Mercoledì, 08 settembre 2010

Articoli marcati con tag ‘legalità’

Pollica, il vile attacco alla Legalità

07 set 2010
di Gianmario Mariniello

Hanno ucciso un uomo buono, ma determinato. Hanno ucciso uno di quegli uomini del Sud, dalla schiena dritta nei confronti del sistema dell’illegalità. Pollica, provincia di Salerno circa 2500 anime, situata in un paesaggio incantevole, e che forse ha ispirato uno dei più bei romanzi di tutti i tempi: “L’Uomo ed il Mare”. È qui, tra questa strade e viottoli, che s’inerpicano sino a 370 metri sul mare, che Angelo Vassallo, oltre che il sindaco, era un simbolo.
Cinquantasette anni passati tra la passione per il mare e quella per i valori della collettività. E nel rincasare con la sua auto, come tutte le sere, è stato freddato da nove colpi calibro nove. Un’esecuzione. L’ennesima ferita al corpo dello Stato.

Certo, bisogna approfondire le indagini. Ma questo omicidio deve scuotere le coscienze.

I notiziari hanno aperto su questa notizia, perché il tema della legalità, al Sud, come al Nord, diventa sempre più impellente. Una vera emergenza nazionale. E uccidere un uomo delle istituzioni è un pericolosissimo messaggio.

Il sostituto procuratore di Vallo della Lucania ha dichiarato: “hanno ucciso un simbolo della legalità”. E questo testimonia quanto Vassallo, oltre ad essere uomo delle istituzioni, era qualcosa di più. Era quella schiena che non si piega davanti al potere delle organizzazioni criminali. Nonostante il rischio continuo della propria vita.

Chissà se gli interessi che ci sono dietro questa esecuzione sono da attribuire a singole fattispecie a cui si opponeva Vassallo. Oppure la criminalità ha colpito “uno per educarne cento”. Certo è che il Sud, nonostante gli sforzi del governo per combattere i fenomeni criminali, dimostra di essere frantumato in tante piccole realtà, dove anche il sindaco di un piccolo paese può diventare un grande bersaglio.

Questo dimostra come la lotta dello Stato debba essere capillare, e che non basta controllare solo le aree di maggiore rischio o con maggiore infiltrazione criminale.

Il cammino, dunque, è più irto di quanto si possa immaginare. Ma non ci sono solo le pistole calibro nove da fermare, ma una sub-cultura che stagna in piccole aree della popolazione, poi facile bacino di reclutamento e di connivenza.

L’emergenza continua, e noi continuiamo a indignarci e a fare la nostra piccola parte. Affinché tanti cittadini onesti del Sud non vengano accomunati a tale sub-cultura, di cui sono totalmente estranei. Affinché giunga solidarietà, e non si sentano soli i tanti “Vassallo”, che combattono giornalmente a mani nude il malaffare organizzato. Affinché venga percepita la nostra solidarietà per i magistrati e le forze dell’ordine di frontiera, che con pochi mezzi combattono grandi interessi.

Non pensate che l’Italia sia indifferente o poco attenta a ciò che fate. Non demordete dal vostro impegno. Vi siamo tutti vicini. Sempre più vicini.

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Carlo Alberto Dalla Chiesa, straordinaria figura di servitore dello Stato

03 set 2010
di Gianmario Mariniello

In occasione del ventottesimo anniversario del barbaro assassinio del Prefetto di Palermo, Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, della sua giovane moglie Emanuele Setti Carraro e dell’agente di scorta Domenico Russo, desidero esprimere la mia sincera vicinanza e solidarieta’. Il tempo trascorso non puo’ scalfire il ricordo di questa straordinaria figura di servitore dello Stato, impegnato con coraggio e con profondo senso del dovere nella lotta al terrorismo ed alla mafia, fino all’estremo sacrificio della vita.
Dopo l’assassinio del generale Dalla Chiesa qualcuno scrisse su un cartello: ”Qui finisce la speranza dei
palermitani onesti”. Onorare la sua memoria significa innanzitutto dimostrare che quella speranza si e’ rafforzata grazie al lavoro risoluto e generoso di quanti – Istituzioni, magistrati, forze dell’ordine e cittadini – sono intensamente impegnati nella lotta contro la criminalita’ organizzata.
E’ soprattutto in questo impegno testimonianza delle grandi energie di onesta’ e di passione civile del Paese, che si sublima il sentimento di coesione del popolo italiano contro il crimine organizzato, nemico
della democrazia e della liberta’, e la sua volonta’ di riaffermare con forza la dignita’ dello Stato attraverso la difesa dei valori della legalita’ e della giustizia. A Lei, alle famiglie delle vittime di quel vile attentato e ai cittadini di Palermo desidero esprimere, a nome di tutta la Camera dei deputati, i miei sentimenti di intensa partecipazione.

*Messaggio inviato al prefetto di Palermo, Giuseppe Caruso.

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Lettera aperta al militante (sindaco) Alemanno

02 set 2010
di Gianmario Mariniello

Non posso fare a meno, caro Gianni, di cogliere positivamente alcuni aspetti delle tue dichiarazioni odierne, rilasciate al “Corriere della Sera”. In particolar trovo apprezzabile il punto in cui auspichi la sospensione dei noti provvedimenti disciplinari nei confronti di tre esponenti del nostro partito. O ancora quando – con l’onestà intellettuale che ti ha sempre contraddistinto in questi anni di comune appartenenza politica e ideale – ammetti che la linea politica del PdL non può essere dettata da due quotidiani – per quanto autorevoli punti di riferimento – come “Libero” e “Il Giornale”, così come del resto abbiamo sempre criticato l’uso che l’opposizione fà del suo principale organo di stampa, ovvero “La Repubblica”.
Tuttavia, pur apprezzando i tuoi tentativi di conciliazione, non posso non sottolineare come tu appaia molto meno convincente, quando sostieni che la legittimazione del comportamento di chi, come me, si è schierato con il Presidente Fini, debba passare attraverso il sostegno tout court e incondizionato al governo, facendo appello a logiche di carattere verticistico.
Ci tengo a rassicurarti sul fatto che (per quanto mi consta) tutti gli eletti in seno alla maggioranza sono – e saranno sempre – fedeli a quanto espresso nei punti programmatici concordati prima del successo elettorale.
Ed è proprio per questo che non posso sottrarmi dal chiederti, se nell’azione di sostegno al governo tu comprendi anche il dovere di avallare provvedimenti come il cosiddetto “processo breve”, che così come concepito rischia di essere più dannoso che utile per la Giustizia di questo Paese.
Inoltre: nelle tue parole ribadisci la tua vicinanza al premier “senza remore né rimpianti”. Ma, proprio in virtù della tua storia e della militanza che ci accomuna, ti senti davvero sereno nel condividere la stessa vicinanza e solidarietà di quanti utilizzano e sostengono il “metodo-Boffo”, da cui emergono peraltro interessanti spunti di riflessione sul nodo, mai sciolto, del conflitto d’interessi?
In tal caso comprenderai bene che avrei molto da eccepire…
No, caro Gianni, non c’è nulla di “pretestuoso” o di “fastidioso” nel sostenere quanto condiviso da una larghissima parte del nostro elettorato di riferimento.
Per il quale, a mio parere e vista l’entusiastica partecipazione della gente convenuta in questi giorni a Mirabello (e che tu conosci benissimo), non vi è necessità di legittimazione alcuna.

