Mercoledì, 08 settembre 2010

Articoli marcati con tag ‘Italo Bocchino’

Non consegneremo il Paese all’asse Bossi-Tremonti

23 ago 2010
di Gianmario Mariniello

Silvio Berlusconi ha chiesto alle sue truppe di prepararsi alle elezioni, dando contemporaneamente vita alle “squadre delle libertà”. A parte il nome dei nuovi venditori del verbo berlusconiano, che rappresenta un ossimoro e richiama quello squadrismo politico che non si addice alla nostra epoca storica e a un partito moderato, è evidente che il ricorso alle urne è un’arma spuntata.
Oggi il ricorso al voto lo vogliono davvero soltanto Bossi e Tremonti, il primo per prendersi i voti di Berlusconi e il secondo per prendere il suo posto a Palazzo Chigi. Non le vuole il Paese, non le gradirebbe il Quirinale, non le vuole l’opposizione, non le vuole Fini e non le vogliono quei sessanta – settanta parlamentari del Pdl che dovrebbero lasciare il posto ai leghisti al Nord, a “Futuro e libertà” al Sud e al centrosinistra nelle regioni dove senza il presidente della Camera è impossibile conquistare il premio di maggioranza. E sotto sotto il voto non lo vuole neanche Berlusconi, consapevole ormai che ha solo da perderci.
Se davvero si andasse a elezioni anticipate le uniche due certezze sarebbero il travaso di voti dal Pdl alla Lega e una maggioranza al Senato diversa da quella della Camera. In uno scenario del genere Bossi avrebbe gioco facile a chiedere un passo indietro al Cavaliere, che verrebbe pensionato da quello che ritiene l’alleato più fedele, aprendo così la strada a un governo Tremonti che sarebbe a propulsione leghista e otterrebbe il voto di una maggioranza larghissima che si formerebbe con l’obiettivo reale di mandare definitivamente a casa Berlusconi. È questa la trappola che sta scattando ed è molto difficile per Berlusconi sottrarsi, avendo rotto con i moderati Fini e Casini e avendo affidato la golden share del governo a Bossi e Tremonti.
Se il quadro è questo le truppe di “Futuro e libertà” diventano paradossalmente lo scudo del Cavaliere rispetto alla trappola, ma il presidente del consiglio deve decidere che atteggiamento avere verso Fini e i finiani. La conta sui numeri l’ha sonoramente persa, la campagna acquisti è velleitaria e i tentativi di divisione inutili. Così com’è dannoso pensare di poter negoziare con i finiani senza parlare con Fini. A questo punto è bene chiarire qual è la strategia degli uomini del presidente della Camera, che vanno considerati un tutt’uno con il loro leader.
Il primo comandamento di “Futuro e libertà” è la volontà di non far precipitare l’Italia verso un voto che danneggerebbe il Paese e consegnerebbe il governo all’asse Bossi-Tremonti. Il secondo comandamento garantisce il nostro ancoraggio politico e culturale al centrodestra e quindi l’impossibilità in questo sistema bipolare a valutare alleanze diverse e non omogenee politicamente e culturalmente. Il nostro terzo comandamento prevede che garantiremo la fiducia al governo fino all’ultimo giorno della legislatura e che voteremo tutti i provvedimenti contenuti nel programma perché ci vedono vincolati con gli elettori. Va infine detto che pur allertando Berlusconi rispetto ai rischi che corre non saremo noi a generare contrasti con la Lega, che fa solo il suo mestiere di competitor elettorale del Pdl, o con Tremonti, che fa benissimo il ministro dell’economia anche se rappresenta un equivoco politico per il “Popolo delle libertà”.
A questo punto la partita per Berlusconi diventa veramente difficile. Se va alle urne rischia tutto e rischia molto, se sta fermo minacciando reazioni che non può fare rischia il logoramento nazionale e internazionale. L’unica strada che ha è appellarsi al Parlamento come gli ha consigliato Casini per varare un nuovo governo con un profilo alto e riformatore e una maggioranza più ampia, costruendo una nuova coalizione che comprenda i partiti di Fini, Casini e Rutelli e i moderati del Pd ormai delusi. Sappiamo che per Berlusconi questa strada è quasi impossibile da intraprendere perché dovrebbe sostituire la logica della monarchia aziendale con quella della democrazia repubblicana, condividere scelte con logiche politiche e dar vita a un esecutivo fatto di ministri politici che darebbero un’altra fisionomia al governo che oggi è semplicemente un “governo del Presidente”. Sappiamo che questa ipotesi gli fa accapponare la pelle, ma è l’unica che ha per sopravvivere alla crisi implosiva che ha aperto da solo.

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Lo strappo non è ricucibile, nascerà il nostro nuovo partito

22 ago 2010
di Gianmario Mariniello

INTERVISTA DI GUIDO RUOTOLO PER “LA STAMPA” - Presidente Italo Bocchino, il premier Berlusconi si è stufato, non vuole più trattare: “Prendere o lasciare”. Che fate voi finiani?
«Quella di Berlusconi è una logica che appartiene più al commercio che alla politica. Non possiamo accettare che ci si chieda un consenso al 100% di un percorso alla cui elaborazione non siamo stati chiamati a partecipare, e che contiene argomenti che non fanno parte del programma. Ne deriva che non ci sentiamo vincolati né con la maggioranza né con gli elettori».

Se dovesse scommettere, nascerà il partito di Gianfranco Fini?
«Non credo che si possa ricucire lo strappo tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini, e quindi vedo all’orizzonte la nascita di un nuovo partito politico».

Quando si andrà al voto?
«Berlusconi dovrà decidere se questo partito politico potrà far parte della coalizione. Noi naturalmente siamo per questa soluzione. In caso contrario, il voto è nelle cose».

