Mercoledì, 08 settembre 2010

Articoli marcati con tag ‘partito’

Noi vogliamo un centrodestra liberale ed europeo

24 ago 2010
di Gianmario Mariniello

Se mai ci sarà rottura all’interno del centrodestra essa avrà dei responsabili che dovranno essere ricordati. Ma è bene ricostruire prima i fatti.
Gianfranco Fini all’inizio di questa legislatura ha ritenuto che occorresse incominciare a guardare al futuro del centrodestra: il presente si chiama Silvio Berlusconi, a cui doveva spettare il compito di attuare il programma elettorale e di radicare il Pdl.
Era evidente a Fini che per il 2013 occorreva pensare ad una destra capace di un ulteriore salto evolutivo, una destra che fosse sempre più in linea con quella europea dei Cameron e dei Sarkozy. Non è un caso che Fini abbia scritto la prefazione della edizione italiana dei libri di Cameron, di Sarkozy, di Aznar.
Questa destra doveva partire da una concezione moderna di nazione, aggiungere al valore libertà quello di legalità, definire in modo chiaro diritti e doveri dei cittadini, pensare a come superare le fratture sociali, garantire una sempre più alta qualità della vita, considerando strategici temi come l’istruzione, la ricerca, l’ambiente.
Nessuno doveva impedire a Fini di cercare di far emergere nel centrodestra un dibattito che poteva essere una grande occasione di crescita e di maturazione del Pdl. Da qui i ripetuti appelli ad un partito più aperto, più democratico, autenticamente plurale, in cui Berlusconi provvedesse a realizzare il programma presentato agli elettori, consentendo nel contempo al partito di pensare, di riflettere sui grandi temi all’ordine del giorno di tutta la destra europea.
Sia ben chiaro, in questa discussione Fini non ha mai posto ultimatum nè certezze indiscutibili. Sui temi della bioetica, per esempio, io, che pur condivido pienamente il suo progetto complessivo, ho espresso delle differenti valutazioni e come me altri “finiani”. Ricordo, dopo aver fatto un intervento in Aula sul caso Eluana, che andava nella direzione opposta rispetto alle posizioni di Fini, una sua telefonata all’indomani per farmi le congratulazioni, pur rimanendo lui sinceramente e laicamente convinto della propria posizione. In altri casi vi sono state accelerazioni da parte di singoli, come per esempio sulle famiglie di fatto, posizioni che rispecchiano peraltro sensibilità individuali. Vi è stato poi chi è andato forse anche fin troppo in là assumendo posizioni che sono parse ad alcuni “estreme”. Ma questo è naturale quando si mettono in movimento le idee. Tutto questo dibattere libero e senza pregiudizi era comunque auspicato da Fini che sognava un Pdl plurale in cui si potesse anche “sbagliare”, ma in cui ci fosse la sincera volontà di pensare e costruire il futuro dell’Italia.
Sono stato testimone diretto e posso assicurare che l’intenzione di Gianfranco Fini è sempre stata quella che la legislatura terminasse nel 2013 con il presidente del consiglio eletto dagli italiani, cioè Silvio Berlusconi. Per il dopo, ovviamente, i giochi si dovevano aprire, come del resto è naturale in ogni partito democratico e in ogni Paese democratico. D’altro canto a come organizzare il centrodestra del futuro pensava esplicitamente anche qualche altro illustre personaggio del Pdl, come per esempio Giulio Tremonti, arrivando addirittura ad organizzare un convegno nello scorso settembre in cui si parlava esplicitamente del dopo Berlusconi.
Da questo punto di vista la posizione di Fini era senz’altro coerente: aveva scelto volutamente il ruolo di presidente della Camera. Un ministro, prima di pensare al futuro della politica e del suo partito, deve realizzare fino in fondo quello che il suo premier gli chiede di fare. Anche in una democrazia parlamentare i ministri devono collaborare lealmente alla attuazione dell’indirizzo politico deciso dal presidente del consiglio, non può essere mai che il presidente del consiglio sia al traino di un ministro. Nella diversità di vedute fra premier e ministro è il ministro che deve cedere, altrimenti si deve dimettere.
Il ruolo di presidente della Camera era sufficientemente autonomo per consentire a Fini di pensare ad un più evoluto modello di destra senza impedire la realizzazione degli impegni presi con gli elettori in sede di programma. Non è un caso che i “finiani”, pur ponendo con forza per esempio i temi della riduzione delle tasse, della ricerca e quello della legalità, cercando di migliorare i ddl governativi, non abbiano mai bocciato i provvedimenti che il Governo ha portato in Aula.
Va detto con estrema chiarezza che in questo nuovo percorso politico il ruolo di gran parte degli ex colonnelli di AN risultava superato. Pur essendo alcuni di loro già passati armi e bagagli con Berlusconi fin da quando esisteva ancora An, pretendevano di continuare a rappresentare Fini senza capire il senso di ciò che andava proponendo e spesso distorcendone il significato o delegittimandolo.
Le prime iniziative di coloro che avevano accolto positivamente il messaggio politico di Fini e che si iniziarono a riunire chiedendo innanzitutto spazi di discussione nel Pdl e liberi congressi vennero ostacolate duramente proprio da alcuni ex colonnelli di An. Non avendo gran chè da proporre se non la gestione del potere, con la distribuzione sapiente di posti, incarichi, candidature, ed essendo consapevoli che la svolta di Fini li avrebbe messi sul lungo periodo politicamente fuori gioco, si misero subito di traverso. Contemporaneamente anche i cortigiani si misero immediatamente all’opera. Nella storia sono loro quelli che più hanno da perdere, dipendendo la loro esistenza politica non da meriti personali, ma esclusivamente dal ben volere del “principe”. Alcuni boiardi della ex Forza Italia erano terrorizzati dalla prospettiva che nel futuro ci potesse essere una diversa leadership. Si comportavano come i Malvoisin o i Fitsurse di re Giovanni.
Lo scenario si aggrava ulteriormente con l’arrivo di Feltri alla guida del Giornale. Sistemato sbrigativamente Boffo, direttore di Avvenire, che aveva osato criticare le inadempienze del governo, il direttore del Giornale, con la convinta collaborazione di chi aveva il dente avvelenato contro Gianfranco e covava da tempo atroci vendette, si getta famelico su Fini.
Con una ostinazione degna di miglior causa, dalla fine di agosto del 2009 non ha più mollato la presa. Praticamente ogni giorno un insulto, un attacco violento, un tentativo di delegittimazione umana e politica.
Non so quale sia stato in tutto questo il ruolo del Presidente del Consiglio, sostanziale dominus del Giornale: ispiratore della linea aggressiva di Feltri o vittima finale? Di certo due cose sono inconfutabili: 1) il Giornale si è trasformato in un organo di fazione politica; 2) come disse esplicitamente Feltri, “se Berlusconi vuole mi può in ogni momento licenziare”.
Fini ha vissuto come una vera e propria aggressione politica questo martellamento continuo e ciò non ha giovato alla serenità del dibattito. Ha pure vissuto come una aggressione politica i tentativi di discriminare i “finiani” attuati da alcuni boiardi del Pdl.
Così come hanno sicuramente aggravato il clima gli insulti e le condanne sempre più esplicite nei confronti del presidente della Camera, che sono venuti con un crescendo rossiniano da alcuni esponenti vicini al premier.
Ora la situazione è ad un passo dalla rottura definitiva. Ma veramente vogliamo far tramontare l’ipotesi che un grande centrodestra plurale possa lanciare sempre nuove sfide ad una sinistra ormai baluardo della conservazione, incapace di evolversi e di pensare con creatività e fantasia al futuro?
Non è possibile provare a tentare un ultimo confronto, senza ultimatum, diktat, ukase e soprattutto senza l’interferenza di boiardi, ex colonnelli, intermediari più o meno rappresentativi, e con il fuoco “amico” che per qualche giorno taccia?

