Qualche giorno fa l’ex (bravissimo) Sindaco di Milano, Gabriele Albertini, ha rilasciato un’intervista al “Giornale”. Tra le tante cose affermate, due vanno evidenziate, perchè sono di grande attualità.
Albertini disse che Futuro e Libertà “non è federalista e per me il problema più drammatico è la divisione dell’Italia tra produttori e parassiti”. Sul primo punto, potremmo citare il discorso di Fini a Mirabello. “Il federalismo fiscale è una grande occasione per l’Italia”, “il federalismo è possibile solo se è nell’interesse di tutta l’Italia”, “il nord ha bisogno del federalismo a condizione che sia nel nome dell’interesse generale”, “il Meridione ha tutto da guadagnare da una riforma in senso federalista” e via dicendo. Quindi Albertini stia tranquillo. Lo aspettiamo a braccia aperte.
Anche perchè ha ragione sul secondo punto: in Italia c’è una divisione tra produttori e parassiti. Per attaccare queste rendite bisogna puntare su “privatizzazioni e liberalizzazioni”, come ha detto sempre Fini a Mirabello. Ma da questo orecchio sia il partito di Berlusconi sia la Lega non ci vogliono sentire. Tutto è funzionale alla gestione del potere, specie negli Enti locali e questo Albertini lo sa bene. Le riforme, compreso il federalismo, non interessano. La conferma l’abbiamo avuta anche oggi: la Lega chiede le elezioni. Non ne vuol sapere di andare in Parlamento, confrontarsi con gli alleati e completare il pacchetto di riforme. E’ la differenza tra una forza populista e una forza responsabile: la prima ha come ragione sociale la propaganda, la seconda pensa alle riforme. La differenza non è di poco conto.
Per dare un futuro economico all’Europa, per fare decollare l’economia occorrono anche immediati provvedimenti per rendere trasparenti alcuni procedimenti. Occorrono sistemi doganali armonizzati e il sì del consiglio per la denominazione di origine dei manufatti extra-Ue. Occorrono sistemi che negli appalti impediscano l’infiltrazione di associazioni criminali o di affaristi spregiudicati perciò dobbiamo dire no a imprese che con dieci mila euro di capitale si aggiudicano lavori per milioni, dire no alle gare al ribasso e alla catena incontrollabile dei sub-sub appalti.
Per ottenere sviluppo, risparmio energetico, attenzione all’ambiente Barroso deve convincere gli Stati membri a fare si che regioni, province e comuni adeguino i loro mezzi di trasporto, i sistemi di riscaldamento degli stadi di loro proprietà e i sistemi tecnologici e informatici per utilizzare solo quelli a basso consumo. Fino ad’ora é stato scaricato solo sulle imprese e sui singoli il peso dei parametri di Kyoto mentre la pubblica amministrazione non ha mai fatto ciò che é necessario.
I giovani, che sono la grande risorsa del futuro, partecipano e vincono i concorsi emanati dalle Istituzioni europee ma troppo spesso le assunzioni avvengono invece attraverso non chiari sentieri politici. In alcuni paesi, non solo in Italia, le piccole e medie opere infrastrutturali non decollano e la Commissione non avvia un’ indagine su questi fatti che sono un vero blocco alla ripresa economica.
Quale futuro può esserci per l’Europa in assenza di azioni concrete verso l’Africa lasciata in mano alla speculazione cinese o alla tirannide spesso sanguinosa di alcuni dittatori? Quale futuro può esserci in assenza di iniziative coraggiose e concrete e non solo di parole diplomaticamente comunque deboli, verso il governo iraniano e qualunque altro esempio di intolleranza e violenza?
Dobbiamo incidere per nuove regole per l’organizzazione mondiale del commercio se non vogliamo che la globalizzazione non si traduca in una tragedia complessiva. Gli accordi bilaterali devono essere vantaggiosi nel loro complesso e non solo per alcuni specifici settori o Paesi.
Per il futuro dell’Europa la risposta a questi quesiti non può ulteriormente attendere.
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Da www.tg24.sky.it – I segni più evidenti sono le rughe e il colore dei capelli. Ma per scoprire che Gianfranco Fini è cambiato negli ultimi 15 anni basta ascoltare le parole. Quelle, ad esempio, utilizzate nei tre discorsi che hanno segnato i grandi cambiamenti politici del presidente della Camera. Dalla cosiddetta svolta di Fiuggi del 1995, con l’addio al Movimento Sociale Italiano e la nascita di Alleanza Nazionale al matrimonio ufficiale con Berlusconi sotto il simbolo del Partito delle Libertà. Fino a domenica 5, a Mirabello, dove viene delineata una nuova idea di centrodestra in totale contrapposizione con quella del Cavaliere e dei suoi alleati.
Abbiamo preso in considerazione i tre interventi di Gianfranco Fini e li abbiamo confrontati attraverso il meccanismo delle “tag cloud”. Basta inserire l’intervento integrale in siti come Wordle per ottenere una rappresentazione grafica in cui le parole si dispongono con una dimensione diversa a seconda di quante volte vengono utilizzate nel testo (guarda la gallery). Come se fossero delle nuvole. L’approccio non pretende di avere un valore scientifico. E’ solo un modo per osservare da un’altra prospettiva i fatti (e le parole) della politica.