Torniamo a quel prendere o lasciare. A quel 5% del programma che non vi piace.
«L’enunciazione dei cinque punti di programma è una vittoria politica di Fini, che aveva chiesto di varare un programma per la seconda parte della legislatura e per questo era stato definito un pazzo. Adesso siamo tutti pazzi».

Federalismo fiscale, sud, riforma del fisco. Temi sui quali eravate state voi a insistere. Su sicurezza e giustizia, invece, il rischio è la rottura?
«Sulla sicurezza non possono certo pensare di crearci problemi. Noi solleciteremo di approvare in tempi rapidi il disegno di legge anticorruzione. Sul contrasto all’immigrazione clandestina, naturalmente, non ci sono nostre perplessità, la legge in vigore porta il nome di Fini. Chiediamo un grande progetto di integrazione dell’immigrazione regolare».

Lo scoglio insormontabile è il processo breve?
«Premessa: siamo a favore di uno scudo giudiziario per Silvio Berlusconi, vittima di una aggressione giudiziaria. Dunque, va bene il Lodo Alfano costituzionale. Le soluzioni alternative ci lasciano perplessi, non le capiamo, vorremmo discuterne. Per sottrarre Berlusconi da indubbie aggressioni si minano al cuore regole di sistema, facendo saltare un numero spropositato di processi che coinvolgono molti cittadini in attesa di giustizia».

No al processo breve?
«Nessuna pregiudiziale ma anche nessun aut aut. Entriamo nel merito della discussione. Non ci è chiaro neppure quel passaggio inserito nel documento e che fa riferimento ai procedimenti civili pendenti».

Dixit Berlusconi che se fate il partito è rottura…
«La sua è una strana concezione della politica e del tradimento. Berlusconi fa finta di non ricordare che Fini è stato dichiarato incompatibile con il Pdl. Fini non può essere un apolide della politica. Berlusconi con una logica padronale lo sbatte fuori dal partito e lui ha il dovere verso gli elettori di dar vita a un nuovo soggetto politico a meno che non si torni alla logica politica della compatibilità».

Frattura insanabile tra voi e gli altri del Pdl?
«Il progetto del Pdl è imploso. Ma la politica è l’arte delle cose impossibili e Berlusconi potrebbe far marcia indietro. Anche perché i sondaggi dicono che se si va al voto il Pdl perde tra i 60 e gli 80 parlamentari a vantaggio di Bossi e nostro. E al Senato Berlusconi non avrebbe la maggioranza. Il partito dei parlamentari che rischiano di perdere la poltrona e che al voto non vogliono andare è forte. E poi, di fronte a due maggioranze diverse tra Camera e Senato, scommetto che Umberto Bossi sponsorizzerebbe il governo Tremonti».

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La logica del ‘prendere o lasciare’ non appartiene alla politica ma al commercio

21 ago 2010
di Gianmario Mariniello

Noi rivendichiamo il diritto di sostenere il governo ma di voler approfondire alcuni argomenti che ci verranno sottoposti apartire dal processo breve fino ad aspetti legati ai processi civili pendenti.
Il capo del governo ha il diritto di chiedere la fiducia ma nel merito dei provvedimenti non può coartare la libertà del singolo parlamentare che, come recita la Costituzione, opera senza vincolo di mandato.
La nascita dei gruppi autonomi di Fli e’ stata la conseguenza dell’espulsione di Fini dal Pdl per incompatibilità politica. Quindi se c’è tradimento dell’elettorato la responsabilità è di chi ha voluto cacciare il cofondatore del partito che, dinanzi agli elettori, e’ stato capolista numero 2 in tutte le circoscrizioni di Italia.
E’ evidente che con la storia politica, il suo prestigio, il suo consenso Fini non puo’ essere un apolide della politica e che se il Pdl lo considera fuori da quel progetto politico, lui avra’ il dovere, nei confronti degli elettori, di dar vita ad un nuovo soggetto politico. Come sempre tutto dipenderà da Berlusconi, che dovra’ scegliere tra i percorsi della politica e quelli della forza muscolare.

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Un documento lapalissiano che dà ragione a Fini