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Se Silvio se ne frega dell’Italia

31 lug 2010
di Gianmario Mariniello

Dove ci porterà l’ira funesta del Cavaliere? Alle elezioni anticipate o, almeno, questo è il suo obiettivo. A nulla è servito anche l’ultimo gesto distensivo di Gianfranco Fini, con l’intervista all’intelligente e moderato Giuliano Ferrara, che, in questi mesi, ha sempre consigliato a Silvio Berlusconi di trovare un’intesa con il Presidente della Camera.
Cosa pensasse Fini del Pdl lo si sapeva sin dal suo discorso al congresso fondativo del partito. Quell’intervento fu il più condiviso e il più applaudito di tutto il congresso. Applaudì e condivise anche il Cavaliere. Solo che, poi, al Pdl ha impresso un’altra strada assai diversa.
Quando Fini ha invitato Silvio Berlusconi a una maggiore fedeltà e coerenza rispetto ai principi fondanti del Pdl, che sono gli stessi del Partito popolare europeo, è scoppiato il finimondo. Libero, il Giornale e tutti gli ultras che affollano la corte del Cavaliere di Arcore hanno cominciato il tiro a bersaglio contro il Presidente della Camera. Ora, si può parteggiare per l’uno o per l’altro dei due contendenti, ma almeno si deve dare atto a Fini di aver sollevato solo questioni politiche, mentre non la stessa cosa si può dire della lunga e martellante campagna dei due quotidiani berlusconiani, tesa solo a denigrare, delegittimare e demolire il Presidente della Camera. E a Fini va anche dato atto di aver sempre mantenuto un profilo alto e di non essere mai sceso sullo stesso piano, nonostante le continue e, a volte, volgari provocazioni delle quali è stato vittima.
Cosa succederà ora? Non ho certezze, ma da quello che leggo e da quello che penso deduco che il Cavaliere non si fermerà. Tenterà il tutto per tutto, come ha sempre fatto nei momenti di svolta. Drammatizzerà lo scontro, alzerà il tiro, invocherà il plebiscito, o con me o contro di me. Questa la sua road map.
A costo di sollevare nuovi e preoccupati interrogativi in tutti i partiti gemelli aderenti al Ppe, Silvio Berlusconi espellerà dal Pdl Gianfranco Fini per divergenza di opinioni. C’è un solo precedente simile in Italia e riguarda il gruppo del Manifesto, ma quelli stavano nel Pci e non in un partito sedicente democratico e aderente al Ppe. Con una incerta maggioranza resisterà al governo, senza governare, per qualche mese ancora. A gennaio si presenterà dimissionario al Capo dello Stato, invocando nuove elezioni. Si voterebbe a marzo e, naturalmente, il Cavaliere pensa di vincere ancora. Anche senza Fini e imbarcando, magari, Pierferdinando Casini.
Se questo è il disegno del Cavaliere, è triste osservare come a Silvio Berlusconi interessi poco di portare il paese alle elezioni, nonostante la grave crisi economica e finanziaria che ha investito l’Italia e l’intero pianeta. E’ il segno di una preoccupante e grave irresponsabilità, che ha avuto una significativa avvisaglia nella mancata nomina del Ministro dello sviluppo economico.
A Berlusconi interessa poco anche del Pdl che, con l’insana e aberrante espulsione di uno dei suoi due cofondatori, di fatto è come se venisse sciolto, ritornando ad essere poco più della vecchia Forza Italia, partito e feudo personale del solo Cavaliere.
Non tramonterà, però, il sogno e la speranza di un grande partito liberale, moderno, plurale, democratico, partecipato, europeo e popolare. Non sappiamo sotto quali insegne esso si realizzerà, ma è certo che una idea tanto grande non potrà mai essere espulsa o bloccata dalla miserabile e burocratica deliberazione di qualche compiacente e interessato cortigiano.

