Devo confessare che non ce l’ho fatta a non sorridere alle parole pronunciate da Bossi all’uscita della reggia di Arcore. No, non ce l’ho fatta perché, ancora una volta, il leader leghista d’intesa con il Presidente del Consiglio hanno preso per il naso i propri elettori e gli elettori tutti del centro destra. Insomma, hanno mentito sapendo di mentire. Berlusconi, conscio del pericolo che correrebbe andando a quelle elezioni anticipate richieste con forza dalla Lega (pronta a gettarsi sul cadavere del Pdl che non c’è più), ha stoppato per la seconda volta il ministro delle riforme e alla fin, entrambi, forse per non fare una figuraccia nei confronti dei falchi, gli ex colonnelli di An e i post comunisti presenti in massa nelle fila degli ex forzisti, si inventano una strada che non c’è.
Un po’ Peter Pan un po’ Don Chichiotte tirano fuori dal cilindro magico una ascesa al Colle, ma non per andare a meditare sulle vette, bensì per farsi dire un totesco (o tottesco fate voi) “ma mi faccia il piacere” alla luce di un intervento istituzionale impossibile per cacciare Gianfranco Fini dalla Presidenza della Camera.
Insomma una sorta di “facimme a ‘mmuina” in salsa padana.
Va bene che la politica è compromesso ma così si vuole prendere per il naso, per non dire qualche altra cosa, gli elettori e gli italiani tutti. E se così non fosse vorrebbe dire che abbiamo ministri e Presidenti del Consiglio che non conoscono le regole del gioco, il che è ben più grave.
Nessuno, nemmeno il Presidente della Repubblica, può mettere mano su una carica istituzionale come quella del presidente della Camera. E nemmeno su quella del Senato, perché espressione di un voto delle due assemblee parlamentari che sono sovrane e a loro volta espressione del voto popolare non certo dei partiti. Almeno stando alla teoria (una teoria di fatto sconfessata da una legge elettorale che è un vero schifo).
Appare quindi chiaro che Berlusconi non ha nessuna intenzione di andare a un voto che lo vedrebbe, nella migliore delle ipotesi, prigioniero ed ostaggio dei leghisti. Meglio, molto meglio, un patto di legislatura con Futuro e libertà che a questo punto irrompe prepotentemente sulla scena politica italiana andando a tagliare quel nodo scorsoio che pian piano Bossi ed i suoi stavano facendo scorrere attorno al collo di questa Italia che si appresta a festeggiare i suoi 150 anni di unità nazionale.
Dopo Mirabello il segnale lanciato è chiaro, anche a coloro che fanno finta di non aver capito o di essere sordi. Nessun rallentamento, si va avanti. Il partito verrà ben prima di quanto taluni si aspettano, così come il patto di legislatura. Non è paura di perdere la poltrona, perché quella ce l’hanno molto amici che sono rimasti nel Pdl e si dicono berlusconiani convinti. Sanno che andando al voto potrebbero non tornare in parlamento. Questo perché sono fedeli, e soprattutto, si fidano del loro nuovo generale. E qui un nuovo “ ma mi faccia il piacere”, ci sta tutto.
Per altri la nascita di un partito come Futuro e Libertà, un partito di destra moderna, proiettato nel futuro, sarebbe una vera iattura. Se non fosse altro perché Gianfranco Fini, criticabile quanto si vuole, è un catalizzatore di voti e lo dimostrano le migliaia di adesioni di questi mesi e soprattutto da domenica scorsa. Adesioni che arrivano anche dai molti che abbandonano le piccole formazioni di destra, nate in questi anni, ma che non sono state in grado di crescere e soprattutto di dare prospettive e futuro perché, alla fin fine, non sono altro che orticelli personali costruiti ad immagine e somiglianza del ducetto di turno. Un male che ha sempre prosperato nella destra italiana fina dalla notte dei tempi.
Una nuova sfida, dunque, è stata lanciata. In molti l’abbiamo raccolta. Così com’è nel nostro stile.
“Il Capo dello Stato non ha alcun potere in relazione alla permanenza in carica di un altro organo costituzionale, com’e’ il Presidente della Camera”, ci ha ricordato il Presidente emerito della consulta, Antonio Baldassarre.
Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, “non ha poteri di governo delle assemblee parlamentari”. Così il costituzionalista Michele Ainis. E potremmo proseguire all’infinito.
Non sappiamo chi sia stato l’intelligentone che ieri sera ha consigliato a Bossi e Berlusconi di andare al Quirinale a chiedere le dimissioni di Fini. E ancor meno intelligente è stata la scelta di seguire il consiglio. Così come ci appare paradossale la richiesta di elezioni. Motivo: il discorso di Fini a Mirabello. Sembra uno scherzo ma non lo è.
I problemi che ha posto Fini sono politici. La maggioranza c’è, non la metteremo certo in discussione. Almeno non noi. Manca invece la politica. Che non c’è quando si vanno a fare passeggiate senza senso al Quirinale o quando si invocano elezioni anticipate senza motivo.
La verità è che Berlusconi si è incartato. Estromettendo Fini dal Pdl il premier ha mutato gli equilibri interni alla maggioranza. Andando al voto si accollerebbe una responsabilità talmente pesante da non reggere alla prova elettorale, a parte la legge elettorale che almeno al Senato potrebbe non fornire una maggioranza. E così adesso Berlusconi non sa che fare. E crea confusione. Capita, quando si mette da parte la politica.
UPDATE: (ANSA) – ROMA, 7 SET – Al Quirinale, per il momento, non è ancora intervenuta alcuna richiesta di incontro da parte del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, e del leader della Lega Umberto Bossi. Lo si e’ appreso a margine dell’incontro pubblico del presidente Giorgio Napolitano e la presidente finlandese Tarja Halomen con la stampa. (ANSA).
leggi tutto 250 commentiIeri c’è stata un’indubbia vittoria di Fini. Berlusconi e Bossi concordi: al voto non si può andare. Indietro tutta! Da oggi la parola d’ordine è “si va avanti. tutti uniti, felici e contenti”.
Ma c’è chi gioca allo sfascio: i più realisti del re, ossia Bondi, La Russa e Verdini, hanno replicato alle aperture di credito dei finiani verso il Pdl in maniera a dir poco provocatoria.
Si legge in una nota: “I coordinatori del Pdl Ignazio La Russa, Denis Verdini e Sandro Bondi convocheranno nel corso della prima settimana di settembre gli esponenti del Pdl che hanno incarichi operativi a livello locale e che hanno aderito a Futuro e libertà”.
Insomma… I tre coordinatori, dopo averci cacciato dal Pdl, ci vogliono obbligare a fare il partito… Ce ne faremo una ragione. Eppure noi la mano l’avevamo tesa…
La campagna mediatica contro Gianfranco Fini ha portato via 2 punti e mezzo percentuali alla neonata formazione politica “finiana”.