21 ago 2010
di Gianmario Mariniello

«E’ per l’ottanta per cento quello che aveva chiesto Gianfranco Fini sia all’Assemblea nazionale del Pdl che nell`ultima intervista a Giuliano Ferrara, prima della rottura. E` una sua vittoria. Per quanto ci riguarda è un documento lapalissiano visto che facciamo parte di questa maggioranza e intendiamo restarci». Così Italo Bocchino commenta a caldo le parole di Silvio Berlusconi che ha appena illustrato ai giornalisti quanto deciso nel vertice a palazzo Grazioli.
L’ex vicecapogruppo del Pdl alla Camera, ora a capo della pattuglia dei finiani a Montecitorio, è molto tranquillo.
Eppure è considerato uno dei falchi. Sarà perchè, almeno per ora, è naufragata la campagna acquisti di Berlusconi verso i fuggiaschi, tutti ancora fedeli a Fini. E anzi Bocchino è convinto che il travaso di parlamentari avverrà, ma al contrario. «Ho un elenco di deputati che verranno con noi», dice. Oppure perchè come sostiene Carmelo Briguglio, finiano doc, «alla fine la montagna ha partorito il topolino».
Dunque ha vinto Fini?
«II Federalismo senza sgravi fiscali è una richiesta di Fini, la riforma del fisco pure. E anche il piano per il Mezzogiorno. Quanto alla riforma della giustizia, beh fa parte del programma di governo. Ci siamo impegnati in campagna elettorale e dunque rispettermo i patti che erano quelli di una riforma complessiva della giustizia».
Ma Berlusconi ha citato anche le intercettazioni e il processo breve.
«Sulle intercettazioni nessun problema. Diverso è il caso del processo breve. Lo valuteremo nel merito perchè su questo punto non abbiamo preso alcun impegno con gli elettori. Ascoltermo quello che ci dirà il premier e poi decideremo».
Veramente Berlusconi ha detto che non accetterà più trattative come in passato.
«Una frase curiosa. La Costituzione stabilisce che i parlamentari possano presentare emendamenti e pronunciarsi. Ci atterremo alla lettera della Carta».
E` un avviso di guerriglia?
«No, è la legittima rivendicazione di quanto ci è consentito».
Nei punti programmatici sono stati inseriti anche il tema della sicurezza e la lotta all`immigrazione clandestina.
«I temi della sicurezza e della legalità sono da sempre temi cari alla nostra parte. Sono state battaglie di Alleanza nazionale molto prima che nascesse il Pdl. Quanto alla lotta all`immigrazione clandestina siamo d’accordo. Ma un grande paese come l`Italia non può continuare a sottovalutare il tema dei diritti e dei doveri degli immigrati. II contrasto all`immigrazione clandestina va insomma accompagnato da misure che garanitiscano una reale integrazione».
Dunque dopo un agosto di polemiche roventi voterete il documento messo a punto a palazzo Grazioli?
«Certamente, lo voteremo. Berlusconi avrebbe già potuto andare in Parlamento, prima della chiusura, e chiedere la fiducia su questi punti. Noi gliela avremmo data perchè questo è il nostro impegno con gli elettori e noi rispettiamo gli impegni».
D`accordo ma il premier ha detto che se dovesse constare di avere non avere una maggioranza ampia si andrà alle elezioni anticipate.
«Berlusconi una maggioranza ce l`ha. Quanto alle elezioni anticipate, restando ferme le prerogative del capo dello Stato, non saremo certo noi a chiederle. Sono altri che le pretendono…»

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Con l’espulsione di Fini hanno violato il Patto con gli italiani

18 ago 2010
di Gianmario Mariniello

Da qualche giorno i vertici del Pdl con toni più o meno eleganti stanno ponendo all’opinione pubblica e al Quirinale problemi seri sul rischio di crisi del governo e conseguenti scenari, dalle elezioni anticipate a un esecutivo alternativo a quello attuale.
Cominciamo dalla crisi. Non si comprende per quale ragione si voglia ricorrere al voto quando è evidente che non c’è nessuna crisi di governo in atto. I gruppi parlamentari di “Futuro e Libertà per l’Italia” hanno detto con chiarezza che garantiranno la fiducia al governo per l’intera legislatura e che voteranno tutti i provvedimenti facenti parte del programma elettorale. È su quello, infatti, che si deve rispettare il mandato degli elettori e non su altri argomenti.
Detto questo la crisi di governo può aprirla soltanto Berlusconi con le sue dimissioni o il Pdl negando la fiducia al governo, così come accadde con il precedente Fanfani. E se ad aprire la crisi è Berlusconi per insofferenza verso Fini è lui a tradire il mandato popolare e a venir meno agli impegni presi con gli italiani.
Al momento c’è soltanto una crisi politica voluta dal presidente del Consiglio che ha espulso senza contraddittorio e in maniera illiberale Gianfranco Fini dal Pdl, provocando la reattiva nascita di due gruppi parlamentari che si dichiarano di centrodestra e appartenenti alla maggioranza. Con questa scelta Il Cavaliere ha violato il patto con gli italiani che in tutte le circoscrizioni elettorali sotto il simbolo del Pdl avevano trovato i nomi dei capilista Berlusconi e Fini. Quando si parla di Costituzione materiale che spinge verso la democrazia diretta si aggrava la posizione politica e istituzionale di Berlusconi, che cacciando Fini per lesa maestà ha violato la volontà degli elettori che in tutta Italia avevano scelto un’accoppiata e non un uomo solo al comando.
La crisi non c’è quindi, la fiducia da parte dei gruppi di Fli ci sarà per tutta la legislatura ed è del tutto inutile parlare di elezioni anticipate. A meno che Berlusconi non desideri rompere il patto con gli elettori e puntare allo scioglimento delle Camere solo per non vivere la concorrenza politica di Fini. In tal caso sarebbe lui a ribaltare il voto e a gettare la spugna, dando la parola al Parlamento che avrà il diritto-dovere di esprimersi dopo che il presidente del Consiglio ha rotto intenzionalmente e unilateralmente la maggioranza scelta dagli italiani.

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Ciao Presidente, grazie di tutto