Nel discorso di Fiuggi una nuvola oscura le altre. E’ quella della destra, che ricorre ben 31 volte. Quando nel 2009 Alleanza Nazionale confluisce definitivamente nel Partito delle Libertà il termine trova spazio “solo” 22 volte. E a Mirabello? C’è spazio per il termine solo in tre momenti e solo per ricordare quanto il piccolo comune in provincia di Ferrara sia un luogo storicamente importante per la “destra” italiana. In compenso per 5 volte si parla di “centrodestra”, un termine ignorato nel 2009 e utilizzato invece due volte in occasione dell’addio al Movimento Sociale Italiano.
Quello di domenica 5 alla Festa Tricolore è stato per molti un discorso programmatico. Non a caso la parola “politica” sovrasta nel grafico tutte le altre. “Federalismo”, “giustizia”, “magistratura” e “programma” sono tutte parole che rientrano nell’idea di “politica” della terza carica dello stato.
Impossibile ignorare la nuvola di Berlusconi: il nome del presidente del Consiglio ricorre ben nove volte nell’ultimo intervento (otto in quello precedente, tre nel discorso di Fiuggi).
Quantità a parte conta anche il modo in cui il premier viene citato. “Abbiamo avuto momenti difficili, abbiamo avuto gli alti e i bassi – diceva nel 2009 – ma, nell’arco di questo quindicennio che ha cambiato la storia italiana, non è mai accaduto che tra noi e il partito di Berlusconi ci fosse il momento della rottura insanabile”. Ma erano altri tempi, quando il cielo del centrodestra non era ancora così nuvoloso.
*Articolo pubblicato sul sito di SkyTg24
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Il discorso di Mirabello ha introdotto una nuova stagione della politica del centrodestra italiano. I temi politici affrontati dal Presidente Fini sono ora sul tavolo del Governo, ma difficilmente saranno compresi. Purtroppo da alcuni anni assistiamo solo ed eslcuivamente ad una contrapposizoine tra tifosi della politica. Da una parte i Berlusconiani e dall’altra gli antiberlusconiani, come se la politica fosse un campo di calcio sul quale si affrontano due squadre e dal quale si esce solo dopo aver battuto l’avversario.
La lungimiranza di chi, invece, come Gianfranco Fini, vuol lanciare il cuore oltre l’ostacolo, aiuterà il nostro Paese a non morire dietro ad inutili contrapposizioni.
Il percorso oramai tracciato è chiaro a tutti. Il PDL è morto (o forse non è mai nato, secondo molti) e rappresenta oggi una Forza Italia allargata, con tutti i suoi difetti espressi all’ennesima potenza. Il proprietario è uno e gli altri sono tutti sottoposti, compreso chi quel PDL ha contribuito a fondarlo!
Dal 5 settembre invece esiste una nuova forza politica, denominata “FUTURO E LIBERTA’ PER L’ITALIA”. Per giungere al traguardo bisognerà navigare a vista, attenti alle imboscate che il Premier Berlusconi ed il fido alleato Bossi sono pronti a tendere. Da ultimo la richiesta al Presidente Napolitano di “dimissionare” Fini. Una richiesta incostituzionale portata avanti al solo fine di rinfocolare sempre più gli animi. Ma può l’Italia in crisi economica ed a crescita zero consentire tutto ciò? Chi scrive crede che il primo atto di risposta del Premier sarebbe dovuto essere la nomina del Ministro per le Attività Produttive, oramai latitante da cinque mesi, per tacere della parentesi BRANCHER.
Il popolo di Mirabello chiede dunque a gran voce che nasca un partito, liberale e di centrodestra, che aiuti il PDL e l’Italia ad uscire dal guado. Per il nuovo partito ci sarà dunque bisogno di attingere ad una nuova classe dirigente, giovane e preparata, che si sia formata negli ultimi anni distinguendosi all’interno della società e delle amministraizoni delgi enti locali della Penisola.
Siamo certi che il Presidente Fini e l’On.le Bocchino sapranno individuare le migliori risorse giovanili per guidarle nel cammino a zig zag verso il futuro luminoso che ci attende.
A Mirabello il Presidente della Camera, Gianfranco Fini, con il suo lungo ed appassionato discorso alla Nazione, ha ridato entusiasmo e speranza a tutti noi. Dopo un’estate di veleni, maldicenze, calunnie contro la sua persona, Fini e’ riuscito a svegliare un intero mondo politico assuefatto al sistema e per nulla reattivo ai problemi dei cittadini.
“Il PDL non c’e piu’ ” ha affermato Fini, ma il PDL, a mio avviso, quale grande Partito della Nazione, non e’ mai nato. La mancanza di democrazia e di confronto interno, aveva solo portato ad un agglomerato di “dirigenti”, sudditi del Padrone, abdicanti alle proprie idee, pur di mantenere o conquistare poltrone.
Discorso di ampio respiro, quello di Fini a Mirabello. Momento di alta e ritrovata passione politica, ricco di passaggi in cui, con un affondo sui reali problemi del Paese, ha fatto emergere quelle purulenze che stanno incancrenendo l’Italia.
Ha risvegliato gli animi, ha richiamato alle responsabilità’, ha incoraggiato alla partecipazione, ha parlato ai giovani, ha ampliato gli orizzonti, ha guardato al futuro della Nazione. Lo ha fatto con grande coraggio e determinazione, dopo un confronto costruttivo con noi parlamentari, così come dovuto in una qualsiasi democrazia partecipata.