Con amicizia,
Claudio Barbaro

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Con Fini. Per l’Italia. Per una nuova politica

02 set 2010
di Gianmario Mariniello

Libertà di pensiero, di opinione, di credo, religioso o politico, caratterizzano ogni democrazia, così come ne è parte integrante il dissenso. Ma qualsiasi dissenso non dovrebbe essere caratterizzato da provocazioni o strumentalizzazioni.
Futuro e Libertà per l’Italia, Generazione Italia, Fare Futuro, sono nati con l’obiettivo di poter affrontare la discussione su temi fondamentali per la vita del Paese, all’insegna del confronto sempre mancato all’interno del PDL, partito di fatto mai nato.
Oggi, nonostante le demonizzazioni, le mortificazioni, le epurazioni, i tentativi di strumentalizzazioni messi in atto nei confronti del Presidente Fini e di tutti coloro che hanno condiviso il suo progetto, gli Italiani stanno dimostrando di aver capito che, nel mentre assistono a sottrazioni di risorse nei settori vitali, quali la sanità, l’istruzione, l’Università, la ricerca, la Nazione è calata in un sistema di illegalità diffusa e di corruzione, e nel quale prevalgono impunità e mancanza dei diritti fondamentali.
Ed allora ecco che cresce il consenso esterno nei confronti del Presidente Fini e che tale consenso continuerà ad aumentare se tutti insieme riusciremo a dimostrare che le nostre scelte contribuiranno a restituire agli Italiani legalità, giustizia sociale e coesione nazionale.
Tutto ciò preoccupa Berlusconi, e soprattutto gli ex colonnelli, e visto che la prima festa di Futuro e Libertà per l’Italia che si sta svolgendo a Mirabello, è stata già inaugurata con un consenso superiore ad ogni aspettativa, qualcuno ha pensato di predisporre forme di dissenso, assolutamente non condivisibili e non auspicabili, perché solo provocatorie. Ed anche i quotidiani nazionali della famiglia Berlusconi sembra vogliano proseguire nella loro fantasiosa e provocatoria demonizzazione del Presidente della Camera dei Deputati, pensando persino di venire a Mirabello per presentare le firme raccolte, non si comprende bene in base a quale regola, contro lo stesso Fini.
Ma nonostante tutto da domenica, 5 settembre, l’Italia potrà essere certa che, con a capo il Presidente Fini, ci sarà una schiera di donne e uomini, che riusciranno a dare passione alla Politica e che sapranno restituire alla stessa il ruolo affidatole dalla Costituzione Italiana.

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Libero mercato è legalità

01 set 2010
di Gianmario Mariniello

“Nel Sud le politiche redistributive della ricchezza hanno agevolato lo sviluppo della criminalità. Oggi invece le politiche di libero mercato aiutano gli imprenditori meridionali a rendersi indipendenti dal controllo della criminalita’”. Lo ha detto Ivan Lo Bello, presidente di Confindustria Sicilia, intervenendo a Vedro’, il think tank ideato da Enrico Letta e Giulia Bongiorno.
“In Sicilia – ha proseguito Lo Bello – negli ultimi anni c’e’ stato un risveglio degli imprenditori che ha consentito un mercato meno condizionato dalla criminalita’, ma all’attivismo degli imprenditori e’ mancata una politica altrettanto coraggiosa che agisse sulla burocrazia incentivando gli investimenti”.
Le parole del leader degli industriali siciliani segnano una svolta e danno allo stesso tempo un segnale alla politica: è l’economia di mercato il vero nemico delle Mafie. Gli imprenditori lo sanno e non chiedono più assistenzialismi, ma regole. Chiare e certe. Infatti, l’economia di mercato si basa su poche norme che devono essere rispettate, non interpretate dal burocrate di turno. L’economia di mercato si basa sulla concorrenza, mentre le mafie devono agire in regime di monopolio, pena la loro estinzione. Si basa sulla certezza del diritto, mentre noi stiamo parlando di processi brevi e amnistie (s)mascherate. Contro burocrazia, intermediazione e interventismo pubblico in economia, finanziamenti a pioggia e contributi a fondo perduto deve scagliarsi una destra moderna. E da qui, contro lo statalismo, l’assistenzialismo, il clientelismo e tutti quegli antichi vizi del Sud Italia deve ripartire una nuova politica meridionalista. Seria, questa volta…

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Sulla legalità nessun equivoco, nessun chiacchiericcio.

31 ago 2010
di Gianmario Mariniello

Riformare la Giustizia, e combattere la politicizzazione di una certa parta della Magistratura non può in alcun modo mai significare, nemmeno dare la più lontana impressione che la riforma della Giustizia che vuole fare il PDL sia tesa a garantire sacche maggiori di impunità: “Berlusconi è inutile che tu mostri insofferenza, ma qualche volta l’impressione c’è”. (Gianfranco Fini)
Mirabello, domenica 5 Settembre. Questa data è a tratti più attesa dai falchi berlusconiani che da noi finiani. Oramai, presi dall’assordante silenzio di Gianfranco Fini, i berluschini fanno tutto loro, chiedono e si rispondono.
Ma la linea tracciata è sempre la stessa, unica ed univoca: sulla legalità nessun equivoco, nessun chiacchiericcio.
Ancora, a Mirabello si attende la nascita del partito. Ci sarà, non ci sarà? Questione di tempi? Tutto è possibile, una cosa però deve essere chiara: la base di Generazione Italia “vive” già un suo partito, ritiene che il PDL così com’è oggi, così come è ostinatamente oggi, non può sposare i suoi valori, fatti di sobrietà politica e rispetto imprescindibile di valori quale la libertà di opinione e la legalità.

Fini lo disse chiaramente in Direzione Nazionale, e sarà ribadito a Mirabello.

Partito o non partito? Non è questo il problema (oggi), però una cosa è certa, lo strappo consumatosi in direzione nazionale, la successiva cacciata di Fini, il deferimento di Bocchino, Briguglio e Granata, la Lega, i vertici pdl saldamente al loro posto, il veleno di Feltri, e in ultimo Gheddafi non possono in alcun modo ricucire uno strappo non voluto, bensì impostoci.

Indietro non si può tornare, i vertici lo sanno bene, al massimo si può dialogare fino a fine legislatura. Ma da Roma fino al più piccolo paesino di provincia lo strappo è consumato e non esiste più il “pdl” con i finiani.

Pertanto, partito o non partito, due sono le certezze:

1) sulla Legalità nessun passo indietro.

2) nessun rientro nel PDL.

Abbiamo acquistato oramai la nostra identità politica, orgogliosi e fieri di fare politica tra le gente a testa alta, fieri di essere minoranza, fieri di essere di destra!