17 ago 2010
di Gianmario Mariniello

Con Francesco Cossiga scompare il principale protagonista della politica italiana. Dei grandi personaggi che hanno attraversato la storia del Paese erano rimasti lui e Giulio Andreotti, ma Cossiga è stato molto di più, ha incarnato la politica italiana, attraversandola in tutte le sue pieghe.
Ho avuto il privilegio di conoscere il presidente Cossiga quando avevo 25 anni. Lui era da poco uscito dal Quirinale e in seguito alla separazione coniugale si era trasferito a casa dell’editore Pippo Marra a Via Principessa Clotilde 2, alle spalle di Piazza del Popolo. Sul pianerottolo c’era anche l’appartamento dove allora viveva il mio maestro Pinuccio Tatarella e la mattina all’alba mi presentavo con giornali e cornetti per una colazione collettiva che ha segnato la mia vita. Leggere i giornali insieme con due giganti della politica italiana è stata una fortuna unica, un privilegio che mi ha accompagnato e mi accompagnerà per sempre nella mia attività politica.
Cossiga oltre a essere l’unico politico italiano ad aver ricoperto tutti i più importanti incarichi politici e istituzionali ha anche e soprattutto cambiato la storia del Paese. Guidando di fatto “Gladio” è stato il custode della “guerra fredda” in Italia, ma finita quella fase ha saputo cavalcare immediatamente la spinta verso la modernità che veniva dagli italiani. All’inizio degli anni Novanta con le sue esternazioni apparentemente folli ha accelerato un cambiamento indispensabile per il Paese e ha evitato che questo avvenisse in maniera cruenta. Cossiga aveva capito prima e meglio di altri che la Prima Repubblica era implosa e dal Colle più alto ha accompagnato una trasformazione che poteva essere molto più complessa di quella che è stata.
Successivamente è andato oltre, sdoganando la destra e la sinistra, che nella logica della “guerra fredda” dovevano essere escluse dal gioco democratico. Prima chiese scusa al Msi-Dn per avergli attribuito responsabilità nella strage di Bologna e lo fece rivolgendosi proprio a Tatarella nel corso di un’audizione al Copaco, l’allora comitato parlamentare di controllo dei servizi segreti. Fece di Fini il megafono delle sue esternazioni quirinalizie e gli consentì di essere protagonista della transizione tra la prima e la seconda Repubblica.
Poi portò D’Alema a Palazzo Chigi con un’operazione tutta politica e storica. Ricordo che il presidente emerito intervenne alla Conferenza programmatica di Alleanza nazionale a Verona del 1998 e andammo a trovarlo in albergo con Tatarella. Erano i giorni in cui stava lavorando per sostituire Prodi con D’Alema e Tatarella voleva convincerlo a desistere. Ci accolse con amicizia e garbo, ma stoppò Pinuccio con poche parole. Spiegò che era cosciente della enormità di quello che stava facendo, ma che l’Italia aveva bisogno di un comunista a Palazzo Chigi per chiudere definitivamente la ferita della guerra civile. Ci disse che dopo aver sdoganato Fini e il capo dei post-comunisti aveva svolto appieno la sua funzione. Tatarella capì che non c’erano margini e che l’operazione era tutta politica, sospettando peraltro che ci fosse lo zampino internazionale degli Stati Uniti con l’obiettivo di occidentalizzare definitivamente la sinistra italiana.
Negli anni successivi ho goduto dell’amicizia e della protezione di Cossiga, vivendo il privilegio di lunghi colloqui, telefonate affettuose e consigli preziosi. Qualche anno fa fui contattato da un ufficiale dei Carabinieri che mi avvisava dell’imminente consegna di una lettera da parte del Presidente. L’aprii e fui sorpreso, ancora la conservo incorniciata. Era su carta intestata del Presidente emerito della Repubblica, era titolata “editto cossighiano” e prevedeva da parte mia l’obbligo a dare il tu al Presidente in pubblico e in privato, il diritto a definirmi “cossighiano” e la facoltà di attivare le sue ire contro chiunque mi avesse attaccato politicamente. Un regalo immenso, un privilegio unico pensando al quale oggi non possono che sgorgare lacrime di dolore. Cossiga era così.
Ciao Presidente, grazie di tutto.

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La crisi di governo è nelle mani di Berlusconi

12 ago 2010
di Gianmario Mariniello

L’attacco mosso dal Pdl al presidente della Repubblica è un grave strappo istituzionale che viene dal maggior partito di governo e merita qualche riflessione.
Cominciamo col dire che il capo dello Stato quando ha giurato fedeltà alla Costituzione si è impegnato a rispettare la Carta così com’è formalmente e il richiamo alla Costituzione materiale pur avendo un senso politico alla luce delle trasformazioni che si sono registrate in questi anni non ha gran valore istituzionale.
È evidente che a Costituzione vigente i governi si formano in Parlamento e Napolitano non può assolutamente derogare a questa regola. L’osservazione fatta dal Pdl circa l’obbligo per il presidente della Repubblica di conferire l’incarico per formare il governo al candidato premier indicato dalla coalizione che ha vinto le elezioni è giustissima, tanto più che nel simbolo elettorale compariva il nome di Berlusconi. Ciò vale però nella fase immediatamente successiva alle elezioni. Se si allargasse questo principio all’intera legislatura si conferirebbe al presidente del Consiglio il potere di determinare lo scioglimento delle Camere, cosa che compete al capo dello Stato soltanto dopo aver verificato che in Parlamento non esiste altra maggioranza.
C’è poi un altro aspetto che non può essere trascurato. In questo momento non c’è una crisi della maggioranza dovuta al sottrarsi di una parte rispetto al programma elettorale con cui i singoli parlamentari sono impegnati con l’elettorato, ma c’è una richiesta di ricorso al voto da parte del presidente del Consiglio per sterilizzare politicamente quello che ritiene essere un concorrente politico. Ed è evidente che di fronte a questa deriva muscolare non si può invocare la Costituzione materiale.
Se si aprirà la crisi di governo, inoltre, avverrà per scelta di Berlusconi che si dimetterà e successivamente del Pdl, che una volta rinviato il governo alle Camere dovrà negargli la fiducia per poter tentare la via delle urne. I gruppi di “Futuro e Libertà per l’Italia” hanno infatti chiarito che garantiranno la fiducia al governo fino all’ultimo giorno della legislatura e che voteranno tutti i provvedimenti conseguenti al programma di governo.
A quel punto saranno stati Berlusconi e il Pdl con il loro passo indietro rispetto alla responsabilità derivante dal voto degli italiani ad aver superato l’indicazione elettorale, aprendo le porte alla lettera della Costituzione che obbliga il presidente della Repubblica a verificare se esiste una maggioranza in Parlamento.
Appare quindi evidente che Berlusconi ha il dovere istituzionale e politico di governare per tutta la legislatura e che se apre la crisi di fatto getta la spugna, aprendo nuovi scenari parlamentari e politici che noi non auspichiamo perché siamo vincolati al mandato elettorale e ancorati al centrodestra.

