Mercoledì, 08 settembre 2010

Articoli marcati con tag ‘Politica’

La Lega, Fli e il federalismo

08 set 2010
di Gianmario Mariniello

Qualche giorno fa l’ex (bravissimo) Sindaco di Milano, Gabriele Albertini, ha rilasciato un’intervista al “Giornale”. Tra le tante cose affermate, due vanno evidenziate, perchè sono di grande attualità.
Albertini disse che Futuro e Libertà “non è federalista e per me il problema più drammatico è la divisione dell’Italia tra produttori e parassiti”. Sul primo punto, potremmo citare il discorso di Fini a Mirabello. “Il federalismo fiscale è una grande occasione per l’Italia”, “il federalismo è possibile solo se è nell’interesse di tutta l’Italia”, “il nord ha bisogno del federalismo a condizione che sia nel nome dell’interesse generale”, “il Meridione ha tutto da guadagnare da una riforma in senso federalista” e via dicendo. Quindi Albertini stia tranquillo. Lo aspettiamo a braccia aperte.
Anche perchè ha ragione sul secondo punto: in Italia c’è una divisione tra produttori e parassiti. Per attaccare queste rendite bisogna puntare su “privatizzazioni e liberalizzazioni”, come ha detto sempre Fini a Mirabello. Ma da questo orecchio sia il partito di Berlusconi sia la Lega non ci vogliono sentire. Tutto è funzionale alla gestione del potere, specie negli Enti locali e questo Albertini lo sa bene. Le riforme, compreso il federalismo, non interessano. La conferma l’abbiamo avuta anche oggi: la Lega chiede le elezioni. Non ne vuol sapere di andare in Parlamento, confrontarsi con gli alleati e completare il pacchetto di riforme. E’ la differenza tra una forza populista e una forza responsabile: la prima ha come ragione sociale la propaganda, la seconda pensa alle riforme. La differenza non è di poco conto.

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Fini: 15 anni di discorsi “tra le nuvole”

08 set 2010
di Gianmario Mariniello

Da www.tg24.sky.it – I segni più evidenti sono le rughe e il colore dei capelli. Ma per scoprire che Gianfranco Fini è cambiato negli ultimi 15 anni basta ascoltare le parole. Quelle, ad esempio, utilizzate nei tre discorsi che hanno segnato i grandi cambiamenti politici del presidente della Camera. Dalla cosiddetta svolta di Fiuggi del 1995, con l’addio al Movimento Sociale Italiano e la nascita di Alleanza Nazionale al matrimonio ufficiale con Berlusconi sotto il simbolo del Partito delle Libertà. Fino a domenica 5, a Mirabello, dove viene delineata una nuova idea di centrodestra in totale contrapposizione con quella del Cavaliere e dei suoi alleati.
Abbiamo preso in considerazione i tre interventi di Gianfranco Fini e li abbiamo confrontati attraverso il meccanismo delle “tag cloud”. Basta inserire l’intervento integrale in siti come Wordle per ottenere una rappresentazione grafica in cui le parole si dispongono con una dimensione diversa a seconda di quante volte vengono utilizzate nel testo (guarda la gallery). Come se fossero delle nuvole. L’approccio non pretende di avere un valore scientifico. E’ solo un modo per osservare da un’altra prospettiva i fatti (e le parole) della politica.
Nel discorso di Fiuggi una nuvola oscura le altre. E’ quella della destra, che ricorre ben 31 volte. Quando nel 2009 Alleanza Nazionale confluisce definitivamente nel Partito delle Libertà il termine trova spazio “solo” 22 volte. E a Mirabello? C’è spazio per il termine solo in tre momenti e solo per ricordare quanto il piccolo comune in provincia di Ferrara sia un luogo storicamente importante per la “destra” italiana. In compenso per 5 volte si parla di “centrodestra”, un termine ignorato nel 2009 e utilizzato invece due volte in occasione dell’addio al Movimento Sociale Italiano.

Quello di domenica 5 alla Festa Tricolore è stato per molti un discorso programmatico. Non a caso la parola “politica” sovrasta nel grafico tutte le altre. “Federalismo”, “giustizia”, “magistratura” e “programma” sono tutte parole che rientrano nell’idea di “politica” della terza carica dello stato.

Impossibile ignorare la nuvola di Berlusconi: il nome del presidente del Consiglio ricorre ben nove volte nell’ultimo intervento (otto in quello precedente, tre nel discorso di Fiuggi).
Quantità a parte conta anche il modo in cui il premier viene citato. “Abbiamo avuto momenti difficili, abbiamo avuto gli alti e i bassi – diceva nel 2009 – ma, nell’arco di questo quindicennio che ha cambiato la storia italiana, non è mai accaduto che tra noi e il partito di Berlusconi ci fosse il momento della rottura insanabile”. Ma erano altri tempi, quando il cielo del centrodestra non era ancora così nuvoloso.

*Articolo pubblicato sul sito di SkyTg24

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Scacco al Re o scacco matto?

07 set 2010
di Gianmario Mariniello

Prima della pausa estiva ho cercato di ricostruire la vicenda che ha condotto all’editto del 29 luglio, addebitando buona parte della paternità di quel disastro politico agli “ex colonnelli”. Successivamente ci fu lo “show down” degli stessi, che tradendo in maniera definitiva la propria storia politica, scelsero di seguire Berlusconi e non Fini. L’ultimo tassello di questa ricostruzione, oggi confermata ed avvalorata dall’intervento del Presidente Fini a Mirabello, è stato incasellato ieri sera nella riunione di Arcore.
Dopo l’atteso discorso del “co-fondatore eretico”, che in definitiva ha confermato la sua volontà di restare nel centro-destra, a sostegno del governo Berlusconi, seppur in una posizione di critica costruttiva basata su proposte politiche chiare ed inequivocabili, i nodi sono venuti al pettine. Umberto Bossi, senza indugio, ha fatto la sua mossa: “ora basta, adesso al voto”. Il Presidente del Consiglio e tutti gli “ufficiali di complemento” hanno assistito inermi alla sopraffazione dell’unico alleato rimastogli, che, con la solita scaltrezza politica, gli ha messi spalle al muro. Chapeau!
L’unico “coup de théâtre” che il Cavaliere è riuscito a mettere in campo, in questa occasione, è stato il maldestro tentativo di chiedere al Presidente della Repubblica il licenziamento in tronco del Presidente della Camera. Ovviamente, nella sua concezione padronale, dopo aver capito che la terza carica dello Stato non è alle sue dipendenze, ha immaginato che tale rapporto potesse esistere con Napolitano, che rappresenta la carica istituzionale dello Stato più alta.
Lo scacco di Bossi a Berlusconi e a quel che resta del PdL dimostra, senza tema di smentita, che nel tentativo di eliminare il socio scomodo, il partito di maggioranza relativa ha consegnato all’alleato nordista il comando della coalizione.
Fortunatamente la corsa forsennata alle elezioni dei leghisti, che potrebbe determinare un rafforzamento elettorale della Lega Nord ai danni della corte berlusconiana, può essere ancora fermata. Bisogna fermare le pulsioni egoistiche e totalitarie per ritornare alla centralità della politica. Solo grazie all’arte alta e nobile, di cui ha parlato Gianfranco Fini a Mirabello, sarà possibile evitare che il più grande partito del Popolo Italiano passi alla storia come il più grande trampolino di lancio per le ambizioni espansionistiche di Bossi e compagni.
In caso contrario lo scacco al re diventerà scacco matto.

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Bossi e Berlusconi salgono al Colle? “Ma mi faccia il piacere”

07 set 2010
di Gianmario Mariniello

Devo confessare che non ce l’ho fatta a non sorridere alle parole pronunciate da Bossi all’uscita della reggia di Arcore. No, non ce l’ho fatta perché, ancora una volta, il leader leghista d’intesa con il Presidente del Consiglio hanno preso per il naso i propri elettori e gli elettori tutti del centro destra. Insomma, hanno mentito sapendo di mentire. Berlusconi, conscio del pericolo che correrebbe andando a quelle elezioni anticipate richieste con forza dalla Lega (pronta a gettarsi sul cadavere del Pdl che non c’è più), ha stoppato per la seconda volta il ministro delle riforme e alla fin, entrambi, forse per non fare una figuraccia nei confronti dei falchi, gli ex colonnelli di An e i post comunisti presenti in massa nelle fila degli ex forzisti, si inventano una strada che non c’è.

Un po’ Peter Pan un po’ Don Chichiotte tirano fuori dal cilindro magico una ascesa al Colle, ma non per andare a meditare sulle vette, bensì per farsi dire un totesco (o tottesco fate voi) “ma mi faccia il piacere” alla luce di un intervento istituzionale impossibile per cacciare Gianfranco Fini dalla Presidenza della Camera.