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Futuro e Libertà per l’Italia

30 lug 2010
di Gianmario Mariniello

Si chiamerà così il gruppo parlamentare dei “finiani”.
Una denominazione che ci piace davvero tanto. Dall’idea di Generazione Italia: “Per costruire l’Italia del 2020, bisogna ripartire da un rinnovato senso dello Stato. Un nuovo orgoglio nazionale che dovremo trasmettere nella scuola, nel mondo della giustizia e dell’economia. Solo così potremo salvare il nostro Paese dal declino e dalla sensazione di decadenza tanto diffusa tra gli italiani”

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Granata, i lupi, i gattopardi e l’articolo 49 della Costituzione

25 lug 2010
di Gianmario Mariniello

In questi ultimi giorni si parla molto della necessità di regole, sia pure a corrente alternata a secondo dei casi, da applicare all’interno del Pdl. C’è chi vuole un partito del ‘900 e chi del 2000, chi lo vorrebbe leggero e chi pesante, ci sono poi quelli che lo preferiscono liquido e altri lo vogliono solido.
La discussione ci pare però fuorviata dal fatto che, al di là delle opinioni personali, di chi lo vorrebbe sistemare ad agosto o a marzo, il dato unico ed incontrovertibile è che la natura dei partiti politici è indisponibile alla semplice volontà delle parti, in quanto al di là dell’inattuazione dell’articolo 49 della Costituzione, i partiti svolgono comunque un ruolo istituzionale, costituzionalmente garantito, che ne limita la modificabilità a semplice piacimento.
In un momento di cosi bassa di fiducia dei cittadini nei confronti delle istituzioni in generale e della politica in particolare, dunque, sarebbe una buona cosa – prima di discettare sugli aggettivi – riportare i partiti all’interno del perimetro costituzionale attuando l’articolo 49.
Le ragioni storiche e politiche, infatti, che militavano per la scelta dell’inattuazione dell’articolo 49 ora invece ci dovrebbero spingere a porre regole valide per tutti i partiti, in quanto unico mezzo a disposizione dei cittadini.
Aprire un dibattito serio, nel luogo più opportuno, il Parlamento, sarebbe il miglior modo per risolvere il conflitto. Al di là, infatti, dell’attuale natura giuridica, non vi è dubbio che i partiti essendo l’unico strumento per concorrere alla vita politica della Nazione e ricevendo per questo una pubblica contribuzione devono essere necessariamente aperti, permettere al loro interno il libero dispiegarsi del dibattito e devono essere soprattutto contendibili, non solo a livello locale, da chiunque ne abbia voglia seguendo regole pre-costituite.
Regole che, per tornare alla cronaca di questi giorni, debbono essere innanzitutto previste in uno statuto ed in applicazione di questo, il quale, è il caso di ricordarlo, oltre a rispettare l’articolo 49 deve rispettare l’intera Costituzione.
A legislazione vigente infatti, anche le pretese sanzioni nei confronti dei “dissenzienti”, cozzerebbero con il principio che tutela la libertà di espressione dei singoli parlamentari. Forse solo oggi capiamo fino in fondo la reale portata e utilità del sacrosanto principio del divieto di mandato imperativo sancito nella nostra Costituzione, di fronte al quale ogni centralismo, democratico o carismatico che sia, deve necessariamente cedere il passo.
E del resto, da un punto di vista prettamente politico sarebbe imbarazzante spiegare ai dirigenti, agli iscritti, agli elettori ed alla generalità dei cittadini l’esistenza di un codice interno (c’è?) che punisce chi esprime una qualsiasi opinione, sia pure fosse sgangherata, mentre non prevede nulla per comportamenti penalmente rilevanti.
Perciò un invito, archiviamo con il caldo i bollenti spiriti e alla riapertura del Parlamento affrontiamo seriamente una discussione, quella sull’organizzazione dei partiti che, non riguarda pochi intimi, correnti o cricche ma la possibilità per l’universalità dei cittadini di “concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.

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Determina il tuo futuro, per il Sindaco di Napoli prima le primarie

24 lug 2010
di Gianmario Mariniello

“Determina il Tuo futuro”: questo lo slogan scritto sulle schede che a partire da lunedì 26 luglio, in occasione della convention di Generazione Italia che si svolgerà all’Hotel Ramada di Napoli alle ore 18, saranno distribuite ai cittadini. Obiettivo dell’iniziativa: svolgere consultazioni primarie per la designazione del candidato Sindaco di Napoli.
«La legge elettorale e le oligarchie di partito impediscono oggi la partecipazione popolare alla politica. Esprimendo la propria preferenza ogni cittadino può indicare il proprio candidato Sindaco».
Ad affermarlo è Enzo Rivellini che sottolinea: «Non possiamo consentire che elezioni importanti come quelle di Napoli si riducano al fatto che la scelta del candidato Sindaco avvenga all’interno di lobby politico-economiche o su indicazione di pochi esponenti di partito. Non accettiamo la logica che il destino di una grande città, la Capitale del Mediterraneo, sia telecomandato dall’esterno. Fino al 30 ottobre militanti di Generazione Italia saranno ogni fine settimana nelle strade e nelle piazze di Napoli per raccogliere le preferenze dei napoletani. Ci saranno in pratica gazebo in ogni municipalità. Successivamente allo svolgimento delle consultazioni presenteremo i risultati alla città e li sottoporremo all’attenzione dei vertici del partito e della coalizione.
La nostra iniziativa punta a stimolare il confronto, a mobilitare i cittadini, a contribuire dal basso alla realizzazione della democrazia interna al Pdl. Vogliamo un Pdl più forte, come dice lo slogan della convention di Generazione Italia Campania del 26 luglio. Il partito finora è stato un mero cartello elettorale, va articolato e strutturato sul territorio. In occasione della convention promuoviamo anche il tesseramento al Pdl, che fino ad oggi i cittadini praticamente non hanno visto.
La città ha bisogno di politici rappresentativi e non auto-referenti. Chi si candida deve avere lo spirito del “Brigante”, lo spirito che contraddistinse tanti meridionali che benché perseguitati non tradirono la propria Comunità in cui arrivarono i colonizzatori. Serve, in pratica, un po’ di sano e costruttivo leghismo del Sud. Non lamentiamoci della Lega, che si limita al nord a fare il proprio mestiere, ma costruiamo anche nel Mezzogiorno, partendo da Napoli, una classe dirigente di Briganti».