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Ben venga nuovo programma di governo

07 ago 2010
di Gianmario Mariniello

L’ipotesi che il governo si presenti al Parlamento per chiedere la fiducia su un programma per la seconda metà della legislatura è estremamente positiva e ci vede attenti e interessati. E’ una mossa che va incontro, seppur tardivamente, alla richiesta che Gianfranco Fini aveva affidato a Giuliano Ferrara alla vigilia della rottura quando propose un nuovo programma su cui convergere.
Il ministro Angelino Alfano ha detto che i pilastri sono fisco, giustizia, federalismo e Mezzogiorno e che la base di partenza è quanto su questo è scritto nel programma di governo. E’ evidente che su questi punti i parlamentari di “Futuro e libertà per l’Italia” sono pronti a convergere, sia perché li condividono nel merito sia perché fanno parte di quel patto elettorale al quale sono vincolati e i gruppi sono pronti a discuterne all’interno del perimetro della maggioranza e anche all’esterno, rivolgendosi a quell’area della responsabilità che potrebbe condividere alcuni percorsi se Berlusconi scegliesse la via della discontinuità che Pierferdinando Casini ha più volte indicato.
Lavorare in Parlamento alla riforma del fisco ci interessa molto, convinti come siamo che una semplificazione delle aliquote e l’introduzione del quoziente familiare rappresentano una scommessa per la maggioranza. Riteniamo indispensabile anche cambiare la giustizia in Italia, ovviamente non in chiave punitiva verso la magistratura, che per noi è uno dei baluardi della legalità, ma per evitare le distorsioni evidenti del sistema, per accorciare i tempi del giudizio, che poi in sede civile significa aiutare il sistema e economico italiano.
Siamo altresì interessati al federalismo, che ci ha visti già impegnati in Parlamento, ma ci permettiamo di ribadire quel che Fini disse nella famosa direzione nazionale dello strappo, cioè che deve essere solidale e compatibile con le finanze pubbliche. Sul Mezzogiorno ne abbiamo fatto una bandiera e siamo felici che il governo lo proponga tra i quattro pilastri, magari presentando quel Piano per il Sud sempre annunciato e mai portato in Parlamento.
Su questo passaggio parlamentare non ci saranno sorprese interne alla maggioranza, dunque, e attendiamo che un vertice dei gruppi parlamentari che sostengono il governo affronti nel merito le questioni. Ci permettiamo però di suggerire al governo che questa saggia scelta combinata all’affacciarsi della cosiddetta “area della responsabilità” potrebbe essere l’occasione per appellarsi anche ad altri soggetti moderati che hanno mostrato di non condividere lo scontro massimalista dell’Italia dei Valori a cui si accoda troppo spesso il Pd. Sarebbe una doppia novità in questa legislatura, con un governo che rifà il programma, allarga i suoi orizzonti e si rafforza a livello parlamentare.
Una considerazione va fatta anche su quello che leggiamo sul Pdl. Nella ormai nota intervista a Ferrara il presidente della Camera propose a Berlusconi di resettare il partito per rilanciare tutto. Allora fu letta come una provocazione ma adesso il presidente del consiglio chiede un passo indietro ai coordinatori per puntare su tre volti nuovi. Non sappiamo se Berlusconi riuscirà a far dimettere Verdini, La Russa e Bondi, va però detto che questa mossa cambierebbe in meglio il Pdl e renderebbe più facile il dialogo con “Futuro e libertà per l’Italia” e gli altri componenti dell’area della responsabilità. Tra l’altro puntare su tre colombe come Alfano, Gelmini e Meloni che hanno guardato e guardano con interesse a Fini per ragioni sia politiche sia generazionali è un fatto assai positivo. Non sappiamo se i colonnelli e i falchi consentiranno a Berlusconi questa bella mossa, ma non sarebbe male. Abbiamo letto che per ora gliel’hanno impedita ed è un peccato che non sia riuscito a farla.

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Nessun “terzo polo”, ma sì al dialogo sui singoli provvedimenti