E’ quanto rilevato da Crespi Ricerche in un sondaggio realizzato in esclusiva per Generazione Italia.
Il metodo Boffo sembra aver funzionato, almeno nell’immediato, anche se di solito in questi casi c’è sempre l’effetto boomerang. A ogni modo, vedremo cosa accadrà nei prossimi mesi.
Nel frattempo va sottolineata la percentuale del 7% attribuita a “Futuro e Libertà”, che colloca la formazione politica di centrodestra al 4° posto, dopo Pdl, Pd e Lega Nord. Un risultato tutto sommato notevole, soprattutto se consideriamo che non c’è stata una vera e propria discesa in campo di Gianfranco Fini e che Futuro e Libertà ancora non è un partito organizzato e strutturato sul territorio. Le potenzialità, insomma, sono altissime.
Da analizzare anche come il 2,5% perso da Fini in meno di un mese sia stato assorbito totalmente dal centrodestra nel suo insieme, a dimostrazione di come la neonata formazione politica attinga comunque in gran parte al serbatoio elettorale moderato. A conferma di ciò, il Pdl è “solo” al 30%, una percentuale comunque notevolissima.
Bene la Lega, ma la miglior perfomance rispetto all’ultima rilevazione l’ha avuta l’Udc di Casini. In coma profondo, invece, l’opposizione. Il dibattito tutto interno alla maggioranza ha di fatto danneggiato solo la Sinistra. Pd al 24,Di Pietro al 6,5 e Vendola al 4,5. Tutti insieme arrivano al 35%. Cifre elettorali lontanissime rispetto a quelle del centrodestra.
L’Italia ha bisogno che si prosegua lo sforzo di risanamento intrapreso e che ad esso si aggiungano finalmente politiche di sviluppo. Sarebbe irresponsabile interrompere il corso della legislatura per portare il Paese nuovamente alle urne. Si lancerebbe fra l’altro un pessimo segnale ai mercati finanziari internazionali mettendo a rischio la sottoscrizione dei titoli di Stato. Le centinaia di milioni di euro che costa un turno elettorale sarebbero meglio spese nella diminuzione del carico fiscale, in investimenti in ricerca o in infrastrutture. L’Italia non può rischiare di fare la fine della Grecia.
Dal momento che la fiducia al Governo non è mai stata messa in discussione da nessuno, tanto meno da Futuro e Libertà, non si comprende il motivo per cui si dovrebbe tornare a votare.
Detto questo esistono alcuni nodi politici molto precisi che vanno sciolti.
E’ necessario che non ci si nasconda dietro ad un dito. Il motivo del contendere non è certo il programma elettorale che viene pienamente condiviso dai finiani, non sono dunque le misure economiche da realizzare, nè le riforme istituzionali e nemmeno, pur con la dovuta chiarezza sui costi, il federalismo fiscale. Il vero punto su cui le visioni del Pdl e di Fli rischiano di divergere è il tema della giustizia. Anche qui, si badi bene, la divisione rischia di essere non su quello che sta scritto nel programma elettorale, ma su ciò che non vi compare. in particolare sulle norme destinate a prefigurare forme di immunità penali per una ristretta cerchia di soggetti o una sorta di amnistia mascherata. Nel programma si parla di separazione delle carriere, e di riforma del Csm, non si parla di immunità penali o di amnistia.
Le leggi oggetto del contendere si chiamano processo breve e lodo Alfano.
Non credo che sia negoziabile nè un ampio salvacondotto giudiziario che consenta di sottrarre alla giustizia ministri, o alte cariche dello Stato, tanto più se si tratti di ministri nominati dopo l’inizio delle indagini, come vorrebbe il testo del lodo Alfano approvato in commissione Giustizia al Senato. Dopo l’incidente del caso Brancher non è pensabile che la nomina a ministro possa essere utilizzata per sottrarre qualcuno alla giustizia.
L’altro punto non negoziabile è il no ad una amnistia mascherata. Se abbiamo a cuore realmente il tema della sicurezza non possiamo approvare provvedimenti che cancellino migliaia di processi penali in corso.
Sarebbe più comprensibile chiedere che il presidente del consiglio eletto da milioni di italiani per realizzare in 5 anni un certo programma elettorale possa completare la sua azione di governo avendo un salvacondotto giudiziario. Se a questo si riducesse la richiesta dei vertici del Pdl, una intesa sarebbe probabilmente possibile.
Accampare altre questioni per andare a votare, come la possibile trasformazione di Fli in un partito politico, che pur sostenga lealmente il governo e contribuisca a realizzare il programma votato dagli italiani, appare strumentale e irricevibile. Nessuno deve dimenticare che la rottura all’interno del Pdl è avvenuta a seguito della espulsione di Fini dal partito. La dichiarazione dell’ufficio politico che le posizioni del presidente della Camera sono incompatibili con la linea del Pdl e l’affermazione del premier che “non sarà più tollerato alcun dissenso” non rendono oggettivamente possibile la permanenza all’interno del Pdl di chi si riconosce nelle posizioni politiche del cofondatore del partito.
Un accordo, se si vuole, è a portata di mano, diversamente ognuno si assumerà le proprie responsabilità davanti al Paese e agli elettori, senza menzogne o infingimenti di alcun tipo.
Se mai ci sarà rottura all’interno del centrodestra essa avrà dei responsabili che dovranno essere ricordati. Ma è bene ricostruire prima i fatti.
Gianfranco Fini all’inizio di questa legislatura ha ritenuto che occorresse incominciare a guardare al futuro del centrodestra: il presente si chiama Silvio Berlusconi, a cui doveva spettare il compito di attuare il programma elettorale e di radicare il Pdl.
Era evidente a Fini che per il 2013 occorreva pensare ad una destra capace di un ulteriore salto evolutivo, una destra che fosse sempre più in linea con quella europea dei Cameron e dei Sarkozy. Non è un caso che Fini abbia scritto la prefazione della edizione italiana dei libri di Cameron, di Sarkozy, di Aznar.
Questa destra doveva partire da una concezione moderna di nazione, aggiungere al valore libertà quello di legalità, definire in modo chiaro diritti e doveri dei cittadini, pensare a come superare le fratture sociali, garantire una sempre più alta qualità della vita, considerando strategici temi come l’istruzione, la ricerca, l’ambiente.
Nessuno doveva impedire a Fini di cercare di far emergere nel centrodestra un dibattito che poteva essere una grande occasione di crescita e di maturazione del Pdl. Da qui i ripetuti appelli ad un partito più aperto, più democratico, autenticamente plurale, in cui Berlusconi provvedesse a realizzare il programma presentato agli elettori, consentendo nel contempo al partito di pensare, di riflettere sui grandi temi all’ordine del giorno di tutta la destra europea.