Mortificati dallo show del re del petrolio, che forte della nostra insufficienza energetica, viene a deridere quella che è la madre, la Patria di Santi e poeti, la culla della cultura, dell’arte, della musica, della giurisprudenza offrendoci un circo nel bel mezzo della città “caput mundi”, offrendoci poi il privilegio di pulire lo sterco dei suoi cavalli!

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La bomba di Reggio e la sfida allo Stato

27 ago 2010
di Gianmario Mariniello

La bomba al Capo della Procura della Repubblica di Reggio Calabria, ha avuto un eco sinistro, riverberato in tutta la penisola.
È sembrata, di colpo, rimaterializzarsi la vecchia criminalità stragista, che aveva le oscure sembianze di Cosa Nostra siciliana.
Ora, ad essere contaminato da minacce esplosive ad alte cariche istituzionali, è un altro pezzo di territorio del Sud. Ed ad adoperarsi, è un’altra organizzazione che per anni è proliferata silente, e con metodi che oscillano tra il tribale ed il tecnologico.
Stiamo parlando della ndrangheta calabrese, che il governo degli Stati Uniti ha inserito tra i dieci nemici della nazione, insieme ad Al Quaeda.
Molti si sono spesi nell’osservare che alcuni metodi, desueti per tale sodalizio, sono stati attuati sotto l’attuale pressione delle forze dell’ordine. Ma permane l’analisi che tale bomba, guardando la storia di Cosa Nostra, non può che accentuare la lotta ed il controllo del territorio da parte dello Stato.
Allora, per quale motivo è stata fatta esplodere?
È difficile rispondere. Forse l’organizzazione vuole dare un segnale, all’esterno, e quindi alle mafie internazionali, della sua immutata potenza. Specialmente in un momento in cui i cartelli sud-americani della cocaina sono in guerra tra loro. E nel contempo, un segnale all’interno, per non far cadere il proprio potere intimidatorio verso coloro a cui viene estorto il pizzo.
Altrimenti quella bomba non ha senso. Sfidare lo Stato non può far altro che accelerare la distruzione dell’organizzazione stessa, considerata la sproporzione dei mezzi in campo. Perché ridimensionare le cosche è cosa fattibile, altro invece è estirpare la mentalità, problema squisitamente culturale, e realizzabile in decenni di lavoro.
Quindi, massima solidarietà al Procuratore Di Landro ed a tutta la Procura di Reggio Calabria, e massima fiducia nella risposta del Ministro dell’Interno. Ma anche una riflessione, destinata a tutti coloro che sul territorio vivono questo dramma. Lo Stato ha vinto tutte le sfide che sono state lanciate da un centinaio di criminali, con accoliti e connivenze, ma comunque una soldataglia che non ha la minima capacità operativa rispetto ai nostri reparti d’élite.
Si è solo elevato il livello dello scontro. Ma come ha insegnato la storia delle Brigate Rosse, e poi di Cosa Nostra, “provocare” in maniera eclatante lo Stato, accelera solo la fine dello sfidante. Anche se la lotta è dura.

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Accordo possibile, ma no ad amnistia mascherata

25 ago 2010
di Gianmario Mariniello

L’Italia ha bisogno che si prosegua lo sforzo di risanamento intrapreso e che ad esso si aggiungano finalmente politiche di sviluppo. Sarebbe irresponsabile interrompere il corso della legislatura per portare il Paese nuovamente alle urne. Si lancerebbe fra l’altro un pessimo segnale ai mercati finanziari internazionali mettendo a rischio la sottoscrizione dei titoli di Stato. Le centinaia di milioni di euro che costa un turno elettorale sarebbero meglio spese nella diminuzione del carico fiscale, in investimenti in ricerca o in infrastrutture. L’Italia non può rischiare di fare la fine della Grecia.
Dal momento che la fiducia al Governo non è mai stata messa in discussione da nessuno, tanto meno da Futuro e Libertà, non si comprende il motivo per cui si dovrebbe tornare a votare.
Detto questo esistono alcuni nodi politici molto precisi che vanno sciolti.
E’ necessario che non ci si nasconda dietro ad un dito. Il motivo del contendere non è certo il programma elettorale che viene pienamente condiviso dai finiani, non sono dunque le misure economiche da realizzare, nè le riforme istituzionali e nemmeno, pur con la dovuta chiarezza sui costi, il federalismo fiscale. Il vero punto su cui le visioni del Pdl e di Fli rischiano di divergere è il tema della giustizia. Anche qui, si badi bene, la divisione rischia di essere non su quello che sta scritto nel programma elettorale, ma su ciò che non vi compare. in particolare sulle norme destinate a prefigurare forme di immunità penali per una ristretta cerchia di soggetti o una sorta di amnistia mascherata. Nel programma si parla di separazione delle carriere, e di riforma del Csm, non si parla di immunità penali o di amnistia.
Le leggi oggetto del contendere si chiamano processo breve e lodo Alfano.
Non credo che sia negoziabile nè un ampio salvacondotto giudiziario che consenta di sottrarre alla giustizia ministri, o alte cariche dello Stato, tanto più se si tratti di ministri nominati dopo l’inizio delle indagini, come vorrebbe il testo del lodo Alfano approvato in commissione Giustizia al Senato. Dopo l’incidente del caso Brancher non è pensabile che la nomina a ministro possa essere utilizzata per sottrarre qualcuno alla giustizia.
L’altro punto non negoziabile è il no ad una amnistia mascherata. Se abbiamo a cuore realmente il tema della sicurezza non possiamo approvare provvedimenti che cancellino migliaia di processi penali in corso.
Sarebbe più comprensibile chiedere che il presidente del consiglio eletto da milioni di italiani per realizzare in 5 anni un certo programma elettorale possa completare la sua azione di governo avendo un salvacondotto giudiziario. Se a questo si riducesse la richiesta dei vertici del Pdl, una intesa sarebbe probabilmente possibile.
Accampare altre questioni per andare a votare, come la possibile trasformazione di Fli in un partito politico, che pur sostenga lealmente il governo e contribuisca a realizzare il programma votato dagli italiani, appare strumentale e irricevibile. Nessuno deve dimenticare che la rottura all’interno del Pdl è avvenuta a seguito della espulsione di Fini dal partito. La dichiarazione dell’ufficio politico che le posizioni del presidente della Camera sono incompatibili con la linea del Pdl e l’affermazione del premier che “non sarà più tollerato alcun dissenso” non rendono oggettivamente possibile la permanenza all’interno del Pdl di chi si riconosce nelle posizioni politiche del cofondatore del partito.
Un accordo, se si vuole, è a portata di mano, diversamente ognuno si assumerà le proprie responsabilità davanti al Paese e agli elettori, senza menzogne o infingimenti di alcun tipo.

