamente, potrebbero aggravare la situazione) non potrà che rilanciare il partito, chiunque venga sorteggiato.
Oppure, con decisionismo schimttiano nomini Fabrizio Cicchitto: è leale senza essere servile, è uno dei pochi ad aver letto qualche migliaio di libri, è ironico e, mi perdoni Presidente, è anche romanista come me (quindi abituato anche alle sconfitte)!
Sostituisca poi, la prego, Capezzone… lo mandi al Grande Fratello e metta al suo posto Mara Carfagna: bella, onesta, di buona famiglia, intelligente.
Due ultime richieste: richiami Kakà e Sheva e ridia il Milan a Leonardo, riconquistando così, oltre il falco padre,la falchetta Andrea, milanista che non gliele ha mai perdonate.
Infine, vada a trovare Gianfranco Fini (dopo aver spostato Feltri a dirigere Chi, dove farà cose egregie) e gli chieda scusa per tutto, iniziando a pensare che in politica la discussione, il confronto, la trasparenza, la legalità non sono il demonio ma l’unico metodo per far diventare un grosso partito, un grande partito per “far bene cose di interesse comune”.
Presidente, in attesa della sua risposta, ho il dovere però di sottolinearle l’unico rischio della mia piattaforma: ‘ritrovarci’ con un Pdl fatto da 34 deputati e 10 senatori. Sono i rischi dell’audacia!
Contro tutti i moderati e i moderatismi, hasta la Victoria Presidente.

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