Sia ben chiaro, in questa discussione Fini non ha mai posto ultimatum nè certezze indiscutibili. Sui temi della bioetica, per esempio, io, che pur condivido pienamente il suo progetto complessivo, ho espresso delle differenti valutazioni e come me altri “finiani”. Ricordo, dopo aver fatto un intervento in Aula sul caso Eluana, che andava nella direzione opposta rispetto alle posizioni di Fini, una sua telefonata all’indomani per farmi le congratulazioni, pur rimanendo lui sinceramente e laicamente convinto della propria posizione. In altri casi vi sono state accelerazioni da parte di singoli, come per esempio sulle famiglie di fatto, posizioni che rispecchiano peraltro sensibilità individuali. Vi è stato poi chi è andato forse anche fin troppo in là assumendo posizioni che sono parse ad alcuni “estreme”. Ma questo è naturale quando si mettono in movimento le idee. Tutto questo dibattere libero e senza pregiudizi era comunque auspicato da Fini che sognava un Pdl plurale in cui si potesse anche “sbagliare”, ma in cui ci fosse la sincera volontà di pensare e costruire il futuro dell’Italia.
Sono stato testimone diretto e posso assicurare che l’intenzione di Gianfranco Fini è sempre stata quella che la legislatura terminasse nel 2013 con il presidente del consiglio eletto dagli italiani, cioè Silvio Berlusconi. Per il dopo, ovviamente, i giochi si dovevano aprire, come del resto è naturale in ogni partito democratico e in ogni Paese democratico. D’altro canto a come organizzare il centrodestra del futuro pensava esplicitamente anche qualche altro illustre personaggio del Pdl, come per esempio Giulio Tremonti, arrivando addirittura ad organizzare un convegno nello scorso settembre in cui si parlava esplicitamente del dopo Berlusconi.
Da questo punto di vista la posizione di Fini era senz’altro coerente: aveva scelto volutamente il ruolo di presidente della Camera. Un ministro, prima di pensare al futuro della politica e del suo partito, deve realizzare fino in fondo quello che il suo premier gli chiede di fare. Anche in una democrazia parlamentare i ministri devono collaborare lealmente alla attuazione dell’indirizzo politico deciso dal presidente del consiglio, non può essere mai che il presidente del consiglio sia al traino di un ministro. Nella diversità di vedute fra premier e ministro è il ministro che deve cedere, altrimenti si deve dimettere.
Il ruolo di presidente della Camera era sufficientemente autonomo per consentire a Fini di pensare ad un più evoluto modello di destra senza impedire la realizzazione degli impegni presi con gli elettori in sede di programma. Non è un caso che i “finiani”, pur ponendo con forza per esempio i temi della riduzione delle tasse, della ricerca e quello della legalità, cercando di migliorare i ddl governativi, non abbiano mai bocciato i provvedimenti che il Governo ha portato in Aula.
Va detto con estrema chiarezza che in questo nuovo percorso politico il ruolo di gran parte degli ex colonnelli di AN risultava superato. Pur essendo alcuni di loro già passati armi e bagagli con Berlusconi fin da quando esisteva ancora An, pretendevano di continuare a rappresentare Fini senza capire il senso di ciò che andava proponendo e spesso distorcendone il significato o delegittimandolo.
Le prime iniziative di coloro che avevano accolto positivamente il messaggio politico di Fini e che si iniziarono a riunire chiedendo innanzitutto spazi di discussione nel Pdl e liberi congressi vennero ostacolate duramente proprio da alcuni ex colonnelli di An. Non avendo gran chè da proporre se non la gestione del potere, con la distribuzione sapiente di posti, incarichi, candidature, ed essendo consapevoli che la svolta di Fini li avrebbe messi sul lungo periodo politicamente fuori gioco, si misero subito di traverso. Contemporaneamente anche i cortigiani si misero immediatamente all’opera. Nella storia sono loro quelli che più hanno da perdere, dipendendo la loro esistenza politica non da meriti personali, ma esclusivamente dal ben volere del “principe”. Alcuni boiardi della ex Forza Italia erano terrorizzati dalla prospettiva che nel futuro ci potesse essere una diversa leadership. Si comportavano come i Malvoisin o i Fitsurse di re Giovanni.
Lo scenario si aggrava ulteriormente con l’arrivo di Feltri alla guida del Giornale. Sistemato sbrigativamente Boffo, direttore di Avvenire, che aveva osato criticare le inadempienze del governo, il direttore del Giornale, con la convinta collaborazione di chi aveva il dente avvelenato contro Gianfranco e covava da tempo atroci vendette, si getta famelico su Fini.
Con una ostinazione degna di miglior causa, dalla fine di agosto del 2009 non ha più mollato la presa. Praticamente ogni giorno un insulto, un attacco violento, un tentativo di delegittimazione umana e politica.
Non so quale sia stato in tutto questo il ruolo del Presidente del Consiglio, sostanziale dominus del Giornale: ispiratore della linea aggressiva di Feltri o vittima finale? Di certo due cose sono inconfutabili: 1) il Giornale si è trasformato in un organo di fazione politica; 2) come disse esplicitamente Feltri, “se Berlusconi vuole mi può in ogni momento licenziare”.
Fini ha vissuto come una vera e propria aggressione politica questo martellamento continuo e ciò non ha giovato alla serenità del dibattito. Ha pure vissuto come una aggressione politica i tentativi di discriminare i “finiani” attuati da alcuni boiardi del Pdl.
Così come hanno sicuramente aggravato il clima gli insulti e le condanne sempre più esplicite nei confronti del presidente della Camera, che sono venuti con un crescendo rossiniano da alcuni esponenti vicini al premier.
Ora la situazione è ad un passo dalla rottura definitiva. Ma veramente vogliamo far tramontare l’ipotesi che un grande centrodestra plurale possa lanciare sempre nuove sfide ad una sinistra ormai baluardo della conservazione, incapace di evolversi e di pensare con creatività e fantasia al futuro?
Non è possibile provare a tentare un ultimo confronto, senza ultimatum, diktat, ukase e soprattutto senza l’interferenza di boiardi, ex colonnelli, intermediari più o meno rappresentativi, e con il fuoco “amico” che per qualche giorno taccia?
INTERVISTA DI GUIDO RUOTOLO PER “LA STAMPA” - Presidente Italo Bocchino, il premier Berlusconi si è stufato, non vuole più trattare: “Prendere o lasciare”. Che fate voi finiani?
«Quella di Berlusconi è una logica che appartiene più al commercio che alla politica. Non possiamo accettare che ci si chieda un consenso al 100% di un percorso alla cui elaborazione non siamo stati chiamati a partecipare, e che contiene argomenti che non fanno parte del programma. Ne deriva che non ci sentiamo vincolati né con la maggioranza né con gli elettori».