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Se Zaia dà ragione alle nostre battaglie sulla legalità

24 ago 2010
di Gianmario Mariniello

Con la continua minaccia delle elezioni anticipate e con il reiterato ” prendere o lasciare ” del documento in 5 punti del PDL , la politica e molti protagonisti della politica sembrano essersi infilati in un ginepraio senza scampo: ne ha subito approfittato il governatore del Veneto Zaia il quale, affermando che gli alleati del PDL alle elezioni pagheranno per i loro scandali, ha implicitamente riconosciuto la validità della battaglia per la legalità che sta facendo il Presidente della Camera Gianfranco Fini che, invece di essere aprrezzato, è stato espulso dal partito di cui è cofondatore.
Discettando, poi, a sproposito e ad ogni piè sospinto sulla Costituzione materiale in alternativa alla Costituzine scritta, il dibattito ha raggiunto ormai un livello incredibile, ripetitivo e inqualificabile con una sorta di delega della sovranità popolare affidata ai nuovi ” squadristi “, che purtroppo sembrano oggi un lugubre presagio per la nostra cara Italia a 150 anni dalla sua nascita. E di fronte alla minaccia ” al voto, al voto”, per non essere accusati di avere paura del responso delle urne, molti (a cominciare dal PD di Bersani che, evidentemente , mette in dubbio i sondaggi del Premier Silvio Berlusconi) sono disposti ad accettare l’interruzione prematura della legislatura e la sfida del voto anticipato, dimenticando però il Paese e la stabilità politica di cui abbiamo bisogno noi italiani per superare la crisi globale che, come nel ‘29, sarà più lunga del previsto, con maggiore discontinuità e con un aumento della disoccupazione che persiste anche in presenza dei primi timidi sintomi di ripresa.
Si dimentica , nelle infuocate polemiche di questi giorni, che la priorità oggi spetta all’economia e che, forse, la politica farebbe bene per qualche giorno ad ascoltare anche l’evoluzione del dibattito, ricco di temi attualissimi e di scenari proiettati verso il futuro che si sta svolgendo in occasione del Meeting di Rimini. E’ proprio di ieri, infatti, il significativo e forte richiamo lanciato da Corrado Passera a Rimini affinchè la politica presti più attenzione all’economia e all’attuale congiuntura, evitando le elezioni anticipate che rischierebbero di aggravare ulteriormente la situazione generale del Paese.
Occupiamoci, allora, dei cittadini e lasciamo da parte, per il momento, l’interesse dei partiti. E’ fuorviante per la pubblica opinione e privo di senso dello Stato il reiterato annuncio di date, più o meno ravvicinate, per lo svolgimento delle elezioni che – è bene ricordarlo ancora una volta – possono essere decise solo dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, qualora (cosa poi tutta da dimostrare) non sia possibile trovare in Parlamento una nuova maggioranza per fare un nuovo governo e terminare la legislatura considerata ” della riforma federalista” e quindi , esaurite le sceneggiate, con la partecipazione di un partito come la Lega che, notoriamente, non è politico in senso stretto , ma “territoriale”: il che equivale a dire “oggi sono di destra e domani chissà….”.

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Accusato di strage è ancora nei Servizi, appunto per il presidente del Consiglio

17 ago 2010
di Gianmario Mariniello

Ho un appunto per il Governo. Riguarda stragi e mafia. E insieme i servizi d’informazione e sicurezza. I nostri servizi segreti che dipendono direttamente dal premier. Il quale, per la verità, ama molto poco queste incombenze che lascia volentieri all’Autorità delegata, il dottor Gianni Letta, sottosegretario alla presidenza del consiglio. Ma ci sono competenze, per quanto impegnative e non congeniali, alle quali non ci si può sottrarre. Ecco perché me ne occupo e mi rivolgo direttamente al presidente Berlusconi. Nulla di gridato o fuori le righe. Anzi dentro poche righe. Credo ragionate e ragionevoli. Il mio appunto riguarda il dottor Lorenzo Narracci. Il dottor Narracci, è un dirigente dell’Aisi, il servizio segreto interno. Quella struttura e quegli uomini dello Stato che lavorano (glie ne do volentieri atto) per difendere il Paese da grandi minacce, come il terrorismo e la criminalità organizzata. Il dottor Narracci è sotto indagine della Procura della Repubblica di Caltanissetta per un reato gravissimo, quello di concorso in strage. Non una strage qualsiasi, magari di natura “colposa”, come avere causato un incidente ferroviario. No, quest’uomo della nostra intelligence è sospettato di avere avuto un ruolo nella strage che portò all’uccisione di Paolo Borsellino e degli agenti della scorta. Non entro nei dettagli, peraltro riportati dai giornali. Basti solo sapere che è accusato di essere stato nel garage dove si stava preparando l’auto-bomba che doveva poi fare saltare in aria il giudice e i suoi uomini in via D’Amelio. Non ho nulla contro il dottor Narracci, non lo conosco se non attraverso giornali e le poche informazioni passate al vaglio del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, l’organo di controllo sui servizi segreti del quale faccio parte. Non lo conosco nemmeno attraverso foto o i famosi album fotografici che pure i Servizi hanno fornito all’Autorità Giudiziaria. So invece, ed è questo il mio appunto, che il dottor Narracci è ancora in servizio nei Servizi. Cioè continua a lavorare dentro il sistema, a contatto con i suoi colleghi, con la disponibilità del circuito di informazioni e relazioni di cui le agenzie d’intelligence dispongono anche per collaborare con la magistratura e combattere la criminalità mafiosa. Vero: i vertici della nostra intelligence lo hanno assegnato, col suo consenso, a un altro incarico rispetto a quello che occupava. Ma sempre dentro e non fuori il sistema di informazione e sicurezza affidato alla supervisione del direttore del Dis, l’ottimo prefetto Gianni De Gennaro. In poche parole è ancora nei servizi segreti. E’ possibile che in uno Stato democratico possa accadere questo? Se negli Stati Uniti un funzionario della Cia o di qualunque altra agenzia preposta alla sicurezza nazionale, fosse indagato per avere avuto un ruolo nell’attentato delle Torri Gemelle, pensate che sarebbe stato mantenuto al suo posto per un solo minuto? Certo non è possibile, in un caso come questo, rispondere che non esiste la norma giuridica che consenta l’allontanamento anche temporaneo del funzionario indagato, ancorché per un delitto così grave. A maggior ragione se la risposta data, diciamo così, è inesatta. Forse è il caso che a questo errore si porti rimedio al più presto. Intanto ci auguriamo per lui che il dottor Narracci possa essere prosciolto e sia riconosciuta la sua totale estraneità a una strage che ha colpito a morte un magistrato della Repubblica e chi lo proteggeva ma anche la personalità e la sovranità dello Stato. Fino ad allora il dottor Narracci non può stare al suo posto. E al Governo non sfuggirà la necessità e l’urgenza di trovare subito una soluzione. Oso troppo se chiedo al presidente del Consiglio di occuparsi direttamente della questione? Nessun malanimo o tentativo di coinvolgerlo secondo teoremi o complotti. Solo la richiesta di esercitare le proprie funzioni, tra le più delicate ed essenziali che lo riguardano come capo del Governo. Se vogliamo arrivare alla verità e garantire la sicurezza degli italiani, ciascuno di noi deve fare la sua parte. Chiedere, che il presidente del Consiglio faccia la propria, mi sembra normale. In un Paese normale.