Insomma una sorta di “facimme a ‘mmuina” in salsa padana.

Va bene che la politica è compromesso ma così si vuole prendere per il naso, per non dire qualche altra cosa, gli elettori e gli italiani tutti. E se così non fosse vorrebbe dire che abbiamo ministri e Presidenti del Consiglio che non conoscono le regole del gioco, il che è ben più grave.

Nessuno, nemmeno il Presidente della Repubblica, può mettere mano su una carica istituzionale come quella del presidente della Camera. E nemmeno su quella del Senato, perché espressione di un voto delle due assemblee parlamentari che sono sovrane e a loro volta espressione del voto popolare non certo dei partiti. Almeno stando alla teoria (una teoria di fatto sconfessata da una legge elettorale che è un vero schifo).

Appare quindi chiaro che Berlusconi non ha nessuna intenzione di andare a un voto che lo vedrebbe, nella migliore delle ipotesi, prigioniero ed ostaggio dei leghisti. Meglio, molto meglio, un patto di legislatura con Futuro e libertà che a questo punto irrompe prepotentemente sulla scena politica italiana andando a tagliare quel nodo scorsoio che pian piano Bossi ed i suoi stavano facendo scorrere attorno al collo di questa Italia che si appresta a festeggiare i suoi 150 anni di unità nazionale.

Dopo Mirabello il segnale lanciato è chiaro, anche a coloro che fanno finta di non aver capito o di essere sordi. Nessun rallentamento, si va avanti. Il partito verrà ben prima di quanto taluni si aspettano, così come il patto di legislatura. Non è paura di perdere la poltrona, perché quella ce l’hanno molto amici che sono rimasti nel Pdl e si dicono berlusconiani convinti. Sanno che andando al voto potrebbero non tornare in parlamento. Questo perché sono fedeli, e soprattutto, si fidano del loro nuovo generale. E qui un nuovo “ ma mi faccia il piacere”, ci sta tutto.

Per altri la nascita di un partito come Futuro e Libertà, un partito di destra moderna, proiettato nel futuro, sarebbe una vera iattura. Se non fosse altro perché Gianfranco Fini, criticabile quanto si vuole, è un catalizzatore di voti e lo dimostrano le migliaia di adesioni di questi mesi e soprattutto da domenica scorsa. Adesioni che arrivano anche dai molti che abbandonano le piccole formazioni di destra, nate in questi anni, ma che non sono state in grado di crescere e soprattutto di dare prospettive e futuro perché, alla fin fine, non sono altro che orticelli personali costruiti ad immagine e somiglianza del ducetto di turno. Un male che ha sempre prosperato nella destra italiana fina dalla notte dei tempi.

Una nuova sfida, dunque, è stata lanciata. In molti l’abbiamo raccolta. Così com’è nel nostro stile.

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E’ rinato in me l’orgoglio di essere cittadina italiana

07 set 2010
di Gianmario Mariniello

Parto dalla premessa che il mio articolo non è un articolo politico ma sono riflessioni di una donna arrivata in Italia dieci anni fa.
In questo periodo ho lavorato per occupare un posto nel mondo lavorativo italiano e ho sostenuto e aiutato i miei connazionali onesti. Ieri sera, a Mirabello, è stata scritta una pagina importante della storia italiana. Con il discorso dell’On. Fini è praticamente nata una nuova destra italiana moderna ed europea. E’ stato dimostrato che per fare politica non devi essere uno “yes man” o portare tacchi a spillo; devi credere nelle tue idee, nella libertà di parola, nei valori della democrazia.
Praticamente domenica è stato presentato il programma di un nuovo partito (anche se non costituito).
Un partito che pensa a rispettare e lavorare per integrare i cittadini stranieri onesti che giorno per giorno portano il loro contributo all economia italiana (basta pensare alle 226.000 imprese individuali gestite da cittadini stranieri presenti in Italia)
Un partito che vuole rilanciare il “made in Italy” dando sostegno e applicando politiche sane rivolte alle piccole imprese, il motore della nostra economia.
Un partito che vuole i lavoratori autonomi e lavoratori dipendenti “dalla stessa parte della barricata.
Un partito che pensa ai giovani e a ridare loro la fiducia nel futuro, a mettere un punto definitivo alla fuga dei cervelli all’estero e all’indifferenza con cui guardano cioò che li circonda.
Un partito che rispetta le istituzioni e vuole che il cittadino si senta protetto dallo stato tramite la legislazione, assistenza sociale, ecc.
La necessità di cambiare la legge elettorale che rifletta veramente la volontà degli elettori come base fondamentale di una società democratica.
In una parola un partito vero fatto da uomini e donne uniti da un unico desiderio quello di rilanciare Italia con una politica con la P maiuscola.
Grazie presidente Gianfranco Fini, di aver fatto rinascere in me l’orgoglio di essere cittadina italiana.

* Circolo “Generazione Italia-Italia di domani” Roma

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Il gatto, la volpe e il Quirinale

07 set 2010
di Gianmario Mariniello

“Il Capo dello Stato non ha alcun potere in relazione alla permanenza in carica di un altro organo costituzionale, com’e’ il Presidente della Camera”, ci ha ricordato il Presidente emerito della consulta, Antonio Baldassarre.
Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, “non ha poteri di governo delle assemblee parlamentari”. Così il costituzionalista Michele Ainis. E potremmo proseguire all’infinito.
Non sappiamo chi sia stato l’intelligentone che ieri sera ha consigliato a Bossi e Berlusconi di andare al Quirinale a chiedere le dimissioni di Fini. E ancor meno intelligente è stata la scelta di seguire il consiglio. Così come ci appare paradossale la richiesta di elezioni. Motivo: il discorso di Fini a Mirabello. Sembra uno scherzo ma non lo è.
I problemi che ha posto Fini sono politici. La maggioranza c’è, non la metteremo certo in discussione. Almeno non noi. Manca invece la politica. Che non c’è quando si vanno a fare passeggiate senza senso al Quirinale o quando si invocano elezioni anticipate senza motivo.
La verità è che Berlusconi si è incartato. Estromettendo Fini dal Pdl il premier ha mutato gli equilibri interni alla maggioranza. Andando al voto si accollerebbe una responsabilità talmente pesante da non reggere alla prova elettorale, a parte la legge elettorale che almeno al Senato potrebbe non fornire una maggioranza. E così adesso Berlusconi non sa che fare. E crea confusione. Capita, quando si mette da parte la politica.

UPDATE: (ANSA) – ROMA, 7 SET – Al Quirinale, per il momento, non è ancora intervenuta alcuna richiesta di incontro da parte del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, e del leader della Lega Umberto Bossi. Lo si e’ appreso a margine dell’incontro pubblico del presidente Giorgio Napolitano e la presidente finlandese Tarja Halomen con la stampa. (ANSA).

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La sfida di Fini è sui contenuti

07 set 2010
di Gianmario Mariniello

Dopo nemmeno 48 ore dall’intervento del Presidente della Camera Fini a Mirabello non faccio altro che leggere commenti deprimenti. Deprimenti perché oltre alla simpatia o antipatia verso Fini non si legge mezza parola sulle questioni fondamentali poste nel corso di un discorso forte di un’ora e mezza. Discorso assolutamente in linea con quello pronunciato dallo stesso Fini durante lo scioglimento di AN ed alla Costituente del PdL dove tutti applaudivano in primis il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Non ha caso nei Manifesti si scriveva “Più sicuri c’è Alleanza”.

Fini nel Suo lungo ed articolo discorso ha proposto una revisione della legge elettorale per passare dalle “nomination” alla elezione dei propri rappresentanti istituzionali; ha proposto un codice etico per chi ricopre incarichi istituzionali; invertire la precarietà attuale con la flessibilità; ha proposto il quoziente familiare; ha proposto una grande assise per stringere un forte nuovo patto tra capitale e lavoro; ha proposto un’inversione di tendenza affinché siano i nipoti a tutelare i nonni e non viceversa; ha proposto un’inversione di tendenza sul welfare per affrontare anche il drammatico problema della natalità zero; ha proposto investimenti nella scuola, infrastrutture, ricerca, competitività; ha proposto di approfondire il tema di un federalismo di stampo sociale rispetto a quello che si paventa essere un possibile secessionismo velato; ha posto il problema della meritocrazia; ha ricordato l’abolizione delle Province scritto nel Programma; e molto altro ancora.