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No al garantismo dei furbi, no all’impunità

14 lug 2010
di Gianmario Mariniello

Sei un clandestino? In galera! Chiedi asilo politico? A mare! Ti fai una canna? Butta la chiave! Fai il Senatore e hai una condanna in appello a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa? Complotto dei giudici! Sei sottosegretario all’economia e cordinatore del tuo partito nella seconda regione d’Italia e hai un mandato d’arresto pendente per accuse di camorra? E’ giustizia politica! Fai il ministro da mezza giornata e chiedi di avvalerti di un cavillo per scampare al processo che ti vede imputato di appropriazione indebita? E’ una strumentalizzazione! Sei cordinatore del partito più votato del tuo paese e sfrutti la tua posizione per favorire amici nell’acquisizione di appalti e costruisci un’improbabile cricca di faccendieri per screditare giudici ed avversari interni? Intoccabile! Fai il Premier in una grande potenza europea ed emergono frequentazioni imbarazzanti? Complotto dei giornali, vietiamo le pubblicazioni!
Ma che film è questo? E’ la commedia Italiana che raggiunge punte tragiche allorquando una classe dirigente inadeguata e fuori dalla realtà, tenta maldestramente di sopravvivere alla sua impotenza politica. La giustizia è sempre stato il tallone d’achille del centrodestra a guida berlusconiana.
Raccolti i naufraghi sbandati e sopravvissuti a tangentopoli, Forza Italia nel 1994 si presentò come garanzia di continuità democratica per un sistema che vedeva azzerati quei partiti che per 50anni avevano fatto argine al Pci. I moderati Italiani hanno creduto alla promessa berlusconiana del miracolo Italiano.
Dopo 16 anni cosa resta di quella promessa? Le condizioni economiche avverse rappresentano certamente una giustificazione plausibile per le mancate riforme in questo campo, ma che fine ha fatto la questione giustizia? Berlusconi si presentò come “l’uomo nuovo”. Che pur non rinnegando la propria amicizia personale con esponenti coinvolti nella corruzione di Stato, puntualizzava la questione morale come imprescindibile per l’avvio della seconda Repubblica.
La gogna mediatica delle reti mediaset verso i malcapitati dirigenti politici del pentapartito che venivano coinvolti quotidianamente, è stata una delle punte di lancia per fomentare l’indignazione popolare verso i “ladri” ed i “corrotti”.
La destra missina del tempo vedeva negli esponenti milanesi Ignazio La Russa e Riccardo DeCorato, tra i più accaniti sostenitori del pubblico ministero simbolo di quegli anni Antonio DiPietro (alcune voci volevano l’uomo di Montenero addirittura vicino al partito di La Russa). Quanti picchetti in solidarietà ai giudici sotto palazzo di giustizia a Milano, caro Ignazio, ricordi? Davanti alla gioiosa macchina da guerra di Occhetto, lambita anch’essa dalle inchieste ma stranamente protetta dai colpi più duri dei pm, si presentava una coalizione che si faceva paladina dell’anticorruzione e dell’antimafia. C’era chi agitava cappi in parlamento come il deputato leghista Leoni Orsenigo perfino.
Nulla di nuovo quindi, si trattava di una destra legalitaria che storicamente ha fatto della questione “legge e ordine” una bandiera predicata e praticata. Nelle sezioni missine si insegnava infatti il “culto” dell’onestà ai giovani militanti del FdG.
Poi però qualcosa, anzi molto, è cambiato. Quella destra è andata al governo e man mano sono emerse indagini, inchieste, scandali. Quale dunque la politica nel 2010 di questo centrodestra? Assistiamo ad un permanere di un rigorismo inflessibile per i poveri cristi: immigrati, emarginati, fuggiaschi e giovani devianti ed ad uno strano protezionismo per i potenti fatto da leggi settoriali, pervicacemente tendenti al depotenziamento dei processi per i colletti bianchi, fatto di cavilli giuridici ad personam.
Ci si dice che questo è il doveroso garantismo contro una parte di giudici politicizzati che pratica l’accanimento verso l’avversario politico. Si, può darsi, innegabilmente la magistratura rappresenta una delle caste più potenti del paese, non immune dall’influenza della politica e talvolta dell’ideologia.
Il correntismo del CSM è l’esempio più fulgido di questa rappresentazione. Perché allora non riformare la giustizia per depurarla dalla politica invece di dedicarsi al proprio salvacondotto? Dopo 16 anni sta emergendo un sottobosco maleodorante fatto di personaggi variopinti, avventurieri, maneggioni di quart’ordine, uno squallore desolante.
Qualcuno, vedendo la deriva fuori controllo accende i riflettori sulla nuova questione morale e, come gli si risponde? Zitto! Traditore! Fedifrago! Complottatore! Un linguaggio da setta, da loggia , più che da classe dirigente. Si cita il garantismo contro i nuovi forcaioli. Io dico a chi oggi sale in cattedra per impartire lezioni ai reprobi di prestare cautela. Il garantismo è la certezza che l’ordinamento da ad un imputato di avere un giusto e bilanciato giudizio da parte di chi è preposto a darlo, non il passaporto per l’immunità.
Garantismo è presunzione di innocenza non garanzia di mantenimento di poltrone atte a sfuggire il processo. Il garantismo è semplicemente l’applicazione di una legge giusta, ossia un’adeguata pena per i colpevoli e la libertà per gli innocenti.
Il giustizialismo è agitare cappi, allestire gogne, servirsi delle proprie tv e giornali (vedi Feltri alla guida de “L’indipendente” in quegli anni) per aizzare le masse facendogli sentire “l’odore del sangue”. Usare il potere per sfuggire ai processi non è garantismo, Cesare Beccaria si rivolterà nella tomba a sentire questi suoi epigoni a comando. Il garantismo poi si dovrebbe applicare a tutti, immigrati inclusi, richiedenti asilo inclusi.
L’eguaglianza di tutti davanti alla legge è il cardine di una cultura autenticamente garantista. In realtà quello in salsa berlusconiana di oggi è un garantismo dei furbi e dei potenti che, sta diventando tanto più insopportabile quanto più emerge la volgarità di una classe dirigente che si crede intoccabile e che fa forza su un’assopita opinione pubblica che sempre più ha abbassato la soglia dell’indignazione.
Io dico no a questo inganno e a questo tradimento dei valori della destra Italiana.