Se dovesse scommettere, nascerà il partito di Gianfranco Fini?
«Non credo che si possa ricucire lo strappo tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini, e quindi vedo all’orizzonte la nascita di un nuovo partito politico».
Quando si andrà al voto?
«Berlusconi dovrà decidere se questo partito politico potrà far parte della coalizione. Noi naturalmente siamo per questa soluzione. In caso contrario, il voto è nelle cose».
Torniamo a quel prendere o lasciare. A quel 5% del programma che non vi piace.
«L’enunciazione dei cinque punti di programma è una vittoria politica di Fini, che aveva chiesto di varare un programma per la seconda parte della legislatura e per questo era stato definito un pazzo. Adesso siamo tutti pazzi».
Federalismo fiscale, sud, riforma del fisco. Temi sui quali eravate state voi a insistere. Su sicurezza e giustizia, invece, il rischio è la rottura?
«Sulla sicurezza non possono certo pensare di crearci problemi. Noi solleciteremo di approvare in tempi rapidi il disegno di legge anticorruzione. Sul contrasto all’immigrazione clandestina, naturalmente, non ci sono nostre perplessità, la legge in vigore porta il nome di Fini. Chiediamo un grande progetto di integrazione dell’immigrazione regolare».
Lo scoglio insormontabile è il processo breve?
«Premessa: siamo a favore di uno scudo giudiziario per Silvio Berlusconi, vittima di una aggressione giudiziaria. Dunque, va bene il Lodo Alfano costituzionale. Le soluzioni alternative ci lasciano perplessi, non le capiamo, vorremmo discuterne. Per sottrarre Berlusconi da indubbie aggressioni si minano al cuore regole di sistema, facendo saltare un numero spropositato di processi che coinvolgono molti cittadini in attesa di giustizia».
No al processo breve?
«Nessuna pregiudiziale ma anche nessun aut aut. Entriamo nel merito della discussione. Non ci è chiaro neppure quel passaggio inserito nel documento e che fa riferimento ai procedimenti civili pendenti».
Dixit Berlusconi che se fate il partito è rottura…
«La sua è una strana concezione della politica e del tradimento. Berlusconi fa finta di non ricordare che Fini è stato dichiarato incompatibile con il Pdl. Fini non può essere un apolide della politica. Berlusconi con una logica padronale lo sbatte fuori dal partito e lui ha il dovere verso gli elettori di dar vita a un nuovo soggetto politico a meno che non si torni alla logica politica della compatibilità».
Frattura insanabile tra voi e gli altri del Pdl?
«Il progetto del Pdl è imploso. Ma la politica è l’arte delle cose impossibili e Berlusconi potrebbe far marcia indietro. Anche perché i sondaggi dicono che se si va al voto il Pdl perde tra i 60 e gli 80 parlamentari a vantaggio di Bossi e nostro. E al Senato Berlusconi non avrebbe la maggioranza. Il partito dei parlamentari che rischiano di perdere la poltrona e che al voto non vogliono andare è forte. E poi, di fronte a due maggioranze diverse tra Camera e Senato, scommetto che Umberto Bossi sponsorizzerebbe il governo Tremonti».
Tutto quello che sta avvenendo nel nostro Paese ha veramente dell’incredibile e non faccio fatica a immaginare il giudizio degli osservatori internazionali sul nostro sistema politico.
Ricapitoliamo. Il Partito di maggioranza (Pdl) capeggiato da Berlusconi e Fini ed uscito vincitore dalla consultazione elettorale ultima, che sostiene l’attuale Governo, apre al suo interno un aspro ma civile confronto politico nella Direzione Nazionale. Il Presidente del Partito (?), che è anche il Presidente del Consiglio dei Ministri, non solo mette in minoranza il suo cofondatore Fini, che è anche terza carica dello Stato, ma addirittura dopo qualche settimana lo espelle, con un atto di imperio, dal partito stesso e chiede le sue dimissioni dalla carica di Presidente della Camera.
Un fatto questo che non ha precedenti nella storia della nostra Repubblica. Quando Craxi vinse il Congresso, ha per caso espulso De Martino, Segretario uscente sconfitto? Quando la DC svolgeva i suoi accesi congressi, le sue vivaci direzioni nazionali, quando subiva le dimissioni in blocco dei suoi Ministri per polemiche, quelle sì politiche, interne ed esterne, ha mai espulso qualcuno?
Non contento di questo inusitato modo di procedere che nulla ha di democratico, ora si minacciano le elezioni anticipate, non si sa per raggiungere quale obiettivo se non quello di formalizzare la proprietà esclusiva da parte di Berlusconi e dei suoi accoliti di una fetta di elettorato da gestire a loro piacimento. E quando il Presidente della Repubblica, nell’esercizio attento delle sue prerogative istituzionali, fa capire che lo scioglimento delle Camere non deriva solo dalla volontà del Presidente del Consiglio dei Ministri, lo si attacca impunemente senza alcun rispetto istituzionale.
In tutto questo guazzabuglio, che nulla ha di politico, perché i problemi del nostro Paese rimangono sottaciuti, un po’ di gossip non fa male e nasce la questione “casa di Montercarlo” per tentare di screditare il cofondatore (Fini) del Pdl, travolgendo quei rapporti familiari che anche nelle società più involute sono ritenuti sacri.
Infine, di fronte alla disponibilità, malgrado tutto, dei Deputati Finiani di sostenere responsabilmente il Governo fino alla fine della legislatura nell’interesse del Paese che certo non può permettersi crisi al buio, con tono autoritario e padronale si dice : “se non si ha la fiducia sui nostri punti di governo che verranno indicati a settembre si va al voto. Prendere o lasciare!”.
Aveva ragione il Presidente Emerito Cossiga quando in questi ultimi anni diceva “mi sento in un altro mondo”, riferendosi all’attuale modo di fare politica e di esercitare le funzioni Istituzionali. Chiunque – noi compresi – intende la politica con la P maiuscola, si sente ormai “in un altro mondo”. Ma noi non demordiamo! E grazie alla nostra volontà e alla nostra fede ci uniamo a questo grande uomo scomparso e alla sua ultima picconata, nell’augurarci che “Iddio protegga l’Italia”.
*Eurodeputato del Ppe
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L’attacco mosso dal Pdl al presidente della Repubblica è un grave strappo istituzionale che viene dal maggior partito di governo e merita qualche riflessione.
Cominciamo col dire che il capo dello Stato quando ha giurato fedeltà alla Costituzione si è impegnato a rispettare la Carta così com’è formalmente e il richiamo alla Costituzione materiale pur avendo un senso politico alla luce delle trasformazioni che si sono registrate in questi anni non ha gran valore istituzionale.