Le risposte a questi legittimi quesiti politici? Fini è antiberlusconiano; Fini deve essere cacciato; Fini è come Follini; Fini fa un discorso di rottura; Elezioni anticipate (la Lega Nord per l’Indipendenza della Padania trema ad un PdL forte e rinnovato); il PdL è un Partito vivo e vegeto e va bene così; Fini di qua e Fini di là. Insomma, una becera e squallida caccia alle streghe finiane di antica memoria; un ritorno al Medioevo politico e culturale. Ma gli elettori del Centro-Destra italiano si aspettano queste risposte o altre? Gli elettori che sono nel PPE si attendono questo o altro? Gli elettori e gli addetti ai lavori propri del PdL sono “contenti” di come vanno le cose? Il Popolo italiano, la gente comune, avrebbe piacere che si affrontassero questi temi o “va bene così”?

Io credo che Berlusconi ed il PdL abbiano di fronte una grande opportunità di rilancio. Non coglierla farà solo male al popolo italiano, al PdL e a Berlusconi. Caro Presidente Berlusconi diffidi da chi le consiglia “il muro contro muro” e si ricordi che “il medico pietoso uccise l’ammalato”.

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Focus di Generazione Italia sul discorso di Fini a Mirabello

06 set 2010
di Gianmario Mariniello

Quali sono le opinioni degli italiani rispetto all’atteso intervento fatto ieri da Gianfranco Fini a Mirabello? Lo ha verificato l’istituto Crespi Ricerche attraverso un panel di individui che ieri hanno visto o ascoltato il discorso e che per il 76% lo ha giudicato complessivamente positivo. Così come il 63% esprime un giudizio positivo sulle posizioni assunte rispetto al PDL, Berlusconi ed il Governo.
Più tiepida, con un giudizio positivo del 51% degli intervistati, è invece la reazione rispetto a quanto dichiarato sulla vicenda di Montecarlo che quest’estate ha riempito le pagine dei giornali.
La metà del campione si dichiara d’accordo con Fini quando dice che il PDL non esiste più, anche se il 70% non crede che andrà avanti senza ribaltoni o cambi di campo.
Entrando nel dettaglio dell’intervento sono complessivamente piaciute le dichiarazioni rispetto al tema della giustizia, sulla necessità di garantire al Premier la possibilità di governare ma non attraverso leggi ad personam su cui si dichiara d’accordo il 55%; sulla necessità di una riforma elettorale che permetta agli elettori di scegliere i parlamentari con un accordo del 70%; sul federalismo che deve essere fatto nell’interesse di tutti con un accordo del 70%; ben il 90% si dichiara d’accordo con il quoziente familiare, mentre l’assise del lavoro per il rilancio dell’economia divide il campione a metà tra chi la ritiene utile e chi no.