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Chiediamo trasparenza e pulizia morale nel Pdl

13 lug 2010
di Gianmario Mariniello

La smentita di Berlusconi sulle frasi contro la mia persona a lui attribuite dal ‘Corriere della Sera’ e’ molto positiva e conferma la volontà del Presidente del partito di rispettare tutte le posizioni interne al partito.
Invece, mi sorprendono le parole di Bondi. Come si fa a considerare nefasto l’atteggiamento di chi chiede trasparenza e pulizia morale e allo stesso tempo difendere autori di episodi imbarazzanti per il Pdl?
Dico una cosa molto semplice e di buon senso: ci sono atti della magistratura che pur non comportando, mi auguro, nulla di penalmente rilevante per Verdini, pongono un problema di opportunità politica.
Sia chiaro: non ho letto le intercettazioni ma le 60 pagine dell’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Carboni, Martino e Lombardi, che hanno tutti i giornali d’Italia. In esse ci sono elementi che fanno pensare che una questione Verdini ancora debba ancora emergere.
Diverso il discorso Cosentino: sul caso del sottosegretario all’Economia e coordinatore del Pdl in Campania non si arriverà mai al voto di sfiducia annunciato dall’Idv. Il caso Cosentino finirà come il caso Brancher: Berlusconi lo farà dimettere prima. E’ inevitabile, perché Berlusconi è diverso da tutto questo, è stato vittima di questa banda.
Banda che ha avuto anche la mia persona nel mirino: apprendo dalla stampa di un’azione di dossieraggio nei miei confronti con la preparazione di falsi atti giudiziari e l’utilizzo fraudolento di timbri della DIA. Premesso che nessuna opera di questo genere può preoccuparmi ne’ intimorirmi, va detto che siamo di fronte a una vicenda inquietante di cui e’ opportuno conoscere i contorni, i contenuti, i committenti e gli utilizzatori finali.
Chissà se Bondi e Cicchitto mi esprimeranno solidarietà così come la esprimono a Verdini e Cosentino o se riterranno questo episodio normale in un partito democratico e liberale. D’altronde la mia colpa è stata soltanto quella di aver sostenuto con forza la candidatura di Caldoro ritenendola la migliore sia politicamente sia moralmente.

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Ma quale garantismo, Verdini si dimetta. Per il bene del Pdl

12 lug 2010
di Gianmario Mariniello

Per difendere e solidarizzare con Denis Verdini i suoi colleghi Sando Bondi e Ignazio Larussa hanno invocato il garantismo. Si sbagliano e spiego il perché.
Confesso che Denis Verdini non mi é stato mai gran che simpatico. Questione di pelle. Per giunta, non ho mai trovato una sola ragione che giustificasse la sua carica di massimo responsabile del più grande partito italiano. Evidentemente vanta meriti, che i più ancora non conoscono. Ciò non di meno, anche a favore dell’on. Verdini vale la costituzionale presunzione d’innocenza. Egli é anche il coordinatore nazionale del mio partito. C’é più di una ragione, quindi, per augurarmi che venga pienamente prosciolto da ogni accusa. Ammesso che una qualche accusa possa essere formulata contro di lui, posto che, come ha acutamente osservato il Procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso, i fatti che emergono allo stato difficilmente potrebbero concretizzare a suo carico il reato di corruzione. Queste cose almeno il mio collega Ignazio La Russa le conosce benissimo, solo che la questione che investe Verdini, e che riguarda il Pdl, non é una questione giudiziaria. Di quella si occuperanno i giudici e gli avvocati.
Quella che riguarda noi é la questione politica. Verdini é a capo del più grande partito italiano, che é composto, nella sua stragrande maggioranza, da persone per bene. In ogni parte d’Italia, in paesi piccoli e grandi, ci sono migliaia di militanti, di dirigenti e di eletti, che quotidianamente, con impegno e disinteressatamente, si spendono per affermare le idee e i programmi di questo partito, nel quale credono e nel quale hanno riposto le loro speranze. Almeno a costoro l’on. Verdini deve qualche spiegazione. Dovrebbe spiegare, senza alcuna zona d’ombra, quali rapporti egli abbia con uno dei personaggi più equivoci e controversi della storia italiana, quel Flavio Carboni, entrato e uscito da tante storie di sangue e di malaffare della prima repubblica e col quale nessuno di noi andrebbe a cena. Credo che queste spiegazioni siano un atto dovuto, nei confronti di tutta la classe dirigente del Pdl. Prima arrivano, meglio é. Il resto, poi, dipenderà dalla sua sensibilità.
Personalmente gli consiglierei di dimettersi. Egli per primo, e proprio per la carica che riveste, dovrebbe avvertire il bisogno di tutelare il suo partito da ogni sospetto e da ogni illazione. E lui per primo, che é un navigato uomo di mondo, converrà senz’altro che frequentare, e invitare a cena nella propria abitazione, un personaggio come Flavio Carboni di sospetti e illazioni ne fa sorgere a iosa.