È evidente che a Costituzione vigente i governi si formano in Parlamento e Napolitano non può assolutamente derogare a questa regola. L’osservazione fatta dal Pdl circa l’obbligo per il presidente della Repubblica di conferire l’incarico per formare il governo al candidato premier indicato dalla coalizione che ha vinto le elezioni è giustissima, tanto più che nel simbolo elettorale compariva il nome di Berlusconi. Ciò vale però nella fase immediatamente successiva alle elezioni. Se si allargasse questo principio all’intera legislatura si conferirebbe al presidente del Consiglio il potere di determinare lo scioglimento delle Camere, cosa che compete al capo dello Stato soltanto dopo aver verificato che in Parlamento non esiste altra maggioranza.
C’è poi un altro aspetto che non può essere trascurato. In questo momento non c’è una crisi della maggioranza dovuta al sottrarsi di una parte rispetto al programma elettorale con cui i singoli parlamentari sono impegnati con l’elettorato, ma c’è una richiesta di ricorso al voto da parte del presidente del Consiglio per sterilizzare politicamente quello che ritiene essere un concorrente politico. Ed è evidente che di fronte a questa deriva muscolare non si può invocare la Costituzione materiale.
Se si aprirà la crisi di governo, inoltre, avverrà per scelta di Berlusconi che si dimetterà e successivamente del Pdl, che una volta rinviato il governo alle Camere dovrà negargli la fiducia per poter tentare la via delle urne. I gruppi di “Futuro e Libertà per l’Italia” hanno infatti chiarito che garantiranno la fiducia al governo fino all’ultimo giorno della legislatura e che voteranno tutti i provvedimenti conseguenti al programma di governo.
A quel punto saranno stati Berlusconi e il Pdl con il loro passo indietro rispetto alla responsabilità derivante dal voto degli italiani ad aver superato l’indicazione elettorale, aprendo le porte alla lettera della Costituzione che obbliga il presidente della Repubblica a verificare se esiste una maggioranza in Parlamento.
Appare quindi evidente che Berlusconi ha il dovere istituzionale e politico di governare per tutta la legislatura e che se apre la crisi di fatto getta la spugna, aprendo nuovi scenari parlamentari e politici che noi non auspichiamo perché siamo vincolati al mandato elettorale e ancorati al centrodestra.

Da alcuni giorni sembra non vi sia altro tema da sottoporre all’opinione pubblica se non quello del cosiddetto affare monegasco.
Eppure non serve una acutissima analisi per rendersi conto della colossale montatura orchestrata ai danni di Gianfranco Fini.
Proviamo a ricostruire la storia con delle postille che possano almeno far riflettere su quelle suggestioni estive che vengono “spacciate” – è il caso di dirlo trattandosi di robaccia – per assiomi.
In apparenza non è difficile individuare i mandanti dell’operazione che, a parte i giornali , neppure hanno avuto premura di celarsi: si pensi al collega Stracquadanio che, nel rivendicare l’uccisione mediatica di Boffo, ha apertamente ammonito il Presidente della Camera sul trattamento che gli sarebbe stato riservato durante la pausa estiva.
Semplice nota cronologica: tanto è avvenuto appena conclusa la votazione sulla mozione Caliendo e, soprattutto, quasi contestualmente alla costituzione dei gruppi parlamentari di futuro e libertà. Esempio di straordinario tempismo e singolare solerzia.
Né possono essere sfuggiti anche agli osservatori meno attenti gli esecutori della bastonatura mediatica e finto-giudiziaria.
Pensate che – e il Giornale lo aveva pure presagito (potenza della pronoia di pericliana memoria) – la magistratura si è interessata alla questione, come atto dovuto, a seguito di una querela presentata il 28 luglio da due esponenti de La Destra di Storace, in quel di Monterotondo ; querela che, in maniera miracolosa – poi c’è chi dice che non esiste più il giornalismo d’inchiesta!- è stata riprodotta integralmente dallo stesso quotidiano.
Dall’esame del testo si evince chiaramente la consapevolezza dei querelanti delle scarse possibilità di successo nelle sedi appropriate e, dunque, della volontà di ottenere – alla faccia della coerenza contro la giustizia mediatica – una condanna a mezzo stampa, almeno quella di provata fede (minuscolo o maiuscolo?) ed un risultato pratico e tangibile.
I querelanti, infatti, consapevoli di essere usciti dal partito,presunto erede, ben prima della cessione dell’immobile, per auto-legittimarsi come parte lesa e, comunque, giocare un ruolo attivo nel procedimento, ricorrono ad un doppio espediente: da un lato, si autodefiniscono portatori di un interesse che accomunerebbe loro e tutti gli aderenti al vecchio Msi, ad An e a tutti i partiti da essa derivati, dall’altro, ipotizzano una fattispecie aggravata perché, disconosciuta la qualità di persona offesa -e non potrebbe essere altrimenti- il presunto reato sia perseguibile d’ufficio.
Dimenticando, i postulanti, di essere usciti da An ancor prima della cessione dell’immobile.
Del resto, neppure l’eventuale appartenenza al Msi, già sciolto addirittura al momento della disposizione testamentaria, viene loro in soccorso.
Perciò, fuori da una malposta fattispecie aggravata, sarebbe interessante comprendere quale sia l’interesse che li spinge.
Ma qui viene fuori, come in tutti i gialli che si rispettino, il movente convergente di vecchi missini, ex aennini e nuovi pidiellini che concorre, e, in alcuni casi supera, quello della bastonatura mediatica.
Tutta la macchinazione, infatti, ha come ulteriore obiettivo quello di coinvolgere delle oneste persone che, in anni di storia difficile, travagliata e quasi mai di Governo, hanno consegnato ad una comunità politica, quella di An – e solo ad essa! – oltre ad un patrimonio morale da conservare in una costituenda fondazione, un patrimonio economico.
L’intento di delegittimazione, presupposto della revoca dagli incarichi degli organi di garanzia della fondazione posti a tutela del patrimonio di An, è chiaro: annullare la volontà assembleare dell’ultimo Congresso.
Finalità anch’essa poco celata se si considera che, almeno secondo quanto riportato dalla stampa amica, il Senatore Gamba, in questi giorni, ha rilasciato un’intervista nella quale, tronfio, ha affermato di aver modificato la delibera assembleare per imporre una sorta di commissariamento al comitato di gestione che, ad oggi, regge le sorti della costituenda fondazione.