Nessuno puo’ accusarci di tradimento nei confronti delle nostre elettrici e dei nostri elettori; traditori sono coloro che non rispettano i programmi elettorali, che ignorano le parti degli stessi programmi per compiacere gli alleati, che propinano leggi ad personam, che avanzano provvedimenti non idonei a garantire la coesione nazionale.
Non siamo sicuramente noi ad aver cambiato bandiera. Per le donne e gli uomini di FUTURO E LIBERTA’ la bandiera è sempre stata una ed una sola: quella italiana, per troppo tempo ammainata da tutti coloro che in questi anni hanno avuto soprattutto a cuore gli interessi personali.
Da ieri, con il discorso di Mirabello, lo scenario politico italiano e’ finalmente mutato: chi fa politica o chi si accinge a farla dovrà porre a fondamenta della propria attività’ etica e passione; dovrà essere presente sui territori e trovare le giuste soluzioni ai reali problemi della gente. Le donne e gli uomini di Futuro e Libertà, che sempre hanno creduto in questo modo di fare politica, lavoreranno da oggi in modo congiunto in questo senso. Fondamentale per il raggiungimento dei nostri obiettivi sarà la partecipazione di tutti i cittadini; è grazie al loro contributo che saremo in grado di conoscere le esigenze dei territori; è grazie alle loro segnalazioni che potremo ridare un’etica alla politica, allontanando i corrotti e collusi con la criminalità’ organizzata.
A ciascuno, politico o cittadino che sia, è affidato il compito di seguire in modo serio, coerente e partecipato la strada inaugurata ieri dal Presidente Fini; lo dobbiamo tutti alla nostra Italia e soprattutto alle nostre giovani generazioni.
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Parto dalla premessa che il mio articolo non è un articolo politico ma sono riflessioni di una donna arrivata in Italia dieci anni fa.
In questo periodo ho lavorato per occupare un posto nel mondo lavorativo italiano e ho sostenuto e aiutato i miei connazionali onesti. Ieri sera, a Mirabello, è stata scritta una pagina importante della storia italiana. Con il discorso dell’On. Fini è praticamente nata una nuova destra italiana moderna ed europea. E’ stato dimostrato che per fare politica non devi essere uno “yes man” o portare tacchi a spillo; devi credere nelle tue idee, nella libertà di parola, nei valori della democrazia.
Praticamente domenica è stato presentato il programma di un nuovo partito (anche se non costituito).
Un partito che pensa a rispettare e lavorare per integrare i cittadini stranieri onesti che giorno per giorno portano il loro contributo all economia italiana (basta pensare alle 226.000 imprese individuali gestite da cittadini stranieri presenti in Italia)
Un partito che vuole rilanciare il “made in Italy” dando sostegno e applicando politiche sane rivolte alle piccole imprese, il motore della nostra economia.
Un partito che vuole i lavoratori autonomi e lavoratori dipendenti “dalla stessa parte della barricata.
Un partito che pensa ai giovani e a ridare loro la fiducia nel futuro, a mettere un punto definitivo alla fuga dei cervelli all’estero e all’indifferenza con cui guardano cioò che li circonda.
Un partito che rispetta le istituzioni e vuole che il cittadino si senta protetto dallo stato tramite la legislazione, assistenza sociale, ecc.
La necessità di cambiare la legge elettorale che rifletta veramente la volontà degli elettori come base fondamentale di una società democratica.
In una parola un partito vero fatto da uomini e donne uniti da un unico desiderio quello di rilanciare Italia con una politica con la P maiuscola.
Grazie presidente Gianfranco Fini, di aver fatto rinascere in me l’orgoglio di essere cittadina italiana.
* Circolo “Generazione Italia-Italia di domani” Roma
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Quali sono le opinioni degli italiani rispetto all’atteso intervento fatto ieri da Gianfranco Fini a Mirabello? Lo ha verificato l’istituto Crespi Ricerche attraverso un panel di individui che ieri hanno visto o ascoltato il discorso e che per il 76% lo ha giudicato complessivamente positivo. Così come il 63% esprime un giudizio positivo sulle posizioni assunte rispetto al PDL, Berlusconi ed il Governo.
Più tiepida, con un giudizio positivo del 51% degli intervistati, è invece la reazione rispetto a quanto dichiarato sulla vicenda di Montecarlo che quest’estate ha riempito le pagine dei giornali.
La metà del campione si dichiara d’accordo con Fini quando dice che il PDL non esiste più, anche se il 70% non crede che andrà avanti senza ribaltoni o cambi di campo.
Entrando nel dettaglio dell’intervento sono complessivamente piaciute le dichiarazioni rispetto al tema della giustizia, sulla necessità di garantire al Premier la possibilità di governare ma non attraverso leggi ad personam su cui si dichiara d’accordo il 55%; sulla necessità di una riforma elettorale che permetta agli elettori di scegliere i parlamentari con un accordo del 70%; sul federalismo che deve essere fatto nell’interesse di tutti con un accordo del 70%; ben il 90% si dichiara d’accordo con il quoziente familiare, mentre l’assise del lavoro per il rilancio dell’economia divide il campione a metà tra chi la ritiene utile e chi no.
Mentre sfuma il clamore per le provocazioni del Colonnello Gheddafi e si capitalizzano gli indubbi vantaggi che la cooperazione con la Libia produce per il nostro paese, si può tentare una prima riflessione, più distaccata, che riguardi il complesso della nostra politica estera nel Mediterraneo e il rapporto con la Libia.