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Non è più tempo per il Lodo Alfano

13 ago 2010
di Gianmario Mariniello

La situazione politica italiana vista dall’estero è impressionante. Ciò che è avvenuto e sta avvenendo nel nostro Paese non sarebbe neppure lontanamente pensabile in una qualsiasi nazione europea. Quello che più rattrista è che in Italia abbiamo dilapidato e continuiamo a dilapidare miliardi di euro di risorse pubbliche per sostentare una classe dirigente corrotta che ha dato vita ad una oligarchia che dà l’impressione di considerare l’Italia una cosa propria. La Corte dei Conti ha stimato in 60 miliardi di euro il costo della corruzione sul contribuente. Se un politico prende una mazzetta, il costo viene infatti scaricato sul prezzo dell’appalto, in genere con il moltiplicatore, e dunque a pagare sono i cittadini italiani. Tutto ciò è avvenuto, va anche detto con altrettanta chiarezza, con la passiva accettazione di molti, che, per timore che possa vincere la parte avversa, per un malinteso senso della lealtà, o piuttosto per convenienza, per scarso senso dello Stato, menefreghismo, rassegnazione, complicità, continuano a legittimare questa deriva di illegalità diffusa.
Non meno disinvolti sono stati alcuni media che, anzichè denunciare con imparzialità il malaffare, lo hanno giustificato, ridimensionato o nascosto quando riguardava persone della stessa area politica.
Mentre una certa oligarchia continua con proterva arroganza a fare i propri affari, ai cittadini italiani si richiedono sacrifici crescenti. Questa situazione non è più tollerabile. Una politica pulita deve essere possibile anche in Italia. E deve essere possibile senza rincorrere il dipietrismo sguaiato, violento, amorale, sprovvisto di un radicamento chiaro nei valori del centrodestra liberale e democratico.
Lo spaccato di questi ultimi mesi ricorda derive di tipo sudamericano: un membro del governo e capo partito indagato per camorra; ministri e sottosegretari sospettati di aver ricevuto ingenti regalie da imprenditori poi arrestati e abitualmente vincitori di appalti pubblici; un ministro la cui nomina immotivata è stata spiegata da alcuni come il tentativo di sottrarlo alla giustizia, abusando della legge sul legittimo impedimento; un capo partito sospettato di complottare con personaggi dal passato inquietante per fare pressione sui giudici costituzionali affinchè dessero il via libera a leggi utili al Presidente del Consiglio; lo stesso capo partito coinvolto in varie inchieste penali per corruzione; potenti dirigenti politici sospettati di aver ricevuto voti dalla ‘ndrangheta; un amministratore regionale,  politicamente legato a un capo partito nazionale, di cui avrebbe finanziato fra l’altro campagne elettorali, coinvolto in inchieste su traffici d’armi in cui affiorano persino terroristi islamici; intercettazioni che descrivono amministratori regionali e comunali agli ordini di boss della ‘ndrangheta; per finire con parenti e conviventi di ministri nominati in importanti enti pubblici senza titoli significativi o addirittura graziose veline nominate in Parlamento o in consigli regionali senza qualifica alcuna, ma con rapporti di amicizia personale con potenti leader di partito. Tutto ciò senza contare il processo per corruzione di testimone in cui, a torto o a ragione, è ancora coinvolto il premier.
Ora qualcuno, dal garantismo ad intermittenza, tira in ballo pure il presidente della Camera, che non è peraltro oggetto di indagine alcuna.
Credo debba ristabilirsi per tutti un principio fondamentale tipico di uno stato liberale: piena fiducia nella magistratura. I magistrati siano messi nelle condizioni per fare le loro indagini, poi si tireranno le conclusioni. In uno stato di diritto non vi è motivo di dubitare del corso della giustizia, che coinvolge comunque diversi gradi di giudizio e numerosi giudici. Chi sarà condannato dovrà farsi da parte, per sempre. Ma proprio perchè la magistratura possa fare fino in fondo il suo lavoro, occorre accantonare una volta per tutte leggi che possano in qualche modo costituire uno scudo ad personam. Dopo tutto quello che è successo in questi ultimi mesi, non è più il tempo di lodo Alfano, di processo breve, di legittimo impedimento, di immunità parlamentare, di leggi che rendano difficili le intercettazioni o di qualsiasi norma che possa impedire alla giustizia di andare fino in fondo e costituire per chiunque una qualsiasi forma di impunità. La gente vuole chiarezza e vuole che sia fatta luce su tutto quello che di penalmente rilevante tocca i vertici dello Stato, senza più immunità per qualcuno, senza più privilegi. Ne va del destino libero, democratico e civile del nostro Paese. Chi ha scheletri negli armadi ne porterà le conseguenze penali, chi non ha nulla da temere ha sempre tre gradi di giudizio per dimostrare la propria innocenza.
Come per qualsiasi cittadino.

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I “pre-giudizi”, i falsi testimoni e l’eterogenesi dei… Fini