Parafrasando Del Noce, e scherzando sull’assonanza, stiamo assistendo ad una doppia eterogenesi dei fini: persone di indubbia onestà e capacità, da un lato vengono condotte sul banco degli imputati, ree di aver conservato, sciolto il partito, l’ingente patrimonio economico di An per destinarlo alla conservazione di quello morale; dall’altro, divengono strumento dell’attacco istituzionale, politico e personale, in carenza di motivazioni giuridiche, alla terza carica dello Stato che, nel tempo, ha alimentato quel patrimonio, morale e materiale, con concrete disposizioni e manifestazioni di volontà.
Dimenticano, infatti, quelli che oggi parlano tanto, mentre prima solo assentivano, che per le leggi italiane e per la natura dei partiti, quel patrimonio avrebbe potuto avere, legittimamente, altra sorte e consistenza.
E che importa se la questione non ha o non avrà alcuna rilevanza penale! Che importa se, a differenza di altri casi, evocati a sproposito, qui si parla di soldi privati lasciati a dei soggetti privati (sarebbe carino – e sorprendente – scoprire tutti insieme a chi) comunque rigorosamente conferiti in bilanci approvati all’unanimità.
Ma si sa, in certi casi, si preferisce dire non c’ero o se c’ero dormivo.
Tutto questo non importa, quel che conta è testimoniare dinanzi ad un “tribunale speciale” che ha sollecitato l’inchiesta, pubblicato la querela, letto il capo d’imputazione, con il documento della direzione del 22 aprile che indagava i dissenzienti, individuato la parte lesa, con la denuncia del 28 luglio, pronunciato la sentenza con il documento della direzione del 29 luglio ed affidato, dopo la sua pubblicazione, l’esecuzione al tribunale del popolo: decapitazione attraverso petizione, i tagliandini sono distribuiti gratuitamente con il quotidiano. Ad ascoltare Cicchitto l’esecuzione avverrà a fine agosto, quando il Giornale – non il Magistrato – avrà esaurito la sua inchiesta.
E per completare il quadro di forza liberaldemocratica il regolamento di disciplina del partito deve essere emanato dopo il compimento dei fatti oggetto della contestazione e un attimo prima del deferimento dei dissenzienti e della sentenza di espulsione del co-fondatore.
L’obiettivo annunciato deve essere raggiunto, costi quel che costi: l’aggravarsi della crisi economica o il divampare di quella istituzionale. Al di là degli appelli, i personalismi abbondano, il reato commesso è grave, la lesa maestà e la libertà di pensiero non si perdonano e, per questo, vengono rispolverati anche i vecchi proverbi: chi è causa del suo mal pianga se stesso.
Non sarebbe più utile, invece, approfittare di questa fase per riparlare in profondità del bene dell’Italia, degli obiettivi concreti del Governo, del programma, entrando nel merito dei provvedimenti da attuare alla ripresa, cercando di rispettare il mandato ricevuto dagli elettori per portarlo a compimento nella sua interezza o definendone insieme le priorità, piuttosto che brandirlo come una clava?
La precisazione non è peregrina giacché si parla molto di quanto contenuto nel programma ma mai di tutto il programma.
Si invoca il federalismo ma mai la riforma del sistema fiscale; s’innalza il vessillo delle intercettazioni – dove peraltro con la discussione un accordo è stato trovato – e si dimentica il quoziente familiare; si esalta la lotta agli sprechi ma si dimentica l’abolizione delle province.
Ripartire dal programma per attuarlo e definirne le priorità è la vera scelta politica che una maggioranza, nel suo insieme, deve fare. Il prendere o lasciare, più che una cartina di tornasole per valutare la lealtà è solo un espediente per andare alla rottura, ma chi vorrà questo se ne prenderà le responsabilità e ne subirà le conseguenze, la metafora delnociana, infatti, è come la livella: democratica.
L’alternativa, altrimenti, sarà di continuare a parlare di case e di affini, di petizioni popolari e di rapporti con le televisioni.
Si può fare, sono materie nelle quali siamo preparati e molti hanno qualcosa da dire, ma tutto questo condurrà, inevitabilmente all’ingovernabilità, immediata o alla prossima legislatura quale che sia la data delle elezioni.
Spetta a chi ha le maggiori responsabilità istituzionali, ai gruppi parlamentari maggioritari, alle dirigenze di partito porre fine alle campagne mediatiche, ai dossieraggi ed alle epurazioni.
Non si può porre fine ai dibattiti spegnendo le opinioni; gli uomini come i pesci si prendono dalla testa.
Diversamente, nessuno potrà sapere, sempre per la famosa teoria dell’eterogenesi dei fini, quali scenari si apriranno.
Di fronte ad una crisi istituzionale che, a quel punto, non avrebbe precedenti, sarà solo la Costituzione e la sua fedele applicazione a restare in piedi, a meno che non si organizzi una petizione per abolirla.
L’apertura di una crisi, al di là di quello che si desidera, ha una sola conseguenza certa: il passaggio delle responsabilità dal Governo e dalla maggioranza all’intero Parlamento, che avrà il dovere di assumerle e di tentare qualsiasi strada per la normalizzazione e per una via di uscita ragionevole e ragionata.
Non si può escludere che un’area vasta di responsabilità si formi e, per sgombrare il campo da ogni pregiudizio e dall’anti-politica, esperita negativamente la prima strada, tenti, prima di andare alle elezioni, di affrontare e risolvere alcune anomalie italiane.
A proposito stavolta non imbarazza nessuno la convergenza parallela con la richiesta di elezioni immediate di Di Pietro?
Per uscire dall’instabilità, infatti, sarebbe necessaria almeno una riforma elettorale.
Tutti l’hanno criticata, nessuno la ama, lo stesso autore ne ha disconosciuto la paternità; sarebbe assurdo riproporla qualora, per due volte consecutive, avesse portato all’ingovernabilità, non per difetto ma per eccesso di semplificazione. L’obiettivo dell’altissimo premio di maggioranza è troppo ambito per permettere sintesi ragionate prima delle elezioni, ma l’assenza di sintesi è la morte della politica.
Neppure si può escludere che, se l’area di responsabilità diventa anche l’area della volontà, nello stesso periodo siano affrontate anche altre distorsioni dell’Italia: dalla qualificazione effettiva della cittadinanza alla disciplina dei partiti politici, dalla regolamentazione del mondo dell’informazione al rapporto tra politica ed affari.
Insomma, proprio per opporsi alla volontà degli incendiari di bruciare tutto in una guerra-lampo contro i dissenzienti, molti, animati dal disappunto delle tifoserie, potrebbero dar vita ad un vero patto repubblicano che riporti l’Italia alla normalità. Potrebbe essere un buon modo per festeggiare i 150 anni dell’Unità e realizzare il sogno del 1994: la creazione di uno Stato forte, formato da cittadini liberi.
Vorrà dire che chi ama l’Italia ripartirà da lì, gli altri se la vedranno con l’eterogenesi dei…
“L’eroe è Paolo Borsellino. Mangano è un cittadino condannato per mafia, certamente non è un eroe”.