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Lo pseudo-garantismo di Bondi e La Russa

12 lug 2010
di Gianmario Mariniello

Da Libertiamo.it: “In riferimento ad alcune prese di posizione desideriamo ricordare che la cultura del PdL non è il giustizialismo nè la condanna preventiva emessa sui mezzi di comunicazione. Questo principio di cultura liberale e di rispetto della dignità di ogni persona vale sia per i nostri avversari politici che per gli esponenti del nostro partito…. E vale sempre e per chiunque sia stato coinvolto in indagini giudiziarie, senza che sia intervenuto un giudizio di merito della magistratura“.
Così ieri, due coordinatori nazionali del PdL, Bondi e La Russa, motivavano la difesa del terzo, Verdini, al centro di una bufera mediatico-giudiziaria per i suoi rapporti con la Carboni&C. Perché allora il consigliere provinciale del PdL Zaccai, al centro di una storia di trans e cocaina, è stato immediatamente sospeso e invitato a girare alla larga dal partito per cui è stato eletto nel Consiglio Provinciale di Roma?
Una persona di buon senso risponderebbe così: al di là della vicenda giudiziaria, che potrebbe confermare alla fine la piena innocenza dell’indagato, le condotte accertate allo stato degli atti, senza peraltro che se ne sia dimostrata la rilevanza penale, non consentono a Zaccai di rappresentare degnamente i “valori” del PdL.
Però questo buon senso smaschererebbe il cattivo “garantismo” dei due coordinatori nazionali del PdL. Garantismo assoluto, in teoria, ma flessibile in pratica, così da potersi applicare per i potenti, alle prese con complicate e imprudenti relazioni pericolose e da doversi invece interpretare per i “nessuno”, il cui privato non porta a spericolate operazioni sul CSM o sulla Corte costituzionale, ma a tristissime frequentazioni mercenarie sul raccordo anulare o sui vialoni dell’Eur.
Riabilitiamo Zaccai? Lo riaccogliamo nella grande famiglia del PdL, in attesa della pronuncia della Cassazione? Oppure – e sarebbe meglio – buttiamo nella discarica della cattiva retorica questo pseudo-garantismo, questa maschera liturgica dell’indignazione, quest’ipocrisia che fa – in alcuni casi, molto selezionati – di un’indagine giudiziaria una sorta di polizza assicurativa sulla responsabilità politica dell’indagato?
Il garantismo è sacro, ma non è questo. Impone la parità di posizione e di mezzi dell’indagato rispetto a chi sostiene l’accusa e la garanzia dell’imparzialità del giudizio. Mica esige, come corollario, la sospensione del giudizio politico su vicende che sono (ma potrebbero anche non essere) oggetto di indagine giudiziaria.
Checchè se ne pensi di quanto Verdini dovrebbe fare o non fare – cioè dimettersi o non dimettersi – non si può negare che, per quanti ricoprono, a tutti i livelli, incarichi politici, non contano solo le sentenze, ma innanzitutto i fatti. Non contano solo le condanne o le assoluzioni, ma anche le “verità non giudiziarie” che emergono a partire o a prescindere dalle inchieste giudiziarie. Conta anche un concetto di responsabilità che ha poche parentele con quello, del tutto caratteristico, secondo cui ciascuno risponde delle proprie azioni nei tribunali.
Nessuno si deve dimettere perché è indagato. Ma non si può difendere qualcuno, a prescindere dal resto, solo perché è indagato.

* Direttore di Libertiamo.it

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“Caso La Spezia”, così non va. Bisogna rimediare all’errore

10 lug 2010
di Gianmario Mariniello

Il caldo fa strani scherzi e porta a scambiare, come dicevano una volta dalle mie parti, Roma per toma. Ma ecco i fatti, piccoli fatti di provincia, se non fosse che sono coinvolti direttamente i massimi vertici del partito.
Fabio Cenerini, vice coordinatore provinciale del Pdl di La Spezia è stato destituito dal suo incarico. Il motivo non appare chiaro, dato che il Cenerini non ha pendenze con la giustizia e politicamente ha lavorato bene, tanto che a La Spezia il Pdl pare sia andato meglio che in altre province liguri.
Il comunicato dice genericamente: “vista la situazione politico-organizzativa e la richiesta congiunta del coordinatore regionale e del suo vice”.
Sennonchè il coordinatore regionale smentisce di aver mai avanzato richiesta alcuna di dimissionamento. Certo il coordinatore provinciale ha dato le dimissioni, ma allora il vice che ci sta a fare? Perchè togliere di mezzo pure lui? Il Cenerini agli occhi di qualcuno potrebbe avere indubbiamente un difetto: ha aderito a Generazione Italia, di cui è attivo promotore.
Sono certo però, conoscendo le intime convinzioni liberali dei nostri tre coordinatori nazionali, che questa non possa essere la motivazione, sarebbe troppo grave e persino ingenua per tre navigati professionisti della politica come loro.
E’ per questo che penso si sia trattato di un errore dovuto forse al caldo torrido che c’è a Roma in questi giorni: uno scambio di persona. Forse i tre coordinatori intendevano destituire Eugenio Minasso, il vice coordinatore regionale del Pdl, ritratto su alcuni giornali vicino a personaggi legati alla ‘ndrangheta.
Evidentemente all’ultimo, hanno confuso i vice e così è venuto fuori il nome del Cenerini. O forse è stato un lapsus freudiano: era Denis Verdini che in realtà voleva dimettersi per dimostrare che un coordinatore nazionale del partito deve essere come la moglie di Cesare, al di sopra di ogni sospetto.
Poi all’ultimo gli è mancata, come ebbe a riconoscere tempo fa, la “sensibilità istituzionale”.
Oppure, dopo aver letto che l’on. Scajola intende tornare in grande stile a fare politica nel Pdl, i tre coordinatori hanno voluto lanciargli un avvertimento di stampo finiano. D’altro canto, essendo ligure doc, il povero Cenerini non ha potuto nemmeno contare sulla solidarietà isolana di La Russa.
Sono convinto dunque che si tratti di un errore a cui i nostri tre coordinatori rimedieranno rapidamente. Magari riflettendo su qualche più opportuno dimissionamento.