11 ago 2010
di Gianmario Mariniello

Da alcuni giorni sembra non vi sia altro tema da sottoporre all’opinione pubblica se non quello del cosiddetto affare monegasco.
Eppure non serve una acutissima analisi per rendersi conto della colossale montatura orchestrata ai danni di Gianfranco Fini.
Proviamo a ricostruire la storia con delle postille che possano almeno far riflettere su quelle suggestioni estive che vengono “spacciate” – è il caso di dirlo trattandosi di robaccia – per assiomi.
In apparenza non è difficile individuare i mandanti dell’operazione che, a parte i giornali , neppure hanno avuto premura di celarsi: si pensi al collega Stracquadanio che, nel rivendicare l’uccisione mediatica di Boffo, ha apertamente ammonito il Presidente della Camera sul trattamento che gli sarebbe stato riservato durante la pausa estiva.
Semplice nota cronologica: tanto è avvenuto appena conclusa la votazione sulla mozione Caliendo e, soprattutto, quasi contestualmente alla costituzione dei gruppi parlamentari di futuro e libertà. Esempio di straordinario tempismo e singolare solerzia.
Né possono essere sfuggiti anche agli osservatori meno attenti gli esecutori della bastonatura mediatica e finto-giudiziaria.
Pensate che – e il Giornale lo aveva pure presagito (potenza della pronoia di pericliana memoria) – la magistratura si è interessata alla questione, come atto dovuto, a seguito di una querela presentata il 28 luglio da due esponenti de La Destra di Storace, in quel di Monterotondo ; querela che, in maniera miracolosa – poi c’è chi dice che non esiste più il giornalismo d’inchiesta!- è stata riprodotta integralmente dallo stesso quotidiano.
Dall’esame del testo si evince chiaramente la consapevolezza dei querelanti delle scarse possibilità di successo nelle sedi appropriate e, dunque, della volontà di ottenere – alla faccia della coerenza contro la giustizia mediatica – una condanna a mezzo stampa, almeno quella di provata fede (minuscolo o maiuscolo?) ed un risultato pratico e tangibile.
I querelanti, infatti, consapevoli di essere usciti dal partito,presunto erede, ben prima della cessione dell’immobile, per auto-legittimarsi come parte lesa e, comunque, giocare un ruolo attivo nel procedimento, ricorrono ad un doppio espediente: da un lato, si autodefiniscono portatori di un interesse che accomunerebbe loro e tutti gli aderenti al vecchio Msi, ad An e a tutti i partiti da essa derivati, dall’altro, ipotizzano una fattispecie aggravata perché, disconosciuta la qualità di persona offesa -e non potrebbe essere altrimenti- il presunto reato sia perseguibile d’ufficio.
Dimenticando, i postulanti, di essere usciti da An ancor prima della cessione dell’immobile.
Del resto, neppure l’eventuale appartenenza al Msi, già sciolto addirittura al momento della disposizione testamentaria, viene loro in soccorso.
Perciò, fuori da una malposta fattispecie aggravata, sarebbe interessante comprendere quale sia l’interesse che li spinge.
Ma qui viene fuori, come in tutti i gialli che si rispettino, il movente convergente di vecchi missini, ex aennini e nuovi pidiellini che concorre, e, in alcuni casi supera, quello della bastonatura mediatica.
Tutta la macchinazione, infatti, ha come ulteriore obiettivo quello di coinvolgere delle oneste persone che, in anni di storia difficile, travagliata e quasi mai di Governo, hanno consegnato ad una comunità politica, quella di An – e solo ad essa! – oltre ad un patrimonio morale da conservare in una costituenda fondazione, un patrimonio economico.
L’intento di delegittimazione, presupposto della revoca dagli incarichi degli organi di garanzia della fondazione posti a tutela del patrimonio di An, è chiaro: annullare la volontà assembleare dell’ultimo Congresso.
Finalità anch’essa poco celata se si considera che, almeno secondo quanto riportato dalla stampa amica, il Senatore Gamba, in questi giorni, ha rilasciato un’intervista nella quale, tronfio, ha affermato di aver modificato la delibera assembleare per imporre una sorta di commissariamento al comitato di gestione che, ad oggi, regge le sorti della costituenda fondazione.
Parafrasando Del Noce, e scherzando sull’assonanza, stiamo assistendo ad una doppia eterogenesi dei fini: persone di indubbia onestà e capacità, da un lato vengono condotte sul banco degli imputati, ree di aver conservato, sciolto il partito, l’ingente patrimonio economico di An per destinarlo alla conservazione di quello morale; dall’altro, divengono strumento dell’attacco istituzionale, politico e personale, in carenza di motivazioni giuridiche, alla terza carica dello Stato che, nel tempo, ha alimentato quel patrimonio, morale e materiale, con concrete disposizioni e manifestazioni di volontà.
Dimenticano, infatti, quelli che oggi parlano tanto, mentre prima solo assentivano, che per le leggi italiane e per la natura dei partiti, quel patrimonio avrebbe potuto avere, legittimamente, altra sorte e consistenza.
E che importa se la questione non ha o non avrà alcuna rilevanza penale! Che importa se, a differenza di altri casi, evocati a sproposito, qui si parla di soldi privati lasciati a dei soggetti privati (sarebbe carino – e sorprendente – scoprire tutti insieme a chi) comunque rigorosamente conferiti in bilanci approvati all’unanimità.
Ma si sa, in certi casi, si preferisce dire non c’ero o se c’ero dormivo.
Tutto questo non importa, quel che conta è testimoniare dinanzi ad un “tribunale speciale” che ha sollecitato l’inchiesta, pubblicato la querela, letto il capo d’imputazione, con il documento della direzione del 22 aprile che indagava i dissenzienti, individuato la parte lesa, con la denuncia del 28 luglio, pronunciato la sentenza con il documento della direzione del 29 luglio ed affidato, dopo la sua pubblicazione, l’esecuzione al tribunale del popolo: decapitazione attraverso petizione, i tagliandini sono distribuiti gratuitamente con il quotidiano. Ad ascoltare Cicchitto l’esecuzione avverrà a fine agosto, quando il Giornale – non il Magistrato – avrà esaurito la sua inchiesta.
E per completare il quadro di forza liberaldemocratica il regolamento di disciplina del partito deve essere emanato dopo il compimento dei fatti oggetto della contestazione e un attimo prima del deferimento dei dissenzienti e della sentenza di espulsione del co-fondatore.
L’obiettivo annunciato deve essere raggiunto, costi quel che costi: l’aggravarsi della crisi economica o il divampare di quella istituzionale. Al di là degli appelli, i personalismi abbondano, il reato commesso è grave, la lesa maestà e la libertà di pensiero non si perdonano e, per questo, vengono rispolverati anche i vecchi proverbi: chi è causa del suo mal pianga se stesso.
Non sarebbe più utile, invece, approfittare di questa fase per riparlare in profondità del bene dell’Italia, degli obiettivi concreti del Governo, del programma, entrando nel merito dei provvedimenti da attuare alla ripresa, cercando di rispettare il mandato ricevuto dagli elettori per portarlo a compimento nella sua interezza o definendone insieme le priorità, piuttosto che brandirlo come una clava?
La precisazione non è peregrina giacché si parla molto di quanto contenuto nel programma ma mai di tutto il programma.
Si invoca il federalismo ma mai la riforma del sistema fiscale; s’innalza il vessillo delle intercettazioni – dove peraltro con la discussione un accordo è stato trovato – e si dimentica il quoziente familiare; si esalta la lotta agli sprechi ma si dimentica l’abolizione delle province.
Ripartire dal programma per attuarlo e definirne le priorità è la vera scelta politica che una maggioranza, nel suo insieme, deve fare. Il prendere o lasciare, più che una cartina di tornasole per valutare la lealtà è solo un espediente per andare alla rottura, ma chi vorrà questo se ne prenderà le responsabilità e ne subirà le conseguenze, la metafora delnociana, infatti, è come la livella: democratica.
L’alternativa, altrimenti, sarà di continuare a parlare di case e di affini, di petizioni popolari e di rapporti con le televisioni.
Si può fare, sono materie nelle quali siamo preparati e molti hanno qualcosa da dire, ma tutto questo condurrà, inevitabilmente all’ingovernabilità, immediata o alla prossima legislatura quale che sia la data delle elezioni.
Spetta a chi ha le maggiori responsabilità istituzionali, ai gruppi parlamentari maggioritari, alle dirigenze di partito porre fine alle campagne mediatiche, ai dossieraggi ed alle epurazioni.
Non si può porre fine ai dibattiti spegnendo le opinioni; gli uomini come i pesci si prendono dalla testa.
Diversamente, nessuno potrà sapere, sempre per la famosa teoria dell’eterogenesi dei fini, quali scenari si apriranno.
Di fronte ad una crisi istituzionale che, a quel punto, non avrebbe precedenti, sarà solo la Costituzione e la sua fedele applicazione a restare in piedi, a meno che non si organizzi una petizione per abolirla.
L’apertura di una crisi, al di là di quello che si desidera, ha una sola conseguenza certa: il passaggio delle responsabilità dal Governo e dalla maggioranza all’intero Parlamento, che avrà il dovere di assumerle e di tentare qualsiasi strada per la normalizzazione e per una via di uscita ragionevole e ragionata.
Non si può escludere che un’area vasta di responsabilità si formi e, per sgombrare il campo da ogni pregiudizio e dall’anti-politica, esperita negativamente la prima strada, tenti, prima di andare alle elezioni, di affrontare e risolvere alcune anomalie italiane.
A proposito stavolta non imbarazza nessuno la convergenza parallela con la richiesta di elezioni immediate di Di Pietro?
Per uscire dall’instabilità, infatti, sarebbe necessaria almeno una riforma elettorale.
Tutti l’hanno criticata, nessuno la ama, lo stesso autore ne ha disconosciuto la paternità; sarebbe assurdo riproporla qualora, per due volte consecutive, avesse portato all’ingovernabilità, non per difetto ma per eccesso di semplificazione. L’obiettivo dell’altissimo premio di maggioranza è troppo ambito per permettere sintesi ragionate prima delle elezioni, ma l’assenza di sintesi è la morte della politica.
Neppure si può escludere che, se l’area di responsabilità diventa anche l’area della volontà, nello stesso periodo siano affrontate anche altre distorsioni dell’Italia: dalla qualificazione effettiva della cittadinanza alla disciplina dei partiti politici, dalla regolamentazione del mondo dell’informazione al rapporto tra politica ed affari.
Insomma, proprio per opporsi alla volontà degli incendiari di bruciare tutto in una guerra-lampo contro i dissenzienti, molti, animati dal disappunto delle tifoserie, potrebbero dar vita ad un vero patto repubblicano che riporti l’Italia alla normalità. Potrebbe essere un buon modo per festeggiare i 150 anni dell’Unità e realizzare il sogno del 1994: la creazione di uno Stato forte, formato da cittadini liberi.
Vorrà dire che chi ama l’Italia ripartirà da lì, gli altri se la vedranno con l’eterogenesi dei…