Queste parole di Gianfranco Fini, pronunciate in via D’Amelio davanti al popolo delle ‘agende rosse’ hanno rappresentato l’inizio dello scontro politico più aspro degli ultimi anni.
E’ oramai evidente che lotta alle mafie, legalità, questione morale rappresentano argomenti off limits nel Pdl, se utilizzati fuori dalla propaganda autoreferenziale del Governo.
Lo diventano ancor più se posti a fondamento di una grande esigenza di verità e giustizia sulle mafie e sul rapporto mafia/politica/economia.
In questa logica aver stigmatizzato la mancata concessione della massima protezione a Spatuzza per una discutibile e contrastata decisione della Commissione presieduta da Alfredo Mantovano suonò come provocazione inaccettabile, nonostante quattro Procure attestassero l’attendibilità piena del pentito considerato fondamentale per arrivare a ricostruire l’attentato di via D’Amelio dopo la colossale opera di depistaggio portata avanti attraverso la finta ricostruzione di Scarantino. A verbale di quella decisione certamente è riscontrabile la contrarietà dei magistrati e Mantovano, successivamente raggiunto dalla sentita solidarietà di tutte le colombe in servizio permanente effettivo, porta con sé la responsabilità e il peso di quella decisione.
Oggi che, di fronte ad una ciclopica questione morale che investe la classe politica e di governo, tutte le attenzioni sono concentrate sulla vendita di un appartamento da un partito a privati, noi non perdiamo d’occhio gli obiettivi e le questioni vere.
Noi che eravamo a via D’Amelio accanto a Fini e che lì siamo idealmente rimasti a contrastare affari, complotti e una visione della politica legata al servilismo e agli affari, quando non condizionata dal potere mafioso.
La stragrande maggioranza del Paese osserva con grande preoccupazione le vicende politiche, che stanno caratterizzando questo travagliato momento storico. Tutti gli Italiani che non si riconoscono nell’area progressista e post comunista, vivono un senso di disorientamento e smarrimento. “L’area vasta tatarelliana”, oggi più che mai, non trova riferimenti chiari ed autorevoli.
Gli “ex compagni” hanno cercato invano di realizzare il partito dei catto-comunisti, inglobando e soffocando di fatto l’area popolare dissoltasi nel Partito Democratico.
Dall’altro lato il conflitto in atto tra i leaders dell’area che fa riferimento al Partito Popolare Europeo ha determinato una lotta intestina conclamata e, per molti versi, incomprensibile agli occhi dei nostri elettori.
Per natura non mi sento un ultrà. Lascio a Lupi, Bondi, Gasparri & C. la politica da tifoseria calcistica. In un momento in cui persino i vescovi italiani lamentano l’assenza di una classe dirigente autorevole e capace, penso che sia utile ripartire da una critica lucida, serena e ragionata sul fallimento del progetto di unificazione del centro destra italiano.
Da questa verità storica non si sfugge. Il PdL senza la “galassia finiana” non esiste più. Quello che resta è il partito del Premier e dei suoi seguaci, vecchi e nuovi. Se a questo aggiungiamo che nel frattempo avevamo perso per strada altri pezzi importanti e “centrali” della nostra area politica, credo che ci sia poco da compiacersi o rallegrarsi.
Una leadership politica forte, prima che carismatica, dovrebbe essere fortemente rappresentativa. Un “capo” aggrega, non allontana, poiché incarna l’espressione più alta e qualificata di principi e di ideali, che sono alla base di una aggregazione sociale.
Le donne e gli uomini “responsabili” devono immaginare un nuovo soggetto politico nazionale, che abbia la capacità di orientare e di costruire un percorso di speranza e di crescita collettiva fondato su idee e valori e non su un singolo individuo. Devono disegnare una società nuova che abbia aspettative di benessere morale oltre che economico. Devono restituire alla politica e alle istituzioni dignità e credibilità.
D’altronde le idee camminano sulle gambe degli uomini e non viceversa.
Quella di Fini è una nota «che fa chiarezza e chiude ogni polemica». Ma che rilancia pesanti interrogativi sul «metodo della bastonatura mediatica».
«Quello cui Berlusconi ha dato vita, o che ha tollerato, solo per piegare la terza carica dello Stato alla sua linea». Ma Italo Bocchino, il capogruppo di Futuro e Libertà, restituisce il cerino ai rivali interni del Pdl: «I falchi continuano a cercare lo scontro per andare al voto e addossare a noi la colpa dell’incapacità di portare a termine il programma. Ma noi non toglieremo mai la fiducia al governo».
Secondo lei Fini ha dissipato i dubbi sulla vicenda della casa di Montecarlo? «Assolutamente sì. Mi pare evidente che tutto è avvenuto in modo trasparente. I beni non pubblici ma privati della signoraColleoni, peraltro una fanpersonale di Fini, sono stati ceduti a un prezzo significativamente superiore alvalore attestato dalla perizia dell`amministratore del condominio».
Rimane il fatto che il mediatore della vendita sia stato il cognato di Fini, che ora è l’affittuario dell`appartamento.
«Giancarlo Tulliani ha solo segnalato l`immobile in vendita a una società interessata. Non ci vedo niente di anomalo».
Come faceva Tulliani a sapere dell’esistenza di quell`appartamento? E, soprattutto, in che rapporti era con quelle società caraibiche? «Della casa avrà saputo dagli ambienti di An che frequentava. E, quanto agli acquirenti, mi sembra di capire che Tulliani avesse un rapporto di conoscenza con loro. Ma ripeto, non vedo nulla di illecito. In ogni caso, conoscendo la rigidità di Fini, capisco il suo disappunto per il fatto che la casa sia andata in affitto proprio all’imprenditore».
Non manca qualche tassello per completare il puzzle? «Ci penseranno i magistrati a farlo. Di certo, Fini non ha approfittato di questa compravendita per sottrarre qualcosa al patrimonio di An. Anzi, lui ha dato cento volte in più di quanto ha ricevuto. E dovrebbero ricordarlo gli ex amici che nel 2006 vollero mettere il nome di Gianfranco nel simbolo: portava voti, e maggiori rimborsi elettorali, cioè soldi… Ma tutti ora dovremmo fare una riflessione».
Quale? «Dovremmo interrogarci sulla ossessiva campagna mediatica dei giornali del premier, cui Berlusconi ha dato vita, o che ha tollerato, con l’unico obiettivo di piegareFini alla sua linea. Intanto, bisogna annotare come, davanti a un`inchiesta, c’è chi dice `ben venga” e non urla al complotto. Non è difficile valutare la differenza dei comportamenti…».