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No alla pulizia etnica all’interno del Pdl

08 lug 2010
di Gianmario Mariniello

Fabio Cenerini, Vice Coordinatore Vicario PDL e Consigliere Comunale della Spezia, è un iscritto di Generazione Italia.
Credo che la linea moderata e intelligente del Presidente Fini sia quella che in futuro darà dei risultati concreti per il paese. Per quanto mi riguarda non cambia niente nei confronti del partito, gli amici di Fini contribuiscono a creare un PDL sempre più forte e anche alla Spezia e in Liguria dobbiamo lavorare tutti insieme per mandare a casa una sinistra impresentabile”, ebbe modo di dire Fabio al momento della sua adesione a Generazione Italia.
Oggi, invece, accade un fatto di una gravità inaudita. Un fax (SCARICA) a firma dei tre coordinatori nazionali del Pdl, Bondi, La Russa e Verdini, recita: “A seguito delle dimissioni del Sig. Andrea Costa da Coordinatore provinciale Pdl di La Spezia, vista la situazione politico-organizzativa, vista la richiesta congiunta del coordinatore regionale PDL della Liguria On. Michele Scandroglio e del Vice Coordinatore vicario, On. Eugenio Minasso, si nomina il Sig. Giacomo Raul Giampedrone Commissario unico provinciale di La Spezia”.
Peccato che l’atto sia nullo. L’articolo 48 dello Statuto del Pdl, a proposito del Commissariamento, affida tale potere all’Ufficio di Presidenza, non ai tre coordinatori. Non solo, ma i tre coordinatori non fanno riferimento nel loro fax all’unica causa che consente il commissariamento: i “gravi motivi” ex art. 48 dello Statuto.
C’è di più: a essersi dimesso è il solo Costa. Cenerini, invece, non ha mai lasciato il suo incarico di Vice Coordinatore provinciale Vicario del PDL a La Spezia. Non era più intelligente sostituire solo il Costa? E invece hanno preso la palla al balzo e hanno punito anche il “finiano”.
La Spezia è una sorta di isola felice, nel Pdl ligure: non ci sono problemi politici organizzativi, è l’unica provincia dove si fa la festa del PDL (regionale) alla quale parteciperà lo stesso La Russa e alle elezioni regionali, a La Spezia il Pdl è andato meglio delle altre province.
Ma Cenerini è un “finiano”. E in quanto tale va punito. Non è l’unico esempio di “pulizia etnica” ai danni degli iscritti a Generazione Italia. Una pratica antidemocratica che deve cessare subito: chiediamo ai tre Coordinatori nazionali il ritiro immediato del provvedimento e il rispetto dello Statuto.
In Liguria sono ben altri i problemi che dovrebbero interessare i tre coordinatori nazionali del Pdl.

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Perché le correnti servono al Pdl

08 lug 2010
di Gianmario Mariniello

“In questi giorni delicati per il futuro del nostro partito, da più parti si odono appelli alla chiusura delle correnti, al coordinamento delle stesse, all’unità del Pdl. Siamo contenti, anche perché quando nacque Generazione Italia sembravamo l’unica corrente all’interno del Pdl, mentre oggi scopriamo – insieme a Giulio Andreotti – che ce ne sono ben ventidue. Non sono certo poche. Sono cose che capitano, specie in un partito nuovo, giovane, nato in fretta e ancora “work in progress”. Le correnti, insomma, sembrano più il frutto di un partito che non funziona, piuttosto che gruppi di potere che mirano a gestire quote di potere all’interno del partito, scopo antico di tutte le componenti organizzate.
In un partito leggero (vogliamo essere buoni) come il Pdl, le correnti di pensiero, le reti di aggregazione di persone sul territorio, le iniziative culturali in giro per l’Italia sono vitali per un comitato elettorale – senza alcuna connotazione negativa – qual è oggi il Pdl.
Quindi ben vengano iniziative come la Fondazione Liberamente – difesa oggi dalla Prestigiacomo: “nessuno pensi di poterci dare un altolà…” – e ovviamente Generazione Italia. Anche per un motivo politico-elettorale: correnti di pensiero tanto diversi coesistono in tutti i grandi partiti occidentali. Esistono anche per allargare la base elettorale di questi grandi contenitori. Senza le nostre battaglie in nome dell’unità nazionale e della legalità, tanta parte dell’elettorato di destra non si rivedrebbe in un Pdl esclusivamente garantista.
Non solo, ma senza una rete sul territorio come la nostra, che sta nascendo, si sta strutturando, sta iniziando a promuovere iniziative sul territorio, tante persone che non entrerebbero mai una sezione di partito, per tutta una serie di motivi, oggi hanno il modo, lo strumento per avvicinarsi alla politica e al Pdl. E scusate se è poco.

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PdL, tre proposte per diventare il “Partito della Legalità”

15 mag 2010
di Gianmario Mariniello

Probabilmente ha ragione il ministro Alfano quando dice che non c’è una nuova Tangentopoli in vista. Al momento non sembra infatti emergere un sistema che coinvolge partiti, correnti organizzate e singoli esponenti politici, come accadde all’inizio degli anni Novanta.
Allo stesso tempo, però, non si può derubricare tutto alla magica formula del “caso isolato”, perché la moltiplicazione di questi casi sta allarmando l’opinione pubblica. Se non c’è un sistema – e a nostro giudizio non c’è – si registra indubitabilmente un abbassamento del livello di etica pubblica che deve contrassegnare quella che Fini definisce la “buona politica”. E ci sono tanti – troppi – episodi di malcostume che al di là delle implicazioni penali e delle eventuali responsabilità dei singoli rischiano di allontanare gli italiani dalla politica.
In questi giorni gli italiani leggono e sentono di parlamentari privilegiati per l’acquisto dei biglietti della finale di calcio della champions league, di deputati che si lamentano perché vengono multati se prendono la corsia degli autobus e dei taxi e di chi addirittura propone un aumento di stipendio ai politici che fanno fino in fondo il loro lavoro per cui sono certamente ben retribuiti.
Si legge di richieste di arresti e di condanne per peculato, di accuse alla politica di collusione con la mafia in Sicilia, con la ‘ndrangheta in Calabria e con la camorra in Campania, di inchieste a Perugia, a Roma, in Sardegna, con il coinvolgimento di nomi altisonanti anche del Pdl.
Ogni giorno c’è un aggiornamento su liste di nomi nero su bianco o sussurrate nelle redazioni dei giornali e in Transatlantico. Il tutto dopo le dimissioni di Scajola dovute a una forte pressione dell’opinione pubblica e della stampa per la semplice ragione che il ministro non riusciva a spiegare quello che era accaduto in occasione dell’acquisto del suo appartamento romano.
Adesso, al di là delle responsabilità penali che spetta alla magistratura provare in un clima di garantismo assoluto, è evidente che c’è una deriva che richiede una risposta ferma, immediata, chiara ed evidente, anche e soprattutto da parte del Pdl in quanto primo partito italiano e partito locomotiva della coalizione di governo. Il Pdl dovrebbe approfittare di questa occasione per offrire una ulteriore e nuova lettura della sua sigla, divenendo con i fatti il “Partito della Legalità”, isolando eventuali responsabili di episodi dannosi per la sua immagine ed evitando che questi argomenti siano appannaggio della Lega nel centrodestra e dell’Italia dei Valori nel centrosinistra.
Per diventare il “Partito della Legalità” ci permettiamo di avanzare tre proposte. La prima è la sottoscrizione di un codice etico, sulla scorta di quello approvato dalla commissione Antimafia, per tutti gli eletti del Pdl in ogni assemblea e per quelli nominati in ogni società o ente su indicazione del partito. La seconda è l’adozione dell’anagrafe pubblica degli eletti e dei nominati con la pubblicazione sul sito ufficiale del partito dei dati reddituali e patrimoniali di quelli che grazie al Pdl percepiscono un emolumento. La terza è l’accoglimento della proposta di Generazione Italia, che per prima ha chiesto di adottare un iter fulmineo per approvare il ddl anticorruzione, che va anche rimpolpato nei contenuti perché così com’è appare oggettivamente da migliorare.