Comparativamente, le distanze nel centro-destra sono minori, in politica estera, rispetto ad altri ambiti. Occorre riconoscere al governo e alla nostra diplomazia di aver in generale operato avendo sempre chiaro l’interesse nazionale. Non mi pare giusto qui confondersi con le critiche dell’opposizione, che mirano a ridicolizzare la nostra politica estera. E ciò al di là di certi comportamenti discutibili di Berlusconi (“la diplomazia del cucù”, la chiama lui stesso) o dell’acquiescenza mostrata nei confronti dell’imprevedibile Gheddafi (che all’Onu, un anno fa, non si comportò molto meglio).
Per quanto riguarda il Mediterraneo, per noi così importante, non si può negare che siano stati raggiunti alcuni risultati di rilievo: non è facile essere accolti con pari entusiasmo a Gerusalemme e a Tripoli. Il convinto sostegno offerto ad Israele rappresenta una grande novità nella politica estera italiana. Bisogna poi dar atto al governo di aver mantenuto salde alcune scelte strategiche, ad esempio l’apertura nei confronti dell’adesione della Turchia all’Unione Europea (qui la Lega ha esercitato influenza minore che altrove).
Si può solo osservare che l’Italia (ma questo non riguarda solo l’attuale governo) investe sempre in misura maggiore nei rapporti bilaterali, che più facilmente portano risultati concreti, che non nell’azione a carattere ‘regionale’, che richiede tempi più lunghi. Nel Mediterraneo, l’iniziativa in senso regionale è sempre stata più spagnola e francese che italiana: non a caso, il primo esperimento di partenariato euro-mediterraneo porta il nome di ‘Processo di Barcellona’, dalla città in cui fu lanciato nel 1995, su forte iniziativa spagnola; il rilancio del partenariato, che ha preso il nome di Unione per il Mediterraneo, è stato pensato e voluto dal Presidente Sarkozy, che lo tenne a battesimo a Parigi nel luglio 2008. In questa politica regionale dell’Europa nei confronti del Mediterraneo l’Italia ha sempre giocato un ruolo marginale, anche se può addurre a parziale consolazione che i successi di tale politica sono stati piuttosto scarsi. Ciò non toglie che si tratti della politica mediterranea dell’Unione Europea e che l’Italia avrebbe tutti i titoli (e gli interessi) per giocarvi un ruolo da protagonista. Ci si può augurare che il Ministro Frattini, volato a Tripoli per il vertice dei paesi del Mediterraneo Occidentale, riesca a definire un profilo più incisivo per l’Italia, almeno in questo ‘forum’ sub-regionale.
All’interno del mondo arabo, uno dei paesi che più tenacemente ha avversato questa politica europea è stata la Libia. E qui torniamo dunque a Gheddafi. La Libia non aderì al Processo di Barcellona e si è fieramente opposta, più recentemente, al progetto di Sarkozy. Prima del vertice parigino del 13 luglio 2008, Gheddafi convocò un incontro a Tripoli (il 10 giugno), cui parteciparono il Presidente algerino, quello siriano, quello mauritano e il Premier del Marocco, per boicottare l’iniziativa francese, considerata ancora troppo ‘eurocentrica’. Mentre si apprestava a firmare il Trattato di amicizia italo-libico, di cui abbiamo appena festeggiato i due anni, Gheddafi si opponeva dunque duramente alla politica mediterranea europea. E’ alla luce di questo atteggiamento che va esaminata la ‘visione’ del Mediterraneo sciorinata durante la sua visita a Roma dal leader libico, che vorrebbe espellere dal Mare Nostrum l’alleato americano e tenere sotto ricatto l’Europa, minacciando di lasciarla seppellire dalla marea nera dell’immigrazione. Qui la condiscendenza mostrata nei confronti di Gheddafi è ben più problematica di quella ostentata nei confronti dei ridicoli inviti alla conversione delle hostess.
Non sfugge qui la differenza rispetto all’atteggiamento del Presidente Fini, in occasione della precedente visita di Gheddafi a Roma, nel luglio del 2009. A causa dell’ingiustificato ritardo del Colonnello, si ricorderà, Fini annullò allora l’incontro. Il testo dell’intervento che avrebbe dovuto tenere fu però consegnato alla stampa e in esso Fini replicava con durezza all’antiamericanismo del Colonnello: “Le democrazie, a partire da quella americana, possono sbagliare, ma certo non possono essere paragonate ai terroristi”. E in relazione al processo di pace israelo-palestinese: “Voglio sottolineare al Leader Gheddafi che proprio lo sviluppo dell’Unione per il Mediterraneo – di cui Israele e l’Autorità palestinese fanno parte a pari titolo – può favorire la conquista della pace in Medio Oriente e che l’adesione della Libia rafforzerebbe una simile possibilità”.
Peccato che il Colonnello non abbia potuto ascoltare queste parole allora, e che nessuno, nel governo italiano, abbia sentito l’esigenza di opporre l’altro giorno concetti analoghi all’aggressiva, anti-americana, ma in realtà anche anti-europea, visione del Mediterraneo propalata da Gheddafi. L’utilità della cooperazione italo-libica non ne sarebbe stata messa in discussione, e l’Italia avrebbe mostrato di essere un partner capace di esigere rispetto politico da tutti gli interlocutori.