Sono le critiche a Berlusconi contenute nelle risposte di Fini sulla casa a Montecarlo. Questa vicenda, come dicono alcuni esponenti del Pdl, chiude ogni spiraglio di dialogo? «Berlusconi ha il dovere di governare: non può sottrarsi. Non gli toglieremo mai la fiducia, fino all’ultimo giorno della legislatura. La sensazione è che qualcuno cerchi l’incidente, lo scontro, per ricorrere al voto nella speranza di addossarci la colpa della impossibilità di portare a termine il programma. Noi non ci staremo».
Non crede quindi che da ieri il voto sia più vicino?
«Dico solo che noi in parlamento voteremo tutto. Tut-to. E il medico non ci ha prescritto neppure di dialogare: il programma di governo vale come mansionario. Poi lo vorrò proprio vedere Berlusconi andare al Quirinale e dire che gli sta antipatico Fini perché gli ha chiesto di discutere le regole del partito…».
Intervista di Repubblica del 09.08.2010
Eccomi a parlarvi della fine di un sogno, iniziato due anni fa (nel 2008) con la nascita di un progetto unitario di libertà e terminato questo luglio, nel peggiore dei modi, con un atto di inaudita tracotanza e illiberalità.
Mi riferisco, lo avrete capito, alle vicende interne al PDL e alla “cacciata” dal partito di Gianfranco Fini, reo niente pò pò di meno che di aver osato contraddire il “presidentissimo” Silvio Berlusconi, colui che non intende ascoltare risposta diversa dal “SI”.
Il primo, proprio come il suo mentore, Giorgio Almirante, ha la dote, innata, di immaginare e precorrere il futuro; il secondo ha la stringente necessità di badare al presente (il proprio presente), nel timore di un domani dai presagi poco rassicuranti.
Lo scontro esplode nei giorni più torridi di Luglio e mette di fronte profeti di filosofie politiche che, negli anni, sono divenute inconciliabili: da un lato il Presidente della Camera e la prospettiva di un centrodestra europeo, moderno, sensibile ai bisogni della gente, scevro da rigide ideologie e pertanto capace di parlare, senza pregiudizi, ad ogni cittadino. Dall’altro il pensiero forte del premier, icona di un centrodestra improvvisato che vive giorno per giorno, incapace di darsi degli obiettivi e sordo rispetto ad ogni richiesta di organizzazione e strutturazione. Un mix di autoritarismo e populismo, mero riflesso del “Berlusconi pensiero”, che si regge in piedi – badate al paradosso – grazie al lavoro di gerarchi solitamente dediti alla genuflessione e in molti casi propensi al malcostume.
La battaglia, durissima, per mesi si gioca sul piano dei valori, dentro le mura del PDL: al centro l’idea di un Paese coeso e più solidale, i temi della giustizia, del lavoro e della libertà individuale. Un esempio lampante e ammirevole di dialettica interna che riesce a rianimare un partito “nato offeso” e fa riflettere sulla necessità di una svolta democratica e veramente liberale.
Ciò sino a quel maledetto 30 Luglio, il giorno della vergogna, dell’epurazione ma anche del risveglio delle coscienze.
Inizia a scriversi in quel momento la nostra nuova storia, ed il giorno dopo siamo già in viaggio verso l’avvenire. Destinazione futuro, destinazione libertà, ed il bene comune come unica meta.
Più passano i giorni e più le vicende politiche del nostro paese risultano assolutamente incomprensibili agli osservatori internazionali e a noi stessi, perché fuori da quella razionalità politica che si chiede a chi ha responsabilità istituzionali di governo.
Un leader, se tale, non può non rendesi conto dei cambiamenti politici in atto e dei possibili scenari futuri. Come mai Berlusconi non si rende conto che, per sua scelta, è cambiato il quadro politico e perché non si adegua ad esso con intelligente realismo?
E’ logico pensare che i suoi consiglieri, specie quelli ex AN, siano così influenti da indurlo continuamente in errore? Il presidente del Consiglio deve capire che questi ultimi sono come i preti “spretati” accaniti più di altri nell’essere i più feroci denigratori della Chiesa che prima rappresentavano.
Elezioni anticipate? Chi può scommettere che queste, ammesso siano concesse, portino Berlusconi a ottenere la maggioranza assoluta per governare? Nessuno, e bisognerebbe ricordare che De Gasperi, in circostanze analoghe, preferì alleanze più ampie. In caso contrario con chi Berlusconi dovrebbe trattare convergenze programmatiche di governo se non con Fini e Casini per avere una maggioranza stabile? Ma allora perché nell’interesse del paese non costruire ora un tavolo di confronto di discussione e di trattativa con i due protagonisti del centro-destra con tutto quello che ne consegue (nuovo programma, nuovo assetto del governo etc., etc.)?
Ci vuole tanto a capire queste cose che a me stesso sembrano banali? C’è qualcuno ex FI e/o ex AN che si rende conto delle macroscopiche contraddizioni che certo non sfuggono all’elettorato? Si è contro le correnti ma si consentono raggruppamenti interni quali quelli della Brambilla, della Prestigiacomo, di La Russa, di Alemanno e via di seguito; si confonde, volutamente, garantismo, impunità, legalità a secondo delle convenienze personali. Nella prima repubblica bastava un avviso di garanzia per essere messo fuori circuito, con le tv di Mediaset (in particolare quella di Emilio Fede) che annunciavano gioiosamente incriminazioni, arresti di esponenti dei partiti democratici di allora, che pur avevano tutelato imprese come quelle di Berlusconi, ora invece si consente a chiunque abbia guai con la giustizia di sedere in parlamento come se nulla fosse; si confonde il biporalismo con il bipartitismo; si parla di meritocrazia in presenza di una legge elettorale che toglie ai cittadini la possibilità di scegliere i propri parlamentari con il voto di preferenza; se qualcuno fa qualche critica viene espulso dal partito e si consente al Direttore del giornale di famiglia di dire tutto il male possibile di veri o presunti avversari con il coinvolgimento personale e familiare di ognuno degli obiettivi da colpire, etc., etc.
“Teatrino della politica” quello della prima repubblica? Allora se di teatro della politica vogliamo parlare dovremmo citare rappresentazioni che per qualità e spessore erano degne della Scala. Oggi invece, assistiamo a teatrini, quelli sì, che una volta fra le ilarità degli spettatori, sopratutto bambini, rappresentavano Pulcinella e il suo interlocutore che se la davano di santa ragione, con tanto di bastoni, senza esclusione di colpi. Certo alla fine vinceva Pulcinella ma sempre di un Pulcinella si trattava, manovrato da un abile “puparo”. Auguriamoci, tutti, che questa estate rassereni le menti di chi ha maggiori responsabilità e si riprenda a settembre il cammino interrotto senza diktat improponibili e puerili. La politica con la “p” maiuscola è un’altra cosa, molto più nobile.