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Contro la criminalità organizzata c’è la legalità organizzata

11 ago 2010
di Gianmario Mariniello

I brillanti risultati ottenuti dalla procura di Bari e dalle forze dell’ordine che hanno portato in queste ultime settimane all’azzeramento dei vertici di pericolose bande criminali a Bari e provincia, vanno certamente supportati e incoraggiati da una larga offensiva sociale e culturale che isoli i criminali e ne faccia morire il seme malato sul nascere. L’appello del procuratore di Bari Antonio Laudati a costruire ‘un’antimafia sociale che collabori con l’antimafia investigativa’ non può che ricevere l’appoggio incondizionato della politica. Non a caso Futuro e Libertà ha posto al centro della propria agenda il tema della responsabilità etica dei rappresentanti delle istituzioni e dell’affermazione della legalità ad ogni livello. Con i circoli costituiti in Puglia, Generazione Italia si impegna su questo fronte nelle prossime settimane a costruire sul territorio una fitta rete di proposta e di confronto, un luogo dove la politica ritrovi il filo spezzato del dialogo con le persone e, quindi, con i loro problemi e le loro esigenze. Per poter, infatti, rispondere alla criminalità organizzata con la legalità organizzata, occorre ripristinare, accanto ad un forte senso della comunità, anche il senso di fiducia in chi è chiamato a determinarne pragmaticamente presente e futuro. Le risposte che la politica deve impegnarsi a dare, nei prossimi mesi con sempre maggiore vigore non sono solo di ordine legislativo, varando riforme efficienti ed efficaci, ma anche di ordine economico, ponendo in essere politiche di sviluppo in favore del lavoro, con particolare riferimento al Sud. E, non ultime, risposte di ordine culturale, assumendo atteggiamenti responsabili e lavorando, ognuno sul proprio territorio di riferimento, per sconfiggere isolamento e sfiducia.

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Generazione Chiara Moroni: basta alla logica del “Papi”

11 ago 2010
di Gianmario Mariniello

L’astensione di Futuro e Libertà sul caso Caliendo ha rappresentato il primo importante tassello di una strategia d’azione politica che il movimento nato dalle ceneri del Pdl sta mettendo a punto in queste settimane,assumendo il significato di un effettivo cambiamento di registro per un Governo che perde la maggioranza assoluta e di un monito ai falchi del Premier ,cosicchè d’ora in poi niente sarà più scontato nel dibattito parlamentare quanto ai temi “caldi” Giustizia e Federalismo.

In particolare, la scelta astensionista del neocostituito Fli sul caso Caliendo è stata espressione non già di un estremo atto di cortesia istituzionale verso la maggioranza di governo,bensì di un profondo senso di responsabilità verso un Paese stretto nella morsa di una crisi globale e trasversale senza precedenti,rispetto al quale una caduta di governo ed una nuova tornata elettorale potrebbero aprire scenari ancor più tragici sul fronte economico e finanziario.

Inoltre,non è da sottovalutare che l’ alleanza moderata finiani-.rutelliani-Udc, nata sotto la spinta degli ultimi furiosi accessi autoritaristici del Premier e pertanto frutto dell’emergenza contingente ,rappresenta una soluzione politica da assoggettare a collaudo ,e non soltanto perché si compone di un assetto interno che va opportunamente rodato ma anche perché è da vedere come potrebbe affrontare le prossime sfide lanciate dal Governo questa sorta di Terzo Polo ,anomalo caso di opposizione allineata ad una specie di “ minoranza di maggioranza” rappresentata dai finiani.

Eppure la giornata parlamentare sul voto di fiducia a Caliendo trascende i fatti in esame perché è sintomatica per tastare il polso dell’attuale contesto politico e dei variegati personaggi che lo popolano.

E per fare ciò,basta partire dalle dichiarazioni deliranti di un Ministro della Giustizia che non soltanto si sostituisce arbitrariamente alle pronunce delle Aule giudiziarie,assolvendo senza processo e sulla parola Caliendo ma arriva ad imputare ad una fantomatica complottista magistratura di sinistra,formidabile invenzione del Regime Berlusconi, la responsabilità di essersi adoperata per una costruzione macchinosa ed artificiosa di un caso P3.

In altre parole la P3 non esiste,parola di Alfano,è tutta un’invenzione perché basta negare l’evidenza per scardinare l’accusa di ogni fondamento ,come ,nella migliore tradizione italiota, fa il coniuge fedifrago in flagranza d’adulterio .

Il colpo di teatro però arriva con Cicchitto,che, nelle inedite vesti di avvocato,tenta una difesa tanto accorata quanto tragicamente ridicola , trasformando in una farsa l’ indegno spettacolo di un sottosegretario alla Giustizia che non sente il dovere di dimettersi e che sceglie invece di esporsi all’ umiliazione di un pubblico procedimento di sfiducia .

Il geniale avvocato improvvisato, in un impeto di viva compassione ,enfaticamente definisce il pover’ uomo vittima di una” deriva giustizialista e poliziesca”e garantisce lui stesso che la posizione di costui è”limpida ed onesta” e che il Pdl non consegnerà giammai il suo scalpo!

Se ne deduce che evidentemente Cicchitto in persona deve aver fatto da fido segugio per Caliendo attimo dopo attimo per tutto il corso della sua ascesa politica così da poter giurare senza ombra di dubbio sulla innocenza piena dell’amico galantuomo,avendola testata egli stesso!