In occasione del ventottesimo anniversario del barbaro assassinio del Prefetto di Palermo, Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, della sua giovane moglie Emanuele Setti Carraro e dell’agente di scorta Domenico Russo, desidero esprimere la mia sincera vicinanza e solidarieta’. Il tempo trascorso non puo’ scalfire il ricordo di questa straordinaria figura di servitore dello Stato, impegnato con coraggio e con profondo senso del dovere nella lotta al terrorismo ed alla mafia, fino all’estremo sacrificio della vita.
Dopo l’assassinio del generale Dalla Chiesa qualcuno scrisse su un cartello: ”Qui finisce la speranza dei
palermitani onesti”. Onorare la sua memoria significa innanzitutto dimostrare che quella speranza si e’ rafforzata grazie al lavoro risoluto e generoso di quanti – Istituzioni, magistrati, forze dell’ordine e cittadini – sono intensamente impegnati nella lotta contro la criminalita’ organizzata.
E’ soprattutto in questo impegno testimonianza delle grandi energie di onesta’ e di passione civile del Paese, che si sublima il sentimento di coesione del popolo italiano contro il crimine organizzato, nemico
della democrazia e della liberta’, e la sua volonta’ di riaffermare con forza la dignita’ dello Stato attraverso la difesa dei valori della legalita’ e della giustizia. A Lei, alle famiglie delle vittime di quel vile attentato e ai cittadini di Palermo desidero esprimere, a nome di tutta la Camera dei deputati, i miei sentimenti di intensa partecipazione.
*Messaggio inviato al prefetto di Palermo, Giuseppe Caruso.
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Tra il 25 e il 28 agosto si sono dati appuntamento a Bruxelles i principali gruppi studenteschi liberali e libertari (tra cui Oxford Libertarian Society, l’associazione belga LVSV, il Berlin Manhattan Institute, ecc.) sotto l’egida del Cato Institute, dell’Atlas Research Foundation e dell’Istitute for Economic Studies.
Gli studenti italiani erano rappresentati da una delegazione di Italian Students For Individual Liberty (Isfil), una realtà nata dall’impegno congiunto di associazioni studentesche sullo stile degli Studenti Bocconiani Liberali, ormai diffuse e attive nei più importanti atenei italiani con l’obiettivo di divulgare le ragioni del libero mercato e la tutela delle libertà individuali.Numerose sono state le occasioni di confronto tra i gruppi su tematiche teoriche, ma anche di natura organizzativa: proprio da esse è nato una prima idea di network europeo, capace di catalizzare e realizzare le istanze delle sue diverse componenti.
Il più grande successo di questo summit è forse la stesura di un manifesto intellettuale e programmatico, firmato da tutti i partecipanti all’incontro. In esso, si richiama la necessità di un ritorno alle intenzioni iniziali riguardo al processo di integrazione europeo: la riaffermazione della cultura della libertà, del mercato come teatro della realizzazione personale, privo di impedimenti che possano ostacolare lo sviluppo economico e politico delle nostre società.
Il modello e lo spirito che caratterizzeranno questo network saranno ispirati a Students for Liberty, la più grande organizzazione studentesca liberale americana, che coinvolge più di diecimila studenti nei campus universitari americani attraverso attività divulgative e scientifiche.
Il nostro Paese ha bisogno, più di ogni altro, di un’iniezione di cultura liberale e riformista: chi meglio di un gruppo studentesco, scevro da ogni condizionamento politico, che fa della qualità e’ delle risorse umane coinvolte il proprio punto di forza, può riuscire in questo ambizioso progetto?
Il nostro gruppo svolge un ruolo leader nella costituzione di questa nuova organizzazione europea, come testimoniato dall’organizzazione della European Liberty Conference che si terrà all’Università Bocconi di Milano l’11 e il 12 di Ottobre. La conferenza, che vedrà tra i suoi protagonisti alcuni tra i più significativi esponenti del pensiero liberale e libertario contemporaneo, rappresenta uno degli step più importanti verso la concretizzazione del progetto unitario a cui si accennava. Anthony De Jasay, Francesco Giavazzi, Loren Lomasky, Mario J. Rizzo, John Hasnas, Jim Lark sono solo alcuni degli speaker della prossima conferenza. Si discuterà di crisi economica, del rapporto tra liberalismo classico e democrazia, di global warming, ma anche di strategie per la diffusione della libertà individuale.
E’ un appuntamento unico sia da un punto di vista scientifico, sia perché costituisce un momento di rottura rispetto al tradizionale paradigma culturale italiano, sostenuto dall’iniziativa di molti esponenti del panorama liberale italiano, europeo e mondiale.
Da Milano, dunque, partirà la riconquista palmo per palmo dei territori strappati al liberalismo e alla libertà individuale dalla burocrazia, dalle tasse, dai monopoli legali e, ultima, dalla lettura strumentale e sbagliata della crisi economica. Una battaglia non facile, che necessita di passione, impegno, erudizione. E di sostenitori convinti, che non si sentano condannati a rassegnarsi.
European Liberty Conference, Milano 11, 12 ottobre
www.isfil.org
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Libertà di pensiero, di opinione, di credo, religioso o politico, caratterizzano ogni democrazia, così come ne è parte integrante il dissenso. Ma qualsiasi dissenso non dovrebbe essere caratterizzato da provocazioni o strumentalizzazioni.