04 ago 2010
di Gianmario Mariniello

Da Il Secolo d’Italia del 04.08.2010 – L’incontro di ieri tra Futuro e libertà, Udc, Mpa e Api sul “caso Caliendo”, inaugura un nuovo metodo all`interno del Parlamento e un nuovo percorso all`interno della politica italiana, pur senza intaccare i doveri dei parlamentari eletti in maggioranza, che resteranno fedeli al programma di governo, e di coloro che invece essendo stati eletti in alternativa all’attuale compagine governativa hanno devono rispettare un diverso mandato elettorale.
C’è oggettivamente un dato politico da non sottovalutare: è nata una nuova area, che potremmo definire “area della responsabilità”, i cui componenti pur essendo figli del bipolarismo e quindi collocati in questa logica ritengono che alle prove muscolari tra coalizioni deve corrispondere anche un comune senso delle istituzioni e un impegno convergente per le riforme e l`interesse generale. Quest’area non va confusa con il cosiddetto “terzo polo”, che in un sistema bipolare non ha ragione d`esistere (salvo che non si sia costretti a ipotizzarlo per mancanza di democrazia nei due poli di partenza), né ha in partenza ambizioni politiche, ma dev’essere vista come una convergenza politica di chi pone al centro della propria azione politica la responsabilità.
Nei confronti dei propri elettori, delle istituzioni e del Paese. Responsabilità spesso messa sotto i piedi da un violento spirito di parte, da una faziosità senza limiti e da una partigianeria che non possiamo condividere, specialmente con una storia politica come la nostra, specialmente dopo aver predicato e ricercato una memoria e un’appartenenza condivise, specialmente dopo aver detto in mille comizi “prima la Nazione e poi la fazione”.
Questo polo della responsabilità potrà avere un grande ruolo nei lavori parlamentari, specialmente per correggere eventuali esagerazioni e forzature, come è già accaduto nel caso del ddl intercettazioni, dove siamo giunti a un testo equilibrato grazie ad una intelligente azione politica che rivendichiamo con orgoglio.
Entrando nel merito del “caso Caliendo” da cui è nata questa convergenza, va detto che la scelta della (probabile) astensione è un esperimento innovativo da parte di una vasta area parlamentare, che ha il dovere di allontanarsi e distinguersi sia dal giustizialismo manettaro di Di Pietro – come al solito seguito a rimorchio dal Pd – sia dal giustificazionìsmo camuffato da garantismo dei berlusconiani, che scaricando sempre la colpa sui “giudici comunisti” finisce per strizzare l’occhio all`impunità.
Ma non si tratta solo di una scelta terza, non è solo tatticismo. Entrando nel caso specifico, non possiamo non sottolineare come il “caso Caliendo” non sia nemmeno lontanamente assimilabile – per esempio – a quello di Nicola Cosentino. C`è una differenza abissale tra le due vicende, c`è una differenza di stile non sottovalutabile: Caliendo ha sempre provato a fare chiarezza con quei suoi modi da galantuomo che tutti noi gli riconosciamo. Altri si sono sempre rifiutati di dare spiegazioni.
C`è pero un punto che non ci convince e non a caso avevamo invitato Caliendo a valutare il passo indietro: un magistrato come lui, che svolge il delicato incarico di sottosegretario al ministero della Giustizia, ritiene prudente incontrare il noto pluripregiudicato Flavio Carboni per parlare di questioni giudiziarie complesse, con importanti e delicate conseguenze politiche? È una domanda non polemica, che rivolgiamo a Caliendo sapendo di interpretare i dubbi degli italiani, a partire dagli elettori del Pdl.
Ieri abbiamo inaugurato un nuovo metodo.
Non è l’inizio di un percorso politico, non si tratta di un nuovo quadro di alleanze ma è sicuramente un’innovazione all’interno di un quadro politico che sembrava cristallizzato, costretto a un referendum quotidiano sull’uomo solo al comando. E così, finalmente, anche in Italia si potrà tornare a parlare di politica e di futuro del nostro Paese.

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Se Silvio se ne frega dell’Italia

31 lug 2010
di Gianmario Mariniello

Dove ci porterà l’ira funesta del Cavaliere? Alle elezioni anticipate o, almeno, questo è il suo obiettivo. A nulla è servito anche l’ultimo gesto distensivo di Gianfranco Fini, con l’intervista all’intelligente e moderato Giuliano Ferrara, che, in questi mesi, ha sempre consigliato a Silvio Berlusconi di trovare un’intesa con il Presidente della Camera.
Cosa pensasse Fini del Pdl lo si sapeva sin dal suo discorso al congresso fondativo del partito. Quell’intervento fu il più condiviso e il più applaudito di tutto il congresso. Applaudì e condivise anche il Cavaliere. Solo che, poi, al Pdl ha impresso un’altra strada assai diversa.
Quando Fini ha invitato Silvio Berlusconi a una maggiore fedeltà e coerenza rispetto ai principi fondanti del Pdl, che sono gli stessi del Partito popolare europeo, è scoppiato il finimondo. Libero, il Giornale e tutti gli ultras che affollano la corte del Cavaliere di Arcore hanno cominciato il tiro a bersaglio contro il Presidente della Camera. Ora, si può parteggiare per l’uno o per l’altro dei due contendenti, ma almeno si deve dare atto a Fini di aver sollevato solo questioni politiche, mentre non la stessa cosa si può dire della lunga e martellante campagna dei due quotidiani berlusconiani, tesa solo a denigrare, delegittimare e demolire il Presidente della Camera. E a Fini va anche dato atto di aver sempre mantenuto un profilo alto e di non essere mai sceso sullo stesso piano, nonostante le continue e, a volte, volgari provocazioni delle quali è stato vittima.
Cosa succederà ora? Non ho certezze, ma da quello che leggo e da quello che penso deduco che il Cavaliere non si fermerà. Tenterà il tutto per tutto, come ha sempre fatto nei momenti di svolta. Drammatizzerà lo scontro, alzerà il tiro, invocherà il plebiscito, o con me o contro di me. Questa la sua road map.
A costo di sollevare nuovi e preoccupati interrogativi in tutti i partiti gemelli aderenti al Ppe, Silvio Berlusconi espellerà dal Pdl Gianfranco Fini per divergenza di opinioni. C’è un solo precedente simile in Italia e riguarda il gruppo del Manifesto, ma quelli stavano nel Pci e non in un partito sedicente democratico e aderente al Ppe. Con una incerta maggioranza resisterà al governo, senza governare, per qualche mese ancora. A gennaio si presenterà dimissionario al Capo dello Stato, invocando nuove elezioni. Si voterebbe a marzo e, naturalmente, il Cavaliere pensa di vincere ancora. Anche senza Fini e imbarcando, magari, Pierferdinando Casini.
Se questo è il disegno del Cavaliere, è triste osservare come a Silvio Berlusconi interessi poco di portare il paese alle elezioni, nonostante la grave crisi economica e finanziaria che ha investito l’Italia e l’intero pianeta. E’ il segno di una preoccupante e grave irresponsabilità, che ha avuto una significativa avvisaglia nella mancata nomina del Ministro dello sviluppo economico.
A Berlusconi interessa poco anche del Pdl che, con l’insana e aberrante espulsione di uno dei suoi due cofondatori, di fatto è come se venisse sciolto, ritornando ad essere poco più della vecchia Forza Italia, partito e feudo personale del solo Cavaliere.
Non tramonterà, però, il sogno e la speranza di un grande partito liberale, moderno, plurale, democratico, partecipato, europeo e popolare. Non sappiamo sotto quali insegne esso si realizzerà, ma è certo che una idea tanto grande non potrà mai essere espulsa o bloccata dalla miserabile e burocratica deliberazione di qualche compiacente e interessato cortigiano.