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Avanti con Futuro e libertà

06 set 2010
di redazione

Care amiche e cari amici di Mirabello, ogni volta che ho avuto modo di prendere la parola in questo piccolo paese che mi è caro per tante ragioni, ogni volta, ho sempre provato una certa emozione. Per ragioni note, perché qui affondano le radici di una parte della mia famiglia, perché qui anni fa un uomo certamente capace di guardare avanti, indicò al suo popolo la necessità di un salto di generazione. E credo che la presenza qui di un uomo come Mirko Tremaglia sia la più bella dimostrazione di quella idea e continuità. Mirabello come luogo – per tanti di noi – delle emozioni, che nel corso del tempo, dall’Msi ad An, si sono rinnovate. Qui la destra italiana ha vissuto dei momenti importanti. Qui, con Pinuccio Tatarella, annunciammo An. Qui, preconizzammo quell’ulteriore svolta che portò al Pdl. Ma, tutte le volte, credetemi, l’emozione è quella di ieri. Ma credo che mai nel mio cuore ci sia stata un’emozione  forte come quella che provo ora. Questa festa del 2010, appuntamento rilevante per l’intera politica italiana, non solo per il Pdl. Mirabello è per un giorno la capitale della politica italiana. E credo, caro Vittorio Lodi, che questo sia il regalo più bello che ti possiamo fare: un appuntamento per la politica nazionale. Un ringraziamento sincero a Vittorio, a tutti gli uomini e le donne che ci hanno raggiunto da tutto il paese. È la dimostrazione di un popolo che è qui perché non precettato, ma sente il profondo desiderio di partecipare, di ritrovare l’impegno politico, all’insegna di alcuni valori. Un popolo di uomini e donne che si ritrova. Spero che questa piazza che mi dà forza, e vi ringrazio, in questa fase di difficoltà possa esser l’occasione da parte mia per dare un contributo di chiarezza su quello che è accaduto e su quello che accadrà. Che cosa è accaduto in questo periodo estivo? Non lo si capisce se non si va indietro al 29 luglio. Quando l’ufficio politico del Pdl, dopo una riunione durata un  paio d’ore, in mia assenza, mi ha di fatto estromesso dal partito, che io ho contribuito a fondare in rappresentanza della destra italiana. Al termine di questa riunione è stato approvato un documento in cui è scritto che la nostra linea politica era un continuo stillicidio, spesso in sintonia con l’opposizione e i temi della sinistra, e partecipe – questa fa ridere – con l’azione delle procure. Per cui Fini non sarebbe stato coerente con i principi del Pdl. E quindi, per fare chiarezza non c’è stata alcuna fuoriuscita, nessun tipo di scissione, nessun atteggiamento teso a demolire. Di fatto, un atto profondamente illiberale che nulla ha a che spartire con il pluralismo proprio di un partito liberale. Un atto, non ho difficoltà a dirlo, che forse è stato ispirato da quel libro nero del comunismo che ci fu regalato al congresso di An, un atto in perfetto stile stalinista. Quel documento fu una brutale aggressione al dissenso, teso ad annullare ogni tipo di diversità. E allora ragioniamo, chiediamoci. In quello che è stato definito “partito dell’amore” è possibile fare delle critiche? Da parte mia ci sono state, abbiamo fatto anche proposte. È possibile dire, ad esempio, che a fronte di un governo che per certi aspetti ha ben fatto contro la crisi, forse si potevano modulare in modo diverso quei tagli lineari alla spesa che hanno determinato due clamorose proteste. Mi ha ferito, ad esempio, quando a Venezia ho visto le forze di polizia manifestare il proprio dissenso.
Credo che meriti rispetto ogni dirigente, ogni cittadino colpito da quei tagli che non andavano fatti, e penso anche ai tagli ai fondi alla scuola, causa della protesta dei precari che ancora non sanno se fra qualche  giorno avranno la cattedra. Non è una critica demolitoria. Allora, è lecito avanzare critiche, esprimere dubbi? Come quelli nei confronti del federalismo fiscale, non in sé ma per come viene attuato. Il federalismo fiscale è una grande occasione per l’Italia, certo, ma in alcuni momenti è apparso che così non fosse. Lo so che sono prospettive non condivise da tutti. Ma io le ho avanzate consapevolmente. Per esempio, quando si parla di lotta all’immigrazione clandestina si deve parlare anche di integrazione dell’immigrato onesto. E ancora, il garantismo è un principio sacrosanto, ma mai e poi mai può essere considerato una sorta di impunità permanente: garanzia dell’imputato, certo, ma i processi si devono svolgere. Tutto questo è eresia, è disfattismo? È stillicidio polemico ribadire che la magistratura è un caposaldo della democrazia? Non si può a causa di qualche mela marcia contestare quello che rimane un presidio della nostra Repubblica. È uno stillicidio dire che noi siamo un grande partito nazionale, e che proprio perché deve avere a cuore tutti, da Vipiteno a Lampedusa, non può appiattirsi su un alleato come la Lega che ha dimensione locale? Perché accontentare un migliaio di produttori di latte che sforavano le loro quote solo per compiacere Bossi a scapito di tanti agricoltori onesti? Il Pdl doveva essere un grande partito nazionale, un grande partito occidentale. Con valori di riferimento precisi: libertà, rispetto e dignità della persona umana. E se non fossi stato espulso dal Pdl avrei detto quello che dico adesso: quello di Gheddafi a Roma, un personaggio che non ha nulla da insegnarci, è stato uno spettacolo indecoroso. Da ex ministro degli Esteri conosco le ragioni della realpolitik, posso anche arrivare a dire che ci possa essere una quota di realpolitik in una logica di interessi nazionali. Ma questo non può portare a una sorta di genuflessione. E allora, continuando, è possibile dire all’interno del Pdl, come ho detto in passato, che c’è un preciso dovere per chi ha responsabilità istituzionali, quello di rispettare le altre istituzioni? Quando il premier chiede che gli venga riconosciuto il rispetto dovuto, lui deve riconoscerlo agli altri, in primis al capo dello Stato che rappresenta la Costituzione. E si deve rispettare il Parlamento, che non è una dependance dell’esecutivo. E non lo dico da presidente della Camera, ma perché devono essere equilibrati i poteri. È stillicidio dire che governare è una nobile e ardua impresa ma non può mai significare comandare? Sì, perché governare significa comprendere le ragioni di tutti e garantire equilibrio. E sempre per essere chiari: era stillicidio, provocazione, boicottaggio, ribadire che il Pdl doveva essere la garanzia di portare a termine grandi riforme economiche e istituzionali? È vero, la crisi è stata un ostacolo. Ma perché non si parla più di una grande riforma per far nascere l’alba di una nuova repubblica? Non avevamo concepito il Pdl per mantenere l’esistente, ma come forza di vero e autentico cambiamento.
E, ancora, è stata dimostrazione di preconcetta ostilità ribadire che in questa fase di crisi – in cui è ancora più indispensabile l’impegno per una politica con più attenzione al sociale – promuovere la rivoluzione del merito che deve diventare non un impegno elettorale, ma un atto politico conseguito giorno per giorno per privilegiare chi è più capace. E ritengo di avere diritto di porre alla mia comunità politica anche quesiti scomodi e questo non credo meriti il gesto infastidito di chi li dice incompatibili con l’atteggiamento politico. Il presidente del Consiglio, lo dico senza ironia, ha tanti meriti, ma anche qualche difetto: innanzitutto quello di non capire che in una democrazia non può esserci eresia. Gli siamo tutti grati per quello che ha fatto nel ’94, per aver battuto la cosiddetta macchina da guerra, ma la gratitudine non implica che non possa esistere il confronto, che i distinguo debbano essere accusati di lesa maestà: perché non siamo un popolo di sudditi. Io gli ho contestato la sua attitudine a confondere la leadership con quello che è l’atteggiamento di un proprietario di azienda. Proprio perché il Pdl ha aperto orizzonti di grandi speranze, non può essere derubricato a contorno del leader, ma deve essere una fucina di idee, un polmone che respira e dà ossigeno all’intera nazione. Rivendicare la possibilità di esprimere opinioni non è boicottaggio ma democrazia interna, fisiologia di un partito di massa, non teatrino della politica. È possibile che la sola volta in cui si sia riunita la direzione del Pdl abbia segnato il momento di avvio del processo che ha portato al 29 di luglio? Giorno che considero lesivo non della mia persona, ma di un grande partito che è il Pdl e si fonda sulla democrazia.
Continuare in questa dialettica interna non significa tradire gli elettori perché ci sono tanti, tanti elettori del Pdl autenticamente moderati che non si accontentano dell’affermazione “siamo il partito dei moderati”. Ci sono per davvero tanti elettori del Pdl convinti che la ragione prima della politica sia garantire l’interesse generale, della polis, l’interesse nazionale, non l’interesse di una parte. C’è gente che non capisce perché il Pdl anziché lavorare per unire, lavori per dividere, per alzare gli steccati, per determinare scontri.
Ecco il Pdl autenticamente nazionale. Certo, questi elettori del Pdl sono in molti casi donne e uomini che hanno votato Alleanza nazionale, ma non solo. Sono elettrici ed elettori di altre tradizioni politiche. E ne abbiamo avuto la riprova dopo l’espulsione, quando si sono costituiti i gruppi di Futuro e libertà. Si sono uniti uomini e donne che non avevano avuto niente a che fare con quella tradizione politica.
Il ringraziamento che voglio fare è a quei parlamentari che non erano mai stati a Mirabello. Fli non è An in sedicesimo. Chi lo pensa non ha capito assolutamente nulla. Qui c’è il tentativo difficile ma doveroso di non disperdere quel sogno. Dobbiamo dare risposte alle tante donne e ai tanti uomini che nemmeno leggono più le pagine della politica, che nutrono fastidio per telegiornali e giornali che sembrano essere fotocopie. Nel Paese sta crescendo il distacco nei confronti della politica. Fli, come punto di riferimento di tanti elettori che nelle ultime elezioni magari si sono astenuti o che nelle prossime amministrative, senza un’alternativa, si asterrebbero. Sono elettori che ci dicono di andare avanti, di cercare di difendere non solo le nostre buone ragioni ma i principi originari, più autentici del Pdl, che ci chiedono di dar vita a una buona politica, che è l’unico antidoto alla sfiducia crescente nelle istituzioni. Quando tante persone perdono fiducia nella politica è la vigilia di momenti che possono essere più problematici. Il Pdl, come lo avevamo concepito e voluto, è finito il 29 luglio perché è venuta meno la volontà di dar vita a quel confronto di idee che è il sale della democrazia. Il Pdl non c’è più, ora c’è il partito del predellino. Per certi aspetti il Pdl è Forza Italia che si è allargata con qualche colonnello o capitano che ha soltanto cambiato generale e magari è pronto a cambiarlo ancora. E il fatto che il Pdl non c’è più è la ragione per la quale è facile rispondere alla domanda: cosa accadrà? Ed è molto più facile rispondere se si ragiona, piuttosto che se ci si fa prendere dai desideri o dalle paure. Fli non può rientrare in ciò che non c’è più, non accadrà. Non si entra in ciò che non c’è più, si va avanti con le nostre idee, con il nostro impegno, con la nostra elaborazione politica. Non ci ritiriamo in convento né erriamo raminghi in attesa del perdono.
I gruppi parlamentari non possono essere trattati – Berlusconi è un uomo di spirito e non se la prenderà – come se fossero dei clienti della Standa, che se cambiano il supermercato dove fino a quel momento si sono serviti ottengono poi il premio di fedeltà. I parlamentari che stanno con noi hanno voglia di far politica, di parlare con la gente. Si va avanti con le nostre idee, con le nostre proposte, si va avanti senza farci intimidire da quello che è stato definito il “metodo Boffo”, messo in campo nell’ultimo mese da alcuni giornali che dovrebbero essere il biglietto da visita del cosiddetto partito dell’amore. E se questo è l’andazzo, immaginate se non erano amorevoli cosa poteva succedere. Non ci facciamo intimidire perché di intimidazioni ne abbiamo vissute ben altre, in anni in cui i pericoli per la destra erano ben altri. Non ci facciamo intimidire da campagne paranoiche e patetiche. Paranoiche perché indecenti, e patetiche perché non si rendono conto del disprezzo che gli sta montando attorno.
Noi attendiamo fiduciosi i riscontri della magistratura, che dirà e stabilirà i responsabili di tanta volgarità, di tante menzogne e falsità. Altro che valori della libertà. È stato un atteggiamento infame, non perché rivolto alla mia persona, ma alla mia famiglia, ed è tipico degli infami. Si va avanti e lo si fa per tenere fede allo spirito delle origini, si va avanti per non tradire lo spirito del Pdl, si va avanti per evitare che il governo commetta altri errori, si va avanti – e se lo tolgono dalla testa – senza cambi di campo, senza ribaltoni e ribaltini, perché da questo punto di vista le polemiche sono indice dello scarso livello del comprendere. Si va avanti convinti, come siamo, della necessità di portare a termine il patto scritto con gli elettori, senza dimenticare parte del programma, senza inventare altre cose che poi diventano, a comando, emergenze. Si va avanti anche quando il presidente del Consiglio presenterà il patto dei cinque punti – la riforma della giustizia, il Mezzogiorno, il federalismo, il fisco e la sicurezza – è di tutta evidenza che i nostri capigruppo parleranno chiaro e forte e parleranno senza distinzioni tra falchi e colombe, perché a noi non interessa l’ornitologia.
E i parlamentari di Futuro e libertà, se vogliono ridare dignità e spirito di attuazione a quello che era il progetto del Pdl, possono opporsi ai capisaldi del programma? E allora sosterremo da donne e uomini liberi questo programma. Ma credo che non possa essere negato, a noi come a nessun deputato o senatore della maggioranza, di chiedere come si declineranno questi obiettivi del programma. Con spirito costruttivo chiederemo come si vuole dare vita a questo programma. Fli non rema contro, ma rappresenta l’azione politica di chi vuol far camminare veloce il governo in modo proficuo ristabilendo anche un buon rapporto con la pubblica opinione (perché c’è qualche segnale di stanchezza, amici miei, sondaggi o non sondaggi). Cercheremo di dare vita a un patto di legislatura, dunque, per riempire di fatti concreti gli anni che ci separano da quando andremo a votare. È un “interesse nazionale”, e per questo riteniamo che sia avventurismo politico minacciare un giorno sì e l’altro pure le elezioni, magari per intimidirci e magari per regolare i conti con qualcuno. Governare è fatica, confidiamo nel senso di responsabilità di tutti, nessuno escluso. Perché il fallimento di questa legislatura sarebbe un fallimento per tutti: per me, per Fli, per Berlusconi. E credo che ne sia cosciente, Berlusconi. Perché al di là di tante espressioni polemiche, quando si ottiene una fiducia talmente ampia e si ottiene una maggioranza parlamentare come mai era capitato nella storia della Repubblica, la prima cosa da fare non è mettere alla porta il dissenso o chi magari è antipatico, ma governare. Siamo certi che un patto di legislatura posa garantire la legislatura. E credo che ne siano consapevoli anche Bossi e la Lega. Bossi capisce gli umori della gente, è un leader popolare. Abbiamo polemizzato spesso, è vero. Solo chi non conosce la storia, oltre che la geografia può pensare che la Padania esista per davvero! Bossi ha capito che quella bandiera che ha alzato per primo anni fa, anche raccogliendo l’ironia e lo scetticismo di molti, il federalismo, può essere una bandiera da alzare, che determinerebbe il compimento di quella missione storica che Bossi ha dato al suo movimento. Ma il federalismo è possibile solo se è nell’interesse di tutta l’Italia. Bossi è uomo concreto, sa che il nord ha bisogno del federalismo a condizione che sia nel nome dell’interesse generale. E potrei tranquillamente dire che nella commissione bicamerale con trenta componenti per il federalismo fiscale, il nostro senatore Baldassarri è determinante. Allora, discutiamo assieme a Lega e a Forza Italia allargata di che significa federalismo equo e solidale. È una grande questione che non si riduce al rapporto tra Calderoli e Tremonti. Si può realizzare a patto che si stabiliscano i costi standard.