Futuro e Libertà per l’Italia, Generazione Italia, Fare Futuro, sono nati con l’obiettivo di poter affrontare la discussione su temi fondamentali per la vita del Paese, all’insegna del confronto sempre mancato all’interno del PDL, partito di fatto mai nato.
Oggi, nonostante le demonizzazioni, le mortificazioni, le epurazioni, i tentativi di strumentalizzazioni messi in atto nei confronti del Presidente Fini e di tutti coloro che hanno condiviso il suo progetto, gli Italiani stanno dimostrando di aver capito che, nel mentre assistono a sottrazioni di risorse nei settori vitali, quali la sanità, l’istruzione, l’Università, la ricerca, la Nazione è calata in un sistema di illegalità diffusa e di corruzione, e nel quale prevalgono impunità e mancanza dei diritti fondamentali.
Ed allora ecco che cresce il consenso esterno nei confronti del Presidente Fini e che tale consenso continuerà ad aumentare se tutti insieme riusciremo a dimostrare che le nostre scelte contribuiranno a restituire agli Italiani legalità, giustizia sociale e coesione nazionale.
Tutto ciò preoccupa Berlusconi, e soprattutto gli ex colonnelli, e visto che la prima festa di Futuro e Libertà per l’Italia che si sta svolgendo a Mirabello, è stata già inaugurata con un consenso superiore ad ogni aspettativa, qualcuno ha pensato di predisporre forme di dissenso, assolutamente non condivisibili e non auspicabili, perché solo provocatorie. Ed anche i quotidiani nazionali della famiglia Berlusconi sembra vogliano proseguire nella loro fantasiosa e provocatoria demonizzazione del Presidente della Camera dei Deputati, pensando persino di venire a Mirabello per presentare le firme raccolte, non si comprende bene in base a quale regola, contro lo stesso Fini.
Ma nonostante tutto da domenica, 5 settembre, l’Italia potrà essere certa che, con a capo il Presidente Fini, ci sarà una schiera di donne e uomini, che riusciranno a dare passione alla Politica e che sapranno restituire alla stessa il ruolo affidatole dalla Costituzione Italiana.
Ecco in anteprima la grafica che farà da sfondo a tutti gli eventi più importanti della Festa tricolore “Futuro e Libertà” di Mirabello, tra cui l’intervento conclusivo del Presidente della Camera, Gianfranco Fini, previsto per domenica 5 Settembre alle ore 18.
La Festa di Mirabello sarà l’occasione per far incontrare tutti gli iscritti (più di 10.000), tutti i circoli di Generazione Italia sparsi nel Paese (sono quasi 400) e i più di mille amministratori locali che hanno aderito all’appello “io sto con Fini” lanciato dal nostro sito.
Questo fondale che pubblichiamo in esclusiva ha un concept che ha due stelle polari. Il futuro e l’Italia. L’onda tricolore raffigura i colori della nostra Nazione e rappresenta una forza che unisce e cresce sempre di più. Per l’Italia.
Ma l’onda tricolore ha anche una forma a “doppia v”, che simboleggia il linguaggio del web, della modernità, dello spontaneismo che è la vera forza di Generazione Italia e di tutto l’universo finiano. E la modernità rappresenta anche una nuova politica, di cui in Italia se ne sente tanto bisogno, e soprattuto un nuovo modo di fare politica, fatto di libertà, partecipazione, spontaneismo e democrazia interna ai partiti. Futuro e Libertà.
Ci vediamo a Mirabello.
Essendo nell’aria le elezioni anticipate, si torna come sempre a parlare di legge elettorale. Come sempre, purtroppo, lo si fa in modo disorganico, al di fuori di un progetto unitario di assetto istituzionale, seguendo il filo di convinzioni di principio o – peggio – ricercando il proprio tornaconto politico. E’ chiaro che, così, non se ne farà nulla. Il problema principale è che gli oppositori del Porcellum sono divisi tra due ipotesi diametralmente opposte, il che purtroppo garantirà lunga vita all’attuale legge elettorale, certo fino alla fine della legislatura, anticipata o meno che sia.
Da un lato, sono tornati in campo i fautori dell’uninominale. L’appello trasversale, lanciato nei giorni scorsi, ha già raccolto numerose ed importanti adesioni, da parte di esponenti politici ed intellettuali di tutti gli schieramenti. Esso ha il merito di ricordare l’alternativa al variegato fronte che non fa mistero di puntare sul ritorno al sistema proporzionale (che poi significa solo eliminare il premio di maggioranza dal Porcellum, che ha già un impianto proporzionale).
Il limite dell’appello è che esso non fa distinzione tra turno unico e doppio turno: alcuni proponenti, a partire da Pannella, sono però da sempre fautori del turno unico che, nella forma classica del ‘first past the post’ è sotto esame anche in Inghilterra e in Italia sembra una camicia di forza calata su un sistema politico refrattario ad un bipolarismo maturo.
Peccato poi che i promotori abbiano confuso un po’ le acque, inserendo nell’appello un riferimento alla ‘laicità dello Stato’, che sarebbe favorita dall’uninominale, con un nesso che sfugge ai più (il Porcellum ha molti difetti, ma non certo quello di promuovere il clericalismo…).