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Il disastroso Capo ufficio stampa del Pdl

28 lug 2010
di Gianmario Mariniello

Il Capo ufficio stampa del Pdl è poco lucido, poco attento e evidentemente pensava ad altro quando Denis Verdini parlava in conferenza stampa, pur sedendogli accanto. Il buon D’Alessandro firma una nota ufficiale del partito per dire che “l`on Verdini non ha per nulla sostenuto che a chiedere l`arresto del On. Bocchino sia stato il Gip”. Il Capo ufficio stampa del Pdl dice una falsità. Basta rivedere il video della conferenza stampa. Riporto le dichiarazioni testuali, in modo che il distratto D’Alessandro possa fare l’ennesima rettifica della giornata: Verdini, riferendosi a Bocchino parla di “inchiesta pesante con una richiesta d’arresto firmata dal gip”. D’Alessandro ha firmato l’ennesimo disastro. Come se non bastasse già la disastrosa conferenza stampa di oggi pomeriggio.

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La disastrosa conferenza stampa di Verdini

28 lug 2010
di Gianmario Mariniello

Oggi uno dei Coordinatori del Pdl, il toscano Denis Verdini, ha tenuto una conferenza stampa per spiegare la vicenda giudiziaria che lo vede coinvolto. Una conferenza stampa lunghissima, alla quale forse non eravamo più abituati, in Italia, che ha visto Verdini oggettivamente confuso, con divagazioni sul tema, risposte stizzite alle domande dei giornalisti. Il beau geste di affrontare i giornalisti non è servito a chiarire la posizione di Verdini, i suoi rapporti con il faccendiere Carboni, le sue pressioni su Cappellacci, la P3 e altre vicende che probabilmente non avranno alcun rilievo penale, ma che creano una oggettiva “questione morale” che crea disorientamento tra i nostri elettori e scompiglio all’interno del partito. Una posizione difficile, come pure evidenziato dal “non lo so” di Bossi alla domanda dei giornalisti se Verdini debba dimettersi.
Denis Verdini ha attaccato una serie innumerevoli di persone, dal Presidente Fini (facendo allusione all’articolo di oggi de “Il Giornale” della famiglia Berlusconi…) alla buonanima del Principe Caracciolo, passando per Italo Bocchino, commettendo un errore grave: Verdini ha detto che un gip avrebbe chiesto provvedimenti nei confronti di Italo Bocchino, cosa mai accaduta, e che il Pdl fece quadrato votando a favore di Bocchino su questioni giudiziarie, cosa anche questa mai accaduta. Creare confusione è una tattica difensiva vecchia come il mondo, ma non utile a chi dovrebbe rappresentare tutto il partito e soprattutto il primo partito d’Italia. Una caduta di stile grave e ancor più grave perchè proviene da un uomo che professa di essere un vero garantista.
La verità è che Verdini non dovrebbe preoccuparsi solo di tutelare la propria banca, ma dovrebbe piuttosto pensare  a tutelare il partito che gli ha dato una grande e importantissima responsabilità. E quindi, la domanda sorge spontanea: se si è sentito in dovere di dimettersi da Presidente del Credito Cooperativo Fiorentino (“inopportuno mantenere incarichi”), perchè non si è dimesso anche da coordinatore del Pdl? Non è altrettanto inopportuno conservare l’incarico di partito? Mistero.

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Oggi alle 19 Fini in collegamento telefonico a Napoli

26 lug 2010
di Gianmario Mariniello


Oggi alle 19, presso l’Hotel Ramada di Napoli, il Presidente della Camera, Gianfranco Fini, sarà presente con un collegamento telefonico alla 1° Conferenza regionale di Generazione in Campania. L’evento, organizzato dall’On. Enzo Rivellini, Coordinatore regionale di Generazione Italia in Campania, vedrà la partecipazione – tra gli altri – del Sen. Pasquale Viespoli e dell’On. Italo Bocchino.
Gianfranco Fini parlerà a tutti i circoli e gli iscritti di Generazione Italia in Campania: si tratta del primo di una lunga serie di appuntamenti organizzati da Generazione Italia in tutto il Paese, in vista della 1° Convention nazionale dell’associazione “finiana” interna al Pdl, che si terrà a Perugia il 6 e 7 Novembre.