Il Meridione ha tutto da guadagnare da una riforma in senso federalistico, nella quale è indispensabile valutare i costi standard nelle regioni, perchè nessuno può obiettare il fatto che i costi in Emilia Romagna non sono la stessa cosa di quelli in Calabria. Nessuno difende la spesa storica, quella in base alla quale le amministrazioni si vedevano pagare le loro spese a pié di lista, ma la definizione dei parametri di spesa non può non essere discussa, come si deve discutere dei tempi del federalismo o di cosa voglia dire fondo perequativo. Tanto più che, con questa riforma dobbiamo essere all’altezza di una ricorrenza, quella della celebrazione dei 150 anni di unità italiana, che non deve essere solo ricostruzione dei tempi storici, ma occasione per una riforma nazionale, che non lasci indietro alcune regioni, che non sia espressione di egoismo di parte ai danni di tutti. L’Italia una e indivisibile è non solo interesse del Sud, ma anche del Nord. E basta vedere cosa accade fuori dalla nostra nazione per occorgersi che se la crisi della Grecia fa tremare la Germania, la Padania non può certo sopravvivere alla crisi di un solo paese europeo o che si affaccia nel Mediterraneo. L’Italia ha il dovere di confermare la sua unità e di mettersi in competizione con gli altri paesi. Ha il dovere di fondare un nuovo patto di legislatura, che non sia più un tavolo a due gambe, né un accordo gestito con quiescenza.
Ma che fine ha fatto nel programma quel punto con il quale si pigliavano gli applausi relativo all’abolizione delle province? Che fine ha fatto quel punto del programma che prevedeva la privatizzazione delle municipalizzate? È stato sufficiente capire che in alcune aree diventavano i tesoretti di un partito per allineare la Lega alla sinistra italiana. Il nuovo patto di legislatura non è più soltanto tra Berlusconi e Bossi, ma nell’interesse di tutti, della Lega ma anche di Silvio Berlusconi. Sono convinto che nel suo realismo e pragmatismo metterà da parte l’ostracismo, anche perché non ci fermiamo. È inutile che dicano “facciano quello che vogliono”, perché lo faremo. Non servono a nulla gli ultimatum anche perché non ci spaventano. Silvio Berlusconi ha il sacrosantodiritto di governare, perché è stato scelto in modo inequivocabile dagli elettori e non ho alcuna difficoltà a dire che pensare a scorciatoie giudiziarie per toglierlo di mezzo, rappresenterebbero un tradimento del volere democratico. Nessuno è contrario al lodo Alfano o al legittimo impedimento. Siamo convintissimi che occorra risolvere la questione relativa al diritto che Berlusconi ha di governare senza che vi sia l’interferenza di segmenti iperpoliticizzati della magistratura che vogliono metterlo in fuorigioco. Affidare al dottor Stranamore – che è l’onorevole Ghedini – è incomprensibile. La soluzione non si trova mai e il problema si acuisce. Non va fatta una legge ad personam che danneggi parte della società, ma una legge a tutela del capo del governo, del capo dello Stato che esiste in molti paesi d’Europa.
Il  che non vuol dire impunità, non vuol dire cancellare i processi, ma la sospensione degli stessi. E dobbiamo farlo cercando di avere in mente che alcune riforme sono giuste: come si fa a essere contrari al processo breve? Si deve lavorare per quello e dobbiamo ricordare a proposito che l’Ue ci ha condannati più volte per l’eccessiva durata, occorrono anni per sapere come va a finire. Ma la cosa che non è accettabile è che una volta che il testo che è arrivato dal Senato si stravolga con il rischio che nel momento in cui tante vittime aspettano di sapere il destino del processo li si lasci poi con un pugno di mosche in mano. La riforma va fatta per garantire i cittadini. La riforma della giustizia non può essere fatta contro la magistratura, che certamente non ha il compiuto di interferire con il parlamento. E allora discutiamo in parlamento, di come garantire a Berlusconi il diritto di governare, discutiamo anche con le parti più responsabili dell’opposizione: una dimostrazione su questo punto l’ha data Casini. Discutiamone anche delle proposte che derivano dall’opposizione, senza che i solerti consiglieri del principe hanno subito stracciato, come quella dell’avvocato Pecorella. Facciamo la riforma della giustizia senza per questo determinare però un perenne cortocircuito tra il potere politico e la magistratura. È un impegno gravoso, difficile, che comunque dobbiamo portare avanti. Se la sovranità appartiene al popolo, la sovranità si  esprime i tanti modi. Qui vogliamo rilanciare una proposta: una di quelle per le quali dicono “Fini dice cose che lo avvicinano alla sinistra”: la sovranità popolare significa anche che la gente ha il diritto di scegliere i propri rappresentanti. Se la sovranità è popolare credo che la gente abbia il diritto di scegliere anche questo. Federalismo e giustizia: sono grandi questioni, ma non posso:no essere i soli temi del dibattito. Perché l’attenzione degli italiani non è rivolta solo per la giustizia: oggi tanti italiani sono  preoccupati per le condizioni economiche.
Gli italiani nel nord come nel sud sono preoccupati per le condizioni economiche e sociali, per il lavoro: non è propaganda, né demagogia, né “fare il verso” all’opposizione. Sono i problemi delle famiglie. Fli deve fare tutto per affiancare ai due temi del federalismo e della giustizia gli altri  temi che davvero interessano i cittadini. Teniamo presente quello che hanno detto il capo dello stato, le imprese, i lavoratori. Possibile che nei 5 punti non ci sia nulla per far ripartire l’economia e renderla competitiva? C’è un Italia preoccupata. E Berlusconi ha ragione quando parla di ottimismo, ma non può essere ottimismo solo verbale, deve diventare azione concreta. Perché, fermata la crisi (e il nostro governo ha operato bene in questo senso), oggi dobbiamo far ripartire l’economia. Non possiamo accontentarci che le entrate siano garanzia dell’economia. Serve il coraggio politico di ridare vita a quelle riforme che erano nel programma originale del Pdl e di cui non sento parlare: per esempio, il superamento dei due miti fasulli del novecento, la lotta di classe e il mercatismo. È arrivato il tempo di dare vita a una sintesi, a nuovo patto tra capitale e lavoro: significa mettere i produttori di ricchezza dalla stessa parte della barricata. Una proposta che feci in occasione di quella direzione nazionale e che è caduta nel nulla, è una riforma del mondo del lavoro. Serve una politica che comprenda le esigenze del nostro mondo produttivo. I piccoli imprenditori lo sanno meglio di tutti. È importante ricordare che il tessuto produttivo è diverso da altri paesi, si basa su imprese medio piccole. Si tagli il superfluo, ma non si lesini in infrastrutture, in ricerca, in produzione di eccellenze di avanguardia. Viviamo in una fase in cui i giacimenti culturali valgono più – nella globalizzazione – dei giacimenti petroliferi. Dobbiamo investire, anche se è evidente che la coperta è corta. Sarebbe facile dire “il governo tiri fuori le risorse”. Ma dobbiamo passare dallo scontentare tutti a dire che c’è un settore su cui si deve investire, ed è il settore connesso a ciò che può dare competitività al nostro sistema produttivo. Soprattutto per le nostre imprese che esportano: non basta pensare alla delocalizzazione delle imprese, ma bisogna attrarre capitale e mettere chi vuole nelle condizioni di aprire un’impesa. Vuol dire dare attuazione ai punti qualificanti del programa del Pdl. Non voglio affondare il coltello nel burro ma nonostante il ghe pensi mi, vi sembra possibile che ancora non si conosca il nome ministro allo Sviluppo economico, in quale altro paese sarebbe possibile?
È chiaro che deve essere un ministro capace di ragionare e lavorare con il ministro dell’Economia. Ed è chiaro che serve una politica capace di liberalizzazioni, una politica che riesca a dare vita al patto generazionale. Perché credo ci sia un altro grande campo in cui un governo di centrodestra che ha a cuore il governo nazionale non  deve risparmiarsi: è il contesto giovanile, infatti non esiste genitore degno di questo nome che non sia disposto a fare un sacrificio personale per il futuro dei propri figli.
La questione giovanile è centrale, e mi piange il cuore che tra i giovani ci sia un disoccupato su quattro. C’è chi contrabbanda la flessibilità, che è invece necessaria per l’economia e per le imprese, con la precarietà permanente: dimenticano che in Germania ci sono sì molti contratti a tempo determinato, però lì le buste paga non sono certo leggere come da noi, ma spesso più corpose di quelle dei contratti a tempo indeterminato. E dobbiamo renderci conto che il patto generazionele è importante come quello tra Nord e Sud se abbiamo a cuore il governo nazionale.
Perché non è giusto che serva l’aiuto del nonno per far vivere più sereno il nipote: si è completamente ribaltato il mondo, prima spesso era grazie al lavoro del nipote che si sosteneva il nonno.
Poniamoceli questi problemi. Chiediamo ai ragazzi un impegno e quando dico andiamo avanti e non ci fermiamo, lo dico anche perché in queste settimane abbiamo visto come siano i più giovani a dirci “provateci, non vi fermate, siamo con voi”. Credo che sia estremamente bello vedere anche qui questa sera tante ragazze e tanti ragazzi che vogliono ancora credere in una politica capace di costruire il loro futuro. Il futuro della libertà. E la prima libertà è metterli nella condizione di far vedere ciò di cui sono capaci. Che fine ha fatto la rivoluzione meritocratica. Preoccupiamoci delle condizioni sociali. Credo che debba destare preoccupazioni in tutti leggere che nell’ambito della cosiddetta spesa sociale il nostro paese è uno degli ultimi paesi in Europa. Perché andrà avanti Futuro e libertà, perché sono servite le fondazioni che hanno riempito un vuoto? È doveroso chiedersi visto che la società è profondamente cambiata, la spesa sociale deve essere rivolta verso quelle categorie tradizionalmente più deboli o non è il momento di investire su quella famiglia che rimane il luogo in cui da sempre si dà vita alla trasmissione di valori, si crea la condizione per la quale ci si sente figli di una comunità? Un welfare delle opportunità per i giovani, basato sulle esigenze della famiglia, soprattutto quella monoreddito. Oggi il centrodestra deve saper tradurre in realtà ciò che era stato inserito nel programma di governo.
Intervenire con con politiche a sostegno delle famiglie, vuol dire anche che se nei cinque punti c’è la riduzione del carico fiscale non possiamo annunciarlo e basta ma si deve assume l’onore di fare delle proposte. E noi queste le abbiamo fatte: interveniamo ad esempio sul cosiddetto quoziente famigliare, che faccia si che chi ha a casa più figli o un disabile abbia poi un carico fiscale diverso dagli altri. Ed è necessario che di tutto ciò ne parliamo in parlamento, e mi fa piacere che lo abbia fatto ad esempio il ministro Tremonti. E facciamolo cercando di coinvolgere anche le opposizioni, se hanno delle idee, per capire anche se il concetto di interesse nazionale ha fatto breccia anche da quelle parti. Una maggiore giustizia sociale  fa cuore a tutti, un governo grande sa prendere la buona idea anche se viene dall’opposizione. Prendiamo a raccolta questa Italia che lavora. L’Italia che lavora, che poi equivale all’Italia onesta, che quando sente parlare di etica del dovere non ha l’atteggiamento di chi alza le spalle e dice “è ragnatela del passato”. È l’etica che il padre insegna al figlio, e la politica deve sentire il dovere di praticarla. Assieme al senso civico. Basta con questo egoismo diffuso, basta con questa Italia parcellizzata, che non si interressa del vicino…
Il senso civico, il senso di appartenenza. Basta con questo egoismo diffuso, con questa Italia parcellizzata che non si fa più carico del disagio del vicino. Una politica nazionale non ha timore di parlare di legge come garanzia  per il più debole. Perché da che mondo a mondo se si dice che “la legge è uguale per tutti”, perché la garanzia serve ai più deboli, non ai più potenti, a chi riesce a piegarla ai suoi interessi. Questoè il centrodestra. Se crediamo in queste cose, non stanchiamoci di ringraziare chi fa il suo dovere per lo stato: è gratitudine, è senso civico. Essere servitori dello stato, nell’Italia che sogniamo, deve essere motivo d’onore non si può dire che “sono poveretti che non sanno che altro fare e allora decidono di entrare nei carabinieri”: significa servire il nostro popolo, la nostra patria. E ancora più convinti di prima, portiamo avanti la lotta contro ogni forma di criminalità, compresa quella dei colletti bianchi, dei furbetti del quartierino, di chi pensa che il garantismo è impunità. Contnuiamo la lotta per la legalità, rilanciamo ildecreto anticorruzione: cosa costa rimetterlo al centro dell’attenzione del Parlamento? Discutiamo sull’opportunità di stabilire un codice etico per chi ha cariche pubbliche. Stabilendo ciò che è legale e ciò che no, ma anche ciò che è opportuno e ciò che è no. Su questi temi e su altri, lavoriamo per unire non per dividere. Su queste questioni cerchiamo di dare vita a una politica che segni un salto di qualità. Gli italiani sono stanchi di questa perenne campagna elettorale che non finisce mai, di questo trionfo della propaganda, di questa ordalia quotidiana. Fli guarda a un futuro per unire, siamo convinti che su queste questioni, con un azione politica che parta dal centrodestra si possano ritrovare anche altri. Gli italiani sono stanchi di muri e di risse, smettiamola con gli insulti, con gli appelli che cadono nel vuoto. Diamo vita a una politica che sia capace di uno scatto di orgoglio, di uno scatto di reni, in nome di ciò che è giusto, non di ciò che è utile. Sapete, in molti mi hanno detto: “Chi te lo fa fare? Ma aspetta, sei più giovane!”. Ma io credo che se vogliamo ridare all’Italia quella passione che merita, allora basta con l’utilitarismo, con la logica del meglio domani che oggi…
Basta con l’utilitarismo, basta con il calcolo del farmacista, basta con il meglio attendere domani. Bisogna buttare il cuore oltre l’ostacolo, bisogna dare un senso alla politica e bisogna farlo nel nome delle nostre idee e della nostra concezione politica. Ricordando quello che avevamo nel cuore a 18-20 anni, quando nessuno di noi pensava all’ingresso in Parlamento o a cariche istituzionali e nessuno era mosso dall’utilitarismo, né c’era qualcuno che diceva «aspetta non ti conviene, sai è permaloso». Tenendo bene a mente, come ci piaceva dire da giovani, che se un uomo non è disposto a lottare per le proprie idee o non valgono niente le sue idee o non vale niente lui come uomo. Allora, in nome di un centrodestra autenticamente liberale, nazionale, riformatore, sociale, europeo, avanti con Futuro e libertà per l’Italia!