Tutto ciò non esclude comunque che si possa raccogliere l’appello, sfrondandolo dagli elementi impropri, incanalandolo verso l’opzione del doppio turno – molto più adattabile al sistema politico italiano – legandovi un’altrettanto precisa scelta in merito alla forma di governo, il semi-presidenzialismo restando qui la prima scelta. Anche per rispondere all’obiezione di Quagliariello (l’unica plausibile venuta dal Pdl), che indica nella critica al Porcellum la volontà di negare la scelta diretta del Premier, attualmente possibile, ovvero un’ipotesi di ‘restaurazione’.
Tale critica si attaglia semmai all’altro fronte degli oppositori al Porcellum, costituito come detto dall’ampio schieramento dei nostalgici della proporzionale, da molti ‘centristi’ a D’Alema. Come il Porcellum nacque ed è tenuto in vita perché favorevole all’alleanza berlusconiana, così lo scopo neanche troppo nascosto dei fautori del ‘sistema tedesco’ è quello di rendere possibile un’operazione politica volta a liquidare il berlusconismo. Si tratta però, in ogni caso, di un doppio azzardo: in primo luogo, è noto che il ritorno al proporzionale è sgradito alla maggioranza degli italiani; in secondo luogo, voler chiudere la stagione della cosiddetta ‘Seconda Repubblica’ ritornando alla Prima (con un centro-sinistra adeguato ai tempi) rischia di essere un’operazione in perdita, che consentirebbe a Berlusconi di presentarsi ancora come un ‘innovatore’, di contro ai partigiani della vecchia politica. Laddove il punto debole del berlusconismo declinante sta proprio nelle promesse non mantenute di innovazione politica, nel tenerci ancora a metà del guado, in un terreno limaccioso ed ambiguo in cui i principi costituzionali e la nuova realtà politica emersa dal crollo della Prima Repubblica sono in tensione, con uno stato perenne di fibrillazione che il paese non può più permettersi.
Ecco allora profilarsi il difficile compito che grava sulle spalle di “Futuro e libertà”. In queste settimane di grande incertezza, il nuovo gruppo ha saputo conquistarsi un’evidente centralità politica, che deve ora capitalizzare, mostrando compattezza interna e articolando un progetto politico innovatore, attorno al quale cercare consensi ed impostare alleanze. Questo progetto non può essere né la restaurazione della Prima Repubblica (che neghi alla radice la novità comunque incarnata all’inizio da Berlusconi), né la conservazione dello status quo berlusconiano attuale (che di quella novità rappresenta la progressiva estenuazione).
“Futuro e libertà” – lo dice già il nome – non può certo guardare al passato. Deve piuttosto indicare al paese la strada per riprendere il cammino interrotto verso la Seconda Repubblica, in realtà mai nata. Il centro-destra, nella sua fase ascendente, elaborò un progetto di riforme istituzionali che aveva tre pilastri: Stato federale, repubblica presidenziale, democrazia maggioritaria. Di questi, a distanza di oltre quindici anni, solo il federalismo sta andando avanti, e in un senso la cui capacità di tenere unito il paese andrà verificata. Eppure, nelle sue linee generali, quel progetto resta l’ipotesi più coerente che sia emersa dalle macerie della Prima Repubblica, per ciò che attiene alle riforme istituzionali: il (semi)-presidenzialismo è il contrappeso necessario del federalismo e richiede in modo naturale un sistema elettorale maggioritario a doppio turno.
Tale progetto indica politicamente una continuità, da Alleanza Nazionale a Futuro e libertà, denunciando l’involuzione del berlusconismo e presentandosi come un suo superamento, ormai necessario. Questa proposta politica si rivolge in primo luogo a tutti coloro che hanno creduto nel berlusconismo, ma ne sono ormai delusi. Essa può tuttavia essere fatta propria anche da forze che con noi vogliano condividere questo grande progetto di modernizzazione, forse il solo capace di ridare ai cittadini fiducia nella politica e alla vita civile del nostro paese quello slancio che pare perduto.
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Mu’ammar al-Quaddafi, il 1° settembre del 1969, prese parte al colpo di stato organizzato dal Movimento degli Ufficiali Unionisti Liberi. Aveva ventotto anni.
Come rappresentante dell’ala oltranzista del movimento, prese il comando con il ruolo di “Presidente del Consiglio della Rivoluzione”. Da qui derivo’ il ruolo di comandante delle forze armate, e nel 1970 divenne Primo Ministro.
Gheddafi si distinse per la sua intransigenza verso gli stranieri, ed impose: lo sgombero delle basi britanniche e statunitensi, la nazionalizzazione del colosso del petrolio BP e l’espropriazione totale dei beni della comunita’ italiana. Poi, con i grandi proventi del petrolio, provvide a finanziare movimenti rivoluzionari in tutto il mondo.
Il resto e’ storia che conosciamo, dal panarabismo radicale, ai sospetti di fomentare il terrorismo, culminati nel corpo a corpo con gli Stati Uniti, che il presidente Reagan concluse con un bombardamento chirurgico, dove Gheddafi riusci’ a salvarsi per un soffio.
Il colonnello cambio’ rotta. Capi’ che la strada era scoscesa e senza uscita, e pubblicamente fece ammenda, ottenendo dagli Stati Uniti la cancellazione dagli stati canaglia.
L’uomo che vediamo in questi giorni e’ sul far dei settant’anni, con quaranta di potere sulle spalle, nonche’ di bizzarrie.