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Serve un colpo d’ala. Per dare una scossa a tutti. E soprattutto all’Italia

16 lug 2010
di Gianmario Mariniello

Serve un colpo d’ala. Al governo, alla maggioranza, al Pdl e a Silvio Berlusconi in persona. Serve un colpo d’ala al Paese e per il Paese. Il governo in carica ha una maggioranza numericamente significativa e ha al suo attivo un lavoro con cui ha messo la nostra economia al riparo dalla crisi e ha combattuto seriamente e duramente la criminalità organizzata. Così com’è stato eccezionale il risultato ottenuto dinanzi alle emergenze di Napoli e l’Aquila.
Nonostante questo è ormai evidente a tutti, a partire dai nostri elettori, che siamo in una fase di stagnazione, soprattutto perchè non si è mai aperta la stagione delle riforme. E in politica c’è una regola che vale sempre e che insegna che tutto si può fare tranne che stare fermi.
Ecco perché serve un colpo d’ala. Serve per rilanciare un governo appannato dalle dimissioni di Scajola, Brancher e Cosentino e dal troppo lungo interim del premier allo Sviluppo economico. Sarebbe un bel colpo se Berlusconi trovasse tre nomi per sostituire i dimissionari capaci di rinfrancare un’opinione pubblica sbigottita dinanzi alle questioni che hanno portati i tre a dimettersi.
C’è poi la coalizione che ha bisogno di un colpo d’ala. Bossi e la Lega sono sempre più insofferenti perché avendo un elettorato movimentista non possono permettersi la stagnazione. Il Senatur ha due problemi, quello di incassare il federalismo fiscale, cosa assai difficile con i problemi di bilancio e di maggioranza che ci sono, e tenere a bada i suoi elettori, sempre più critici dinanzi a episodi di malcostume che stanno investendo il Pdl. Quello che Berlusconi considera il granitico alleato che mai lo mollerà lo ha abbandonato in un attimo sul caso Brancher, in un secondo sul caso Cosentino e in un minuto sul caso Verdini, dicendo con candore che i tre, come Scajola, sono un problema del Pdl e non della Lega, cosa peraltro discutibile almeno per Brancher.
A questo va aggiunto che Bossi sente la pressione del suo elettorato sul tema della legalità e il fatto che Fini ne abbia fatto una bandiera mette in difficoltà il Carroccio con i suoi.
Veniamo al Pdl, che richiede più d’un colpo d’ala. Il partito praticamente non esiste, non ha iscritti, circoli, dirigenti scelti dal basso. Questo poteva accadere fin quando c’era un patto di consultazione e cogestione tra i due cofondatori. Saltato il patto il Pdl ha fatto emergere la sua inconsistenza di fondo rispetto alla forza elettorale che ha. A questo va aggiunto che i casi Scajola, Brancher, Cosentino e Verdini hanno tolto non poco appeal a una forza che propone al Paese il cambiamento e non riesce a darlo. Adesso Berlusconi deve intervenire, chiarendo definitivamente il rapporto con Fini e la minoranza interna e comunque cambiando profondamente il partito e portandolo a un congresso di rilancio soprattutto politico, capace di far capire agli italiani che il Pdl è il partito della Nazione e della legalità anche se questo ha un costo nei rapporti con la Lega e sul ruolo di chi con episodi di malcostume ha minato l’immagine che Berlusconi e Fini volevano dare alla loro creatura. Senza un nuovo patto tra i due fondatori il Pdl non ha futuro e sarà vittima di una esiziale balcanizzazione.
Concludiamo sul colpo d’ala di cui ha bisogno Silvio Berlusconi. Dopo molti successi personali e politici il Cavaliere dovrebbe evitare di consumare nella confusione la sua storia politica. Davanti a sè Berlusconi ha ancora metà legislatura, le prossime elezioni e la partita del Quirinale, ma è ormai evidente che senza Fini e a prescindere dai numeri interni tutte e tre le partite sono ad altissimo rischio se non impossibili. Lo show down che i suoi cattivi consiglieri gli propongono sarebbe la fine di questo percorso, mentre a Fini e ai finiani l’anagrafe e le loro posizioni politiche su Nazione e legalità offriranno comunque un’altra opportunità. E’ per questo che se fossi il Cavaliere la smetterei di far pranzi con falchi e colonnelli e inviterei attorno alla tavola di Palazzo Grazioli tre amici, Gianni Letta, Fedele Confalonieri e Giuliano Ferrara, che non a caso sostengono la stessa tesi, l’unica possibile a garantire la tenuta e il futuro di Berlusconi.

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Le dimissioni di Cosentino sono una buona notizia per il Pdl e il Paese

14 lug 2010
di Gianmario Mariniello

Le dimissioni di Nicola Cosentino dal suo incarico di sottosegretario all’economia con delega al CIPE costituiscono una buona notizia per il Pdl e il Paese.
La scelta di Silvio Berlusconi, la sua moral suasion sul parlamentare di Casal di Principe per invitarlo a lasciare la sua poltrona al Governo, va lodata e merita un sincero applauso da tutto il Pdl.
Il Presidente del Consiglio rischiava di essere travolto dalle vicende giudiziarie che riguardavano Cosentino e bene ha fatto ad ascoltare il nostro grido di allarme, condiviso dalla stragrande maggioranza degli italiani e degli elettori del Pdl.
La scelta di Berlusconi è la dimostrazione che Generazione Italia lavora nell’interesse esclusivo del partito e dunque anche del suo Presidente. Non è la prima volta che possiamo dire “abbiamo avuto ragione” e questo ci rende consapevoli dell’importanza che stiamo acquisendo nel panorama politico italiano e anche del nostro ruolo sapiente e legalitario che deve essere sfruttato da tutto il partito. Non ci possono essere zone d’ombra all’interno del primo partito d’Italia, anche per non danneggiare l’azione dell’Esecutivo in un momento non certo facile per il nostro Paese.
Quello che ci dispiace, invece, è stata la dichiarazione di Cosentino subito dopo aver lasciato la sua poltrona al Ministero dell’Economia. Forse l’ex sottosegretario ha un astio personale nei confronti del Presidente Fini e di Italo Bocchino che all’epoca puntarono su Stefano Caldoro come candidato Governatore in Campania. Mai scelta fu più azzeccata.

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