Testo integrale del discorso pronunciato in occasione della Festa tricolore, Mirabello, 5 settembre 2010

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La Brambilla e i suoi disastri

03 set 2010
di Gianmario Mariniello

Ho fatto parte del Direttivo Nazionale dei Circoli della Libertà, dando vita a numerosi altri circoli nel resto d’Italia; rimango sbalordita da quello che leggo sui giornali. Fino adesso sono stata zitta, ma ora è giusto e doveroso esprimere il mio pensiero e quello di tante altre persone che insieme a me hanno vissuto l’esperienza dei Circoli.
Certo è che se la signora Michela Vittoria Brambilla dovesse mobilitarsi per contestare il Presidente Fini avrebbe proprio una gran faccia tosta…..dopo il disastro che ha combinato con i Circoli della Libertà, sono certa che gli italiani, che considero un popolo di grande intelligenza, non si lasceranno incantare dalle parole di questa Signora (cosa peraltro che io e tante altre persone ingenuamente nel passato abbiamo fatto).
Conoscendola personalmente politicamente è priva di contenuti, ha solo avuto la fortuna di incontrare sulla sua strada il Presidente Berlusconi, da lì i Circoli della Libertà, nati e svaniti come uno tsunami, travolgendo speranze entusiasmi e desiderio del nuovo, che delusione!! eppure tanta gente come me aveva creduto a quel progetto che aveva l’ambizione di cambiare il modo di fare politica, di tornare tra la gente comune capirne i bisogni e soddisfarli. Lo slogan adottato dai Circoli della Libertà era quello della piramide rovesciata, dove la base, cioè la gente era al primo posto….è rimasto solo lo slogan perché il giorno dopo le elezioni del 2008, la Signora che voleva cambiare l’Italia è entrata in Parlamento, si è seduta a fianco dei baroni che tanto criticava e ora cerca di imitare, e i Circoli? Morti, spariti insieme alla loro Leader, abbandonati increduli di fronte a questa realtà.
Mi piacerebbe sapere dove sono finiti tutti gli investimenti fatti per la vita dei Circoli, sia economici che di sogni e di speranza, so però che i sogni e la speranza per fortuna, nessuno può portarceli via, rimangono fermamente impressi nel nostro cuore e nella nostra anima, se ci crediamo veramente.
Però non tutto è finito, si può ancora vivere con entusiasmo la vita politica, in quanto questa è così dinamica che ci permette di credere ancora in nuove realtà tenendo presenti le esperienze del passato…
Oggi “Futuro e Libertà” è lo stimolo per continuare a credere e sperare.. i Circoli della Libertà sono il passato da non guardare come un esempio, ma come un’esperienza da non ripetere, in quanto non avendo né solide basi né un Leader capace, si sono rivelati come un manto di neve sotto i caldi raggi del sole.