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Il dissenso va semplicemente accettato

14 mag 2010
di Gianmario Mariniello

Oggi uno dei Coordinatori del Pdl, il Ministro Sandro Bondi, ha scritto una lettera al Direttore de “Il Foglio” nella quale cerca di spiegare perché il dissenso à la Fini non sia accettabile nel Pdl. Una lettera dissenziente rispetto al pensiero di un proto-berlusconiano come Giuliano Ferrara.
Sandro Bondi pone l’accento non sull’esistenza del dissenso ma sulla qualità di esso, che nel caso di Gianfranco Fini viene ritenuto dal Coordinatore del Pdl “divisivo e lacerante”.
Non si può ammettere il dissenso, salvo poi dire “ma non quello di Fini”. Non si può scegliere il dissenso che si preferisce, ma lo si deve accettare e basta, così come avviene in tutti i partiti democratici d’Occidente.
Il dissenso di Fini e dei finiani non sarebbe ammissibile perché “lavorano a un’altra destra”, scrive Bondi. Non è così, o meglio non è proprio così. Ma se pure fosse, non vedo il problema.
Nel partito repubblicano USA, negli anni ’60 si fronteggiavano due idee di destra diversissime tra loro. Cosa avevano in comune Rockefeller e Goldwater? Eppure, dopo primarie sanguinosissime, il GOP andò avanti comunque.
In Inghilterra, negli anni ’70 si fronteggiavano due idee di destra: quella vecchia di Ted Heath e quella innovativa della Thatcher. Anchè lì lo scontro fu durissimo, ma i Tories sopravvissero al big bang interno.
In Francia ci fu il confronto interno tra la destra del socialismo nazionale di Chirac e la destra della “rupture” di Sarkozy.
Idee di destra differenti, che hanno creato grandi discussioni interne ai rispettivi partiti.
Eppure nessuno si è mai sognato di ritenere “non ammissibile” l’idea diversa. Anche perché in nessun’altra parte del mondo la destra è stata identificata con una persona. Non è questa la ragione sociale del Pdl. Che nasce invece con l’obiettivo di creare un partito degli italiani, seguendo la felice intuizioni di Pinuccio Tatarella. Un partito forte e quindi capace di sopravvivere a Berlusconi, Fini, Bondi e Bocchino.
Se poi si vuole ridurre la destra al berlusconismo, questa è altra storia. Ma ragionando così, in prospettiva, del Pdl potrebbe non restare nulla.

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Poche regole per fare la pace. Senza fare finta

13 mag 2010
di Gianmario Mariniello

Presumere che un bigliettino, quattro parole quattro (“fare pace fare finta”), possa sintetizzare la dinamica interna del più grande partito italiano è fascinoso ma politicamente fuorviante.
In realtà capiremo da qui a non molto se la crisi dei rapporti, politici e personali, tra Berlusconi e Fini può essere riassorbita con uno sforzo ulteriore. I fatti di queste ore ci dicono quanto meno che i tempi non sono maturi.
Non nascondiamoci la realtà: non è nemmeno detto che la divergenza tra i due cofondatori del Popolo della libertà sia recuperabile. Possiamo auspicarlo, ma non dipende da nessuno, nemmeno dai protagonisti. Non è questione di buona volontà o di dichiarazioni d’intenti. E’ la politica.
I prossimi giorni ci diranno se si tratta di punti di vista diversi non riducibili “ad unum”.
Intanto, qualche idea sul metodo può aiutare a rimuovere dalla via i massi che ostruiscono il cammino. In questi anni abbiamo imparato poche regole di qualche utilità.
La prima la ripetiamo da tempo: i capi parlano con i capi. Meglio: i capi parlino con i capi. Quando un capo “salta” l’altro capo e parla con i sottoposti, la fine del rapporto è assicurata. Facile capire perchè. Temo sia successo dalle nostre parti. In mezzo ci sono gli eccessi degli “ex”, da sempre deleteri. Il saggio contiene gli “ex” e non li fa decidere al suo posto.
La seconda: pacta sunt servanda, soprattutto tra soci. Dannoso aggirarla.
Terzo, non sottovalutare mai l’altro: chi ti suggerisce di valutarlo al ribasso è interessato a fare la cresta. In suo favore. I numeri sono quelli che sono e non quelli che per tanto tempo (si) dissero. E poi le campagne acquisti funzionano nel calcio, ma in politica fino a un certo punto. Ormai siamo al certo punto. Quarto: …scripta manent. E’ utile rivisitare gli scripta: carte alla mano e firme autenticate. E’ bello riscoprire cosa si volle fondare, con chi e come. Forse è stato dimenticato qualcosa.
Last but not least
: la Patria in pericolo può fare miracoli tra chi ha ancora il vizio di crederci.
Pro salute rei publicae
: provarci ancora forse è un dovere.

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