Non dimentichiamolo il carattere del colonnello in questi decenni di potere. Sempre incline alle provocazioni, ai colpi di scena, ai colpi di teatro, ai capricci. Un uomo che non manteneva le promesse, che capovolgeva il senso della storia, che arrivava a camminare sui paradossi, dove si sentiva a suo agio.
Ma l’Italia e’ un paese dirimpettaio della Libia e la Libia, oltre ad essere stato un paese colonizzato dagli italiani, e’ anche un immenso patrimonio di riserve naturali di combustibile. Oltre che un paese da modernizzare. E per la Libia passano le rotte dei trafficanti di vite umane diretti in Italia.
Insomma, un paese con cui fare i conti. E il nostro e’ una delle poche nazioni che riesce a dialogarci.
Ma il colonnello fa pagare uno scotto a tale dialogo, scotto ispirato al suo passato e al nostro passato di colonizzatori e di “europei”. E sembra che i suoi comportamenti di questi giorni, siano un misto di esibizionismo e rabbia viscerale, voglia di stupire e voglia di umiliare.
Il confine tra folklore e cultura di un popolo si fonde in un unicum, che rende interdetti gli osservatori e dunque gli italiani.
Un popolo tollerante, il nostro, che ascolta gli appelli all’Europa a convertirsi all’Islam, esplicitati nella capitale del cattolicesimo. Appelli che provengono da un individuo che non ha alcuna titolarita’ religiosa per emetterli. Dunque, per questo, sono solo inviti a titolo personale, sterili quanto ultravelleitari.
Ma quello che colpisce, e’ la cornice. Con 500 ragazze pronte piu’ per un casting, che per una conferenza.
Inoltre, a questo punto, viene da chiedersi il perche’ della mancata convocazione dell’elemento maschile. Perche’ la discriminazione degli uomini?
Anche questa e’ una provocazione. La religione islamica, che ha sempre avuto una caratterizzazione maschilista, ora pone la donna al centro dell’attenzione. Ne celebra quasi la superiorita’.
E cosi’ la guardia presidenziale del colonnello, che deve fungere anche da scudo umano in caso di pericolo, e quindi la vita del colonnello, e’ nelle mani del sesso femminile, e poi le amazzoni, le ragazze a cui il leader libico fa una lezione cultural-religiosa.
Cosa dire? Cosa pensare? Disorientante. Un cumulo di contraddizioni.
E devono essere di ben elevato spessore se un dirigente del Pdl, Lupi, finisce per avere la stessa opinione dei suoi piu’ strenui oppositori politici.
Bastano tali osservazioni per capire il colonnello Gheddafi. E a noi, con le nostra cultura giuridica ed istituzionale, dargli un limite. Perche’ la tolleranza non puo’ far coprire l’Italia e gli italiani di ridicolo rispetto al mondo.
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Riformare la Giustizia, e combattere la politicizzazione di una certa parta della Magistratura non può in alcun modo mai significare, nemmeno dare la più lontana impressione che la riforma della Giustizia che vuole fare il PDL sia tesa a garantire sacche maggiori di impunità: “Berlusconi è inutile che tu mostri insofferenza, ma qualche volta l’impressione c’è”. (Gianfranco Fini)
Mirabello, domenica 5 Settembre. Questa data è a tratti più attesa dai falchi berlusconiani che da noi finiani. Oramai, presi dall’assordante silenzio di Gianfranco Fini, i berluschini fanno tutto loro, chiedono e si rispondono.
Ma la linea tracciata è sempre la stessa, unica ed univoca: sulla legalità nessun equivoco, nessun chiacchiericcio.
Ancora, a Mirabello si attende la nascita del partito. Ci sarà, non ci sarà? Questione di tempi? Tutto è possibile, una cosa però deve essere chiara: la base di Generazione Italia “vive” già un suo partito, ritiene che il PDL così com’è oggi, così come è ostinatamente oggi, non può sposare i suoi valori, fatti di sobrietà politica e rispetto imprescindibile di valori quale la libertà di opinione e la legalità.
Fini lo disse chiaramente in Direzione Nazionale, e sarà ribadito a Mirabello.
Partito o non partito? Non è questo il problema (oggi), però una cosa è certa, lo strappo consumatosi in direzione nazionale, la successiva cacciata di Fini, il deferimento di Bocchino, Briguglio e Granata, la Lega, i vertici pdl saldamente al loro posto, il veleno di Feltri, e in ultimo Gheddafi non possono in alcun modo ricucire uno strappo non voluto, bensì impostoci.
Indietro non si può tornare, i vertici lo sanno bene, al massimo si può dialogare fino a fine legislatura. Ma da Roma fino al più piccolo paesino di provincia lo strappo è consumato e non esiste più il “pdl” con i finiani.
Pertanto, partito o non partito, due sono le certezze:
1) sulla Legalità nessun passo indietro.
2) nessun rientro nel PDL.
Abbiamo acquistato oramai la nostra identità politica, orgogliosi e fieri di fare politica tra le gente a testa alta, fieri di essere minoranza, fieri di essere di destra!
Mortificati dallo show del re del petrolio, che forte della nostra insufficienza energetica, viene a deridere quella che è la madre, la Patria di Santi e poeti, la culla della cultura, dell’arte, della musica, della giurisprudenza offrendoci un circo nel bel mezzo della città “caput mundi”, offrendoci poi il privilegio di pulire lo sterco dei suoi cavalli!
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