*Coordinatore Provinciale Monza e Brianza di Generazione Italia

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Con Fini. Per l’Italia. Per una nuova politica

02 set 2010
di Gianmario Mariniello

Libertà di pensiero, di opinione, di credo, religioso o politico, caratterizzano ogni democrazia, così come ne è parte integrante il dissenso. Ma qualsiasi dissenso non dovrebbe essere caratterizzato da provocazioni o strumentalizzazioni.
Futuro e Libertà per l’Italia, Generazione Italia, Fare Futuro, sono nati con l’obiettivo di poter affrontare la discussione su temi fondamentali per la vita del Paese, all’insegna del confronto sempre mancato all’interno del PDL, partito di fatto mai nato.
Oggi, nonostante le demonizzazioni, le mortificazioni, le epurazioni, i tentativi di strumentalizzazioni messi in atto nei confronti del Presidente Fini e di tutti coloro che hanno condiviso il suo progetto, gli Italiani stanno dimostrando di aver capito che, nel mentre assistono a sottrazioni di risorse nei settori vitali, quali la sanità, l’istruzione, l’Università, la ricerca, la Nazione è calata in un sistema di illegalità diffusa e di corruzione, e nel quale prevalgono impunità e mancanza dei diritti fondamentali.
Ed allora ecco che cresce il consenso esterno nei confronti del Presidente Fini e che tale consenso continuerà ad aumentare se tutti insieme riusciremo a dimostrare che le nostre scelte contribuiranno a restituire agli Italiani legalità, giustizia sociale e coesione nazionale.
Tutto ciò preoccupa Berlusconi, e soprattutto gli ex colonnelli, e visto che la prima festa di Futuro e Libertà per l’Italia che si sta svolgendo a Mirabello, è stata già inaugurata con un consenso superiore ad ogni aspettativa, qualcuno ha pensato di predisporre forme di dissenso, assolutamente non condivisibili e non auspicabili, perché solo provocatorie. Ed anche i quotidiani nazionali della famiglia Berlusconi sembra vogliano proseguire nella loro fantasiosa e provocatoria demonizzazione del Presidente della Camera dei Deputati, pensando persino di venire a Mirabello per presentare le firme raccolte, non si comprende bene in base a quale regola, contro lo stesso Fini.
Ma nonostante tutto da domenica, 5 settembre, l’Italia potrà essere certa che, con a capo il Presidente Fini, ci sarà una schiera di donne e uomini, che riusciranno a dare passione alla Politica e che sapranno restituire alla stessa il ruolo affidatole dalla Costituzione Italiana.

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Il Nord, la Destra e Mirabello

01 set 2010
di Gianmario Mariniello

Con l’apertura della nuova stagione politica domenica a Mirabello, Futuro e Libertà attraverso l’intervento all’annuale festa della Destra del suo leader Gianfranco Fini darà un segnale importante al Paese. Una delle questioni che dovremo affrontare sarà senza dubbio anche la questione del Nord nell’ambito di un più ampio progetto politico che ha l’ambizione di guardare all’intera Italia. Sarà un passaggio non facile perché è sulla divisione della nazione che si sono infranti partiti che hanno voluto viceversa rappresentare l’unità nazionale.
Tuttavia abbiamo il dovere di provarci perché è dalla porta della unità nazionale che passa la sopravvivenza della Destra italiana, coniugata nelle versioni che più ci piacciono, per noi quella cattolico-liberale.
Il primo nodo è quello della rappresentanza territoriale. Occorre trovare le soluzioni perchè gli interessi del Nord trovino adeguata rappresentanza nella classe politica nazionale.
Noi finiani, e prima di noi Fini ha posto la questione dell’agenda di governo chiedendo che essa non venga dettata dalla Lega. Dobbiamo saper rappresentare gli interessi delle regioni settentrionali attraverso una politica nazionale sensibile alle tematiche strategiche per lo sviluppo del Nord.
La secessione è stata posta da Bossi ma, come osservato da E.Galli Della Loggia, sarebbe emersa comunque anche senza la Lega, in sostanza ciò che oggi rappresenta la Lega esiste perché è sentito dalla gente del nord. Ci scriveva un cittadino imprenditore di cultura laico liberale profonda ” credo proprio che alla lunga sarà necessaria la secessione, abbiamo già troppe croste al nord, ormai è chiaro che non ce la facciamo a trascinare il sud ” Al nord i problemi sono reali e vissuti con frustrazione da chi a torto o a ragione sente di essere la motrice dell’Italia, a cui è impedito di camminare dalla inefficienza della pubblica amministrazione, dalla inadeguatezza delle infrastrutture, dai costi enormi dell’energia e della mobilità, dalla pressione fiscale eccessiva e dagli adempimenti fiscali e burocratici altissimi ed asfissianti, dagli scarsi investimenti in ricerca.
Tutto ciò si consuma nella globalizzazione che ci coinvolge e nella difficoltà per l’Italia di trovare uno spazio di crescita in un mondo iperindustriale nel quale la nostra nazione ha sempre più difficoltà a conservare ed inventare nuove produzioni con buon valore aggiunto.
L’industria non è in grado perciò di creare nuovi posti di lavoro, ma noi non possiamo più perderne pena la desertificazione industriale. Ci vuole una politica che riunisca le classi dirigenti e popolari sotto lo slogan ” non perdere neppure un posto di lavoro nell’industria”, anzi crearne di nuovi. Il futuro della industria non può essere affidato solo al confronto più o meno aspro tra industriali e sindacati, tra Marchionne e la Fiom. Ci vuole la presenza del governo altrimenti si rischia di assistere al pietoso dibattito sui licenziamenti di Melfi, dove la storia di tre poveracci, licenziati e poi reitegrati diventa il principale dibattito sul futuro della Fiat, dimenticando le vere sfide che il Lingotto deve affrontare. Non è la Fiom che farà vendere più auto alla Fiat e meno che mai la metterà in grado di competere con i tedeschi nei segmenti del mercato dove si guadagna.
Per questo come gruppo dovremmo chiedere che Berlusconi nomini subito il Ministro dello sviluppo economico che sia una persona qualificata in grado di raccogliere la sfida e di guidare o almeno accompagnare la ripresa industriale dell’Italia.
Futuro e Libertà dovrà saper raccogliere la richiesta che sale sempre più forte dai territori del Nord del Paese di una politica capace di realizzare quella grande rivoluzione di libertà e di progresso civile e morale che ormai da quasi 20 anni non ha ancora trovato una realizzazione compiuta.

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Perchè la tolleranza non può far coprire l’Italia di ridicolo

31 ago 2010
di Gianmario Mariniello

Mu’ammar al-Quaddafi, il 1° settembre del 1969, prese parte al colpo di stato organizzato dal Movimento degli Ufficiali Unionisti Liberi. Aveva ventotto anni.
Come rappresentante dell’ala oltranzista del movimento, prese il comando con il ruolo di “Presidente del Consiglio della Rivoluzione”. Da qui derivo’ il ruolo di comandante delle forze armate, e nel 1970 divenne Primo Ministro.
Gheddafi si distinse per la sua intransigenza verso gli stranieri, ed impose: lo sgombero delle basi britanniche e statunitensi, la nazionalizzazione del colosso del petrolio BP e l’espropriazione totale dei beni della comunita’ italiana. Poi, con i grandi proventi del petrolio, provvide a finanziare movimenti rivoluzionari in tutto il mondo.
Il resto e’ storia che conosciamo, dal panarabismo radicale, ai sospetti di fomentare il terrorismo, culminati nel corpo a corpo con gli Stati Uniti, che il presidente Reagan concluse con un bombardamento chirurgico, dove Gheddafi riusci’ a salvarsi per un soffio.