Oramai a tal punto dilaga l’ossessione persecutoria degli uomini di B. che è lecito chiedersi se l’indottrinamento propagandistico e martellante a cui Berlusconi sottopone da anni i “suoi uomini” per insegnare loro la disciplina del sovvertimento della verità e della realtà,per cui i giudici diventano imputati, abbia finito per sortire effetti al di là di ogni aspettativa.

C’è da chiedersi se davvero gli uomini di B.pensano ciò che dichiarano ,c’è da chiedersi se davvero uomini di buon senso e politici scaltri di lungo corso ,che hanno avuto la ventura di essere stati sedotti dal Cavaliere lungo il cammino della loro esistenza sarebbero ciò che sono oggi senza quell’incontro fatale.

Una sensazionale novità è che era parso per un attimo che il PD si fosse ridestato dal lungo stato comatoso giudicato da più parti irreversibile , fanno infatti capolino nella mischia e nella baraonda dell’acceso dibattito parlamentare ai limiti della rissa, le durissime dichiarazioni di un Franceschini che d’improvviso si mette sul piede di guerra e pare coltivare, con speranza rinnovata, il sogno lontano e fragile di un ritorno al Governo,ma è solo un attimo ed il PD torna al suo lungo sonno.

Infine,l’ingresso solenne e tardivo del Re Sole acclamato dalla claque spazza via ogni indugio e mentre in un accesso di megalomania urla digrignando i denti che si stravincerà si leggono su di lui le tristi sembianze di un tiranno alla fine dei suoi giorni.

E così Caliendo incassa la fiducia e la solidarietà incondizionata dei suoi e come l’amico Verdini prende ancora una volta pubblicamente le distanze da Carboni,il faccendiere rinnegato,e giurando di non conoscerlo pare chiedersi pensoso ,come un novello Don Abbondio di manzoniana memoria, “Parmenide(Carboni),chi era costui?”

Questa è la cronaca di una giornata da dimenticare che ha visto il Pdl schierato a ranghi serrati in Parlamento a difesa di Caliendo ,sciogliendo il guinzaglio ai suoi più feroci e fidi “picchiatori” .Giornata da dimenticare ,tra Caliendo il “galantuomo” e Cicchitto avvocato del Diavolo, se non fosse per un dettaglio affatto trascurabile.

Degna di nota è infatti la coraggiosa defezione dalle fila del Pdl di una giovane donna,l’On.Chiara Moroni che gira le spalle alla logica del Papi ed alla schiera delle “elette” transitate nella Corte di B. per grazia ricevuta , segno che l’Impero decadente di B. ha davvero imboccato la strada del declinio.

Vogliamo credere che il suo esempio di dignità e decoro non resti caso isolato perché tante troppe donne sono state mortificate dal Berlusconismo e ancor di più sono state offese le stesse donne oggetto dei famigerati apprezzamenti galanti del Premier,perché un Presidente del Consiglio che si lascia andare pubblicamente ad un simile contegno nei confronti di donne per lo più incontrate nell’esercizio dei propri compiti professionali o in ruoli istituzionali (da Michelle Obama a crocerossine e studentesse) ha una valenza ancor più denigratoria che le triviali e palesi offese alla fisicità dell’On. Bindi.

Si tratta infatti di lusinghe fittizie al solo ed unico scopo di ricordare loro che in fondo ,al di là di tutto l’impegno versato per conquistarsi la giusta considerazione sociale,altro non sono e restano che “femmine” nel senso più deteriore del termine ,così da tentare subdolamente di ricondurre,nell’immaginario comune della Nazione ,all’alveo della secolare segregazione tutte le donne emancipatesi attraverso l’impegno civile e politico e lanciando così un pericoloso messaggio in pasto ad una società che esprime oggi più che mai contro le donne una crescente e rabbiosa violenza senza senso.

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Bossi, Silvio, la mafia e la P2

11 ago 2010
di Gianmario Mariniello

Chiusa la parentesi Capezzone, alla cui metamorfosi intellettuale il nostro direttore ha dedicato un pezzo più che esaustivo, e’ il momento di concentrarsi sul leader del carroccio, Umberto Bossi, che stasera, al termine di una manifestazione leghista ad Alassio (Savona) ha dichiarato:

“Berlusconi e’ una persona per bene. Doveva fare chiarezza, lo ha fatto a suo modo e con i suoi tempi ma lo ha fatto. Quando e’ venuto sotto il palco con il dito e si e’ sentito dire come mi mandi via? Io avrei detto esatto, ti mando fuori dalle balle!”

Premesso che non si riesce a capire quando e come il Premier abbia fatto chiarezza sulle sue proprie vicende giudiziarie, atteso che le odierne frasi del senatur arroventano ulteriormente ed irresponsabilmente un clima già di per se torrido, vi ripropongo dei frammenti di affermazioni (con link ai siti che le hanno raccolte), che sarebbero state rese da Umberto Bossi tra il 1994 e il 1999 in occasioni ufficiali, in riferimento all’oggi amicone, e fido alleato, Silvio Berlusconi. Non aggiungo, altro, se non l’augurio di una buona lettura.

“Berlusconi, uomo di Cosa Nostra, non poteva che essere di pasta profondamente antidemocratica. (…) Il Polo per le origini mafiose della ricchezza di Berlusconi gravita su Palermo (…) Berlusconi che è il capo di Forza Italia, un partito creato da Dell’Utri inquisito per mafia che con i suoi mezzi senza limiti tiene in vita tutti i partiti del Polo” (Umberto Bossi, Intervento al Congresso Federale Straordinario della Lega Nord, 24/25 Ottobre 1998 Brescia). Link

“Berlusconi è l’uomo della mafia. E’ un palermitano che parla meneghino, un palermitano nato nella terra sbagliata e mandato su apposta per fregare il Nord. La Fininvest è nata da Cosa Nostra. C’è qualche differenza fra noi e Berlusconi: lui purtroppo è un mafioso. Il problema è che al Nord la gente è ancora divisa tra chi sa che Berlusconi è un mafioso e chi non lo sa ancora. Ma il Nord lo caccerà via, di Berlusconi non ce ne fotte niente. Ci risponda: da dove vengono i suoi soldi? Dalle finanziarie della mafia? Ci sono centomila giovani del Nord che sono morti a causa della droga. A me personalmente Berlusconi ha detto che i soldi gli erano venuti dalla Banca Rasini, fondata da un certo Giuseppe Azzaretto, di Palermo, che poi è riuscito a tenersi tutta la baracca. In quella stessa banca lavorava anche il padre di Silvio e c’erano i conti di numerosi esponenti di Cosa Nostra”. Link

“Berlusconi mostra le stesse caratteristiche dei dittatori. E’ un kaiser in doppiopetto. Un piccolo tiranno, anzi è il capocomico del teatrino della politica. Un Peròn della mutua. E’ molto peggio di Pinochet. Ha qualcosa di nazistoide, di mafioso. Il piduista è una volpe infida pronta a fare razzia nel mio pollaio”. Link

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