Il colonnello cambio’ rotta. Capi’ che la strada era scoscesa e senza uscita, e pubblicamente fece ammenda, ottenendo dagli Stati Uniti la cancellazione dagli stati canaglia.

L’uomo che vediamo in questi giorni e’ sul far dei settant’anni, con quaranta di potere sulle spalle, nonche’ di bizzarrie.

Non dimentichiamolo il carattere del colonnello in questi decenni di potere. Sempre incline alle provocazioni, ai colpi di scena, ai colpi di teatro, ai capricci. Un uomo che non manteneva le promesse, che capovolgeva il senso della storia, che arrivava a camminare sui paradossi, dove si sentiva a suo agio.

Ma l’Italia e’ un paese dirimpettaio della Libia e la Libia, oltre ad essere stato un paese colonizzato dagli italiani, e’ anche un immenso patrimonio di riserve naturali di combustibile. Oltre che un paese da modernizzare. E per la Libia passano le rotte dei trafficanti di vite umane diretti in Italia.

Insomma, un paese con cui fare i conti. E il nostro e’ una delle poche nazioni che riesce a dialogarci.

Ma il colonnello fa pagare uno scotto a tale dialogo, scotto ispirato al suo passato e al nostro passato di colonizzatori e di “europei”. E sembra che i suoi comportamenti di questi giorni, siano un misto di esibizionismo e rabbia viscerale, voglia di stupire e voglia di umiliare.

Il confine tra folklore e cultura di un popolo si fonde in un unicum, che rende interdetti gli osservatori e dunque gli italiani.

Un popolo tollerante, il nostro, che ascolta gli appelli all’Europa a convertirsi all’Islam, esplicitati nella capitale del cattolicesimo. Appelli che provengono da un individuo che non ha alcuna titolarita’ religiosa per emetterli. Dunque, per questo, sono solo inviti a titolo personale, sterili quanto ultravelleitari.

Ma quello che colpisce, e’ la cornice. Con 500 ragazze pronte piu’ per un casting, che per una conferenza.

Inoltre, a questo punto, viene da chiedersi il perche’ della mancata convocazione dell’elemento maschile. Perche’ la discriminazione degli uomini?

Anche questa e’ una provocazione. La religione islamica, che ha sempre avuto una caratterizzazione maschilista, ora pone la donna al centro dell’attenzione. Ne celebra quasi la superiorita’.

E cosi’ la guardia presidenziale del colonnello, che deve fungere anche da scudo umano in caso di pericolo, e quindi la vita del colonnello, e’ nelle mani del sesso femminile, e poi le amazzoni, le ragazze a cui il leader libico fa una lezione cultural-religiosa.

Cosa dire? Cosa pensare? Disorientante. Un cumulo di contraddizioni.

E devono essere di ben elevato spessore se un dirigente del Pdl, Lupi, finisce per avere la stessa opinione dei suoi piu’ strenui oppositori politici.

Bastano tali osservazioni per capire il colonnello Gheddafi. E a noi, con le nostra cultura giuridica ed istituzionale, dargli un limite. Perche’ la tolleranza non puo’ far coprire l’Italia e gli italiani di ridicolo rispetto al mondo.

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Sulla legalità nessun equivoco, nessun chiacchiericcio.

31 ago 2010
di Gianmario Mariniello

Riformare la Giustizia, e combattere la politicizzazione di una certa parta della Magistratura non può in alcun modo mai significare, nemmeno dare la più lontana impressione che la riforma della Giustizia che vuole fare il PDL sia tesa a garantire sacche maggiori di impunità: “Berlusconi è inutile che tu mostri insofferenza, ma qualche volta l’impressione c’è”. (Gianfranco Fini)
Mirabello, domenica 5 Settembre. Questa data è a tratti più attesa dai falchi berlusconiani che da noi finiani. Oramai, presi dall’assordante silenzio di Gianfranco Fini, i berluschini fanno tutto loro, chiedono e si rispondono.
Ma la linea tracciata è sempre la stessa, unica ed univoca: sulla legalità nessun equivoco, nessun chiacchiericcio.
Ancora, a Mirabello si attende la nascita del partito. Ci sarà, non ci sarà? Questione di tempi? Tutto è possibile, una cosa però deve essere chiara: la base di Generazione Italia “vive” già un suo partito, ritiene che il PDL così com’è oggi, così come è ostinatamente oggi, non può sposare i suoi valori, fatti di sobrietà politica e rispetto imprescindibile di valori quale la libertà di opinione e la legalità.

Fini lo disse chiaramente in Direzione Nazionale, e sarà ribadito a Mirabello.

Partito o non partito? Non è questo il problema (oggi), però una cosa è certa, lo strappo consumatosi in direzione nazionale, la successiva cacciata di Fini, il deferimento di Bocchino, Briguglio e Granata, la Lega, i vertici pdl saldamente al loro posto, il veleno di Feltri, e in ultimo Gheddafi non possono in alcun modo ricucire uno strappo non voluto, bensì impostoci.

Indietro non si può tornare, i vertici lo sanno bene, al massimo si può dialogare fino a fine legislatura. Ma da Roma fino al più piccolo paesino di provincia lo strappo è consumato e non esiste più il “pdl” con i finiani.

Pertanto, partito o non partito, due sono le certezze:

1) sulla Legalità nessun passo indietro.

2) nessun rientro nel PDL.

Abbiamo acquistato oramai la nostra identità politica, orgogliosi e fieri di fare politica tra le gente a testa alta, fieri di essere minoranza, fieri di essere di destra!

Mortificati dallo show del re del petrolio, che forte della nostra insufficienza energetica, viene a deridere quella che è la madre, la Patria di Santi e poeti, la culla della cultura, dell’arte, della musica, della giurisprudenza offrendoci un circo nel bel mezzo della città “caput mundi”, offrendoci poi il privilegio di pulire lo sterco dei suoi cavalli!

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Il Financial Times: Fini ha in mano la politica italiana

30 ago 2010
di Gianmario Mariniello

Da FT.com – Silvio Berlusconi ha spesso smentito in passato le persone che erroneamente avevano predetto la sua fine. Ma all’inizio della nuova stagione politica italiana, pochi sono i dubbi sul fatto che il settantatreenne premier e magnate dei media stia combattendo per la sua vita politica. Per anni uno dei suoi principali sostenitori è stato Gianfranco Fini, leader del partito di centrodestra, Alleanza Nazionale. Ma appena prima della pausa estiva, Fini – che da tempo aveva espresso disincanto riguardo i problemi personali e giudiziari di Berlusconi – si è allontanato dalla coalizione di centrodestra, privando il Primo Ministro della maggioranza in Parlamento.

La spaccatura fa capire quanto potrebbe essere drammatico l’autunno della politica italiana. Nelle prossime settimane, Berlusconi affronterà un decisivo voto di fiducia alla Camera dei Deputati. Fini al momento può decidere di continuare a dare il sostegno all’Esecutivo, non essendo sicuro riguardo le conseguenze in caso di caduta del Governo. Ma è anche possibile che lui dia il colpo di grazia e votare contro il Governo, gettando l’Italia in piena crisi politica.

Cosa potrebbe succede se Berlusconi cadesse? L’unica cosa che può esser detta con certezza è che il Presidente Giorgio Napolitano, Capo dello Stato, non ha l’obbligo di convocare subito le elezioni. Berlusconi ha detto in passato che si andrà alle elezioni se non dovesse ottenere la fiducia delle Camere. Ma l’Italia ha già tenuto due elezioni negli ultimi quattro anni. Il ripiombare del Paese nell’instabilità politica sarebbe un tremendo segnale, specie se le elezioni si tenessero adesso.

Invece, se la crisi dovesse esplodere, i partiti italiani potrebbero partorire una coalizione di Governo guidata da nuovi esponenti politici. La prima opzione è che Fini torni nella coalizione di centrodestra guidata da Giulio Tremonti, il Ministro delle Finanze. Un’altra è che Fini costruisca una coalizione centrista, come quelle che hanno guidato il Paese fino all’inizio degli anni ’90. La terza ipotesi è un governo tecnico che traghetti il Paese alle elezioni.

Nessuno di questi esiti promette un nuovo ed eccitante inizio per il Paese. Ma questa situazione potrebbe alla fine avere il merito di mettere la parola fine all’era Berlusconi. Qualsiasi cosa dovesse succedere è ora nelle mani di Fini, più di chiunque altro. Lui ha molto credito per aver riformato Allenaza Nazionale, allontanandola dal suo passato fascista. Adesso sta a lui decidere se può iniziare una nuova e più luminosa era post-Berlusconi.

Traduzione a cura di Generazione Italia

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