Mercoledì, 08 settembre 2010

Articoli marcati con tag ‘An’

Per “Futuro e Libertà” non si tratta di un ritorno alla vecchia “casa del padre”

07 ago 2010
di Gianmario Mariniello

La statica e immobile concezione di una politica incapace di interpretare sé stessa, impossibilitata, un po’ per caso, un po’ per volontà, ad andare oltre i tradizionali steccati ideologici della destra e della sinistra, ha dominato senza ombra di dubbio lo spazio dell’agone pubblico, determinando un modus operandi caratterizzato da fratture, divisioni, lacerazioni interne, spesso accompagnate da insulti più o meno coloriti. Detto questo, non stupisce più di tanto il fatto che la nascita del gruppo di “Futuro e Libertà per l’Italia” sia stato letto come l’ennesimo – e secondo alcuni, mal riuscito – tentativo di riproporre frammentazioni e correnti che già nella vecchia An dominavano il confronto – scontro tra le diverse anime del partito erede del Movimento Sociale.

Un concetto che, oggi stesso su Libero, ripropone il fine e attento analista Gennaro Malgieri, sostenendo che “l’irreversibile crisi di Alleanza Nazionale si sta riproducendo in Futuro e Libertà”. Ancora una volta correnti quindi, gruppi e gruppetti, fronde e intese strette sottobanco, magari al riparo dallo sguardo indiscreto del collega – parlamentare di turno. Nulla di più: solo la volontà di dividersi su tutto e con il solo obiettivo di sfruttare l’occasione del momento per acquisire maggior spazio di manovra all’interno dell’attuale quadro politico. In tal senso, e sempre stando a quanto riportato da Libero, il “finismo” nulla sarebbe se non un’inutile e improduttiva “ideologia residuale del correntismo della vecchia Destra”. Ora, che la Prima Repubblica sia stata caratterizzata anche da logiche politiche – e partitiche – legate alla strutturazione e alla presenza di correnti all’interno dei singoli soggetti politici è un fatto che non può essere negato. Lo sbaglio invece sta nel considerare il “finismo” come una mera sommatoria di forze e posizioni che, non trovando più spazio all’interno del grande contenitore del Pdl, debbano, in un modo o nell’altro, farsi comunque strada, sia per sopravvivere, sia per far sentire la propria voce.

In realtà, in questa nuova entità (ed esperienza), c’è molto di più: c’è anzitutto la volontà di riuscire a dettare valori alternativi rispetto a quelli finora coadiuvati; c’è la speranza di formare, in modo più complesso e articolato, una classe dirigente che, in futuro, sappia parlare una lingua diversa rispetto a quella dell’odio reciproco e dell’accusa gratuita, della denigrazione dell’avversario solo perché in quel momento fa comodo e conviene. Se – come ricorda lo stesso Malgieri – An costituì la premessa “per una Destra in grado di esprimersi in maniera elastica, meno ideologica”, il gruppo di “Futuro e Libertà per l’Italia” recupera in toto quell’imprinting, collocando la scommessa di superare i tradizionali steccati ideologici in un contesto moderno, tipico di tutti i grandi partiti europei del centrodestra. Solo in questo modo, ci sarà la possibilità di andare oltre un “politicismo che ci annoia e ci deprime”.

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A chi la destra? Non certo a chi ci sputa sopra

07 ago 2010
di Gianmario Mariniello

«Se non ci fosse stato Berlusconi la destra sarebbe diventata oscena, una di quelle pagliaccesche parodie come se ne possono trovare nel mondo: xenofobia, isteria sociale, razzismo, islamofobia». Sì, dice proprio così Pietrangelo Buttafuoco su Libero di ieri. E mai avremmo immaginato di trovare in un suo articolo un giudizio così simile a quello che Marcello Veneziani ha riservato alle vecchie sedi missine, «tane puzzolenti di reduci e reietti, petomani e ruttatori». E tantomeno l’eco dell’invettiva di Camillo Langone contro «la genia di umanoidi» missini e la loro vicenda «limacciosa» di traffichini e bombaroli. Se la spartizione dei beni farà litigare, la spartizione della memoria può essere ancor più pericolosa. Perché nessuno di noi può accettare di vedere piegata la sua storia alle necessità contingenti di un teorema riassumibile in due righe: eravate impresentabili finché Berlusconi non vi ha toccato con la sua bacchetta magica. Il correlato inespresso dell’assioma è che il Cavaliere ha il diritto di distruggerci perché è lui che “ci ha fatto”, trasformandoci da inerte spazzatura in ministri, sindaci, giornalisti di serie A. Quando Alessandro Sallusti grida «fascista» in televisione a Filippo Rossi non fa che sintetizzare in una parola un’intera galassia di sprezzanti minacce: attenti, perché se uscite fuori dall’orbita del Cavaliere tornate brutti, sporchi e cattivi, tornate ad essere i paria della politica italiana, tornate quel che eravate, «fascisti» appunto, cioè niente.
Il paradosso è che mentre gli intellettuali di destra si sbracciano per demolire la storia della destra politica italiana riducendola a un falansterio di nostalgie e rozzezza, tutti gli altri danno atto ai finiani di aver messo insieme una squadra magari eterogenea, magari bizzarra per gli accostamenti post-ideologici che propone, ma di sicuro con una sua solida dignità nata dalla rielaborazione del meglio della tradizione politica della destra. La xenofobia, l’isteria sociale, il razzismo, l’islamofobia – tanto per citare le categorie evocate da Buttafuoco – sono rimaste, semmai, nell’area dei fedelissimi del Cavaliere, in quella frangia che al Nord pensa di fare politica inseguendo la Lega e le sue battaglie per le ronde, contro le moschee, contro i diritti dei non-italiani o addirittura dei non-lombardi o dei non-veneti. Sul Venerdì di Repubblica, ieri, il profilo del gruppo di Futuro e Libertà era raccontato da Emanuele Lauria dipanando il fil rouge delle biografie dei suoi aderenti e collegando le battaglie di Granata contro l’abusivismo nella Valle dei Templi alle campagne dei vecchi Gre, il garantismo di Benedetto Della Vedova a quello di Beppe Niccolai, le proposte bipartisan sulla cittadinanza al trasversalismo del dialogo avviato dalla Nuova Destra di Tarchi, Nanni e Centanni con Massimo Cacciari, il pragmatismo di Italo Bocchino alla scuola di Pinuccio Tatarella, le sperimentazioni siciliane di oggi a quelle degli anni ‘80, che videro il Msi di Almirante varare addirittura una giunta col Pci a Furci Siculo, guidata da Carmelo Briguglio. Tutta gente che le sedi del Msi le ha frequentate, ha votato nei congressi e poi è andata avanti portando con sé le suggestioni di una formazione che nulla ha mai avuto a che fare con la grottesca caricatura dei ruttatori nostalgici e petomani raccontati da Veneziani.
E allora, attenti quando si parla di storia. Nessuno può riscriverla a proprio piacimento. «Camerati, senza Silvio saremmo in una fogna» dice Pietrangelo Buttafuoco, facendo sua la metafora più gettonata dai nostri nemici negli anni ‘70 e ‘80 e da tutti noi, sempre, contestata. Non è vero che stavamo in una fogna, così come non è vero che oggi siamo in paradiso. Ieri eravamo in un partito piccolo e molto perseguitato, e anche lì c’erano “quelli bravi”, quelli che facevano politica per uscire dal recinto della minoranza assediata e quelli che si attaccavano alla propaganda usa-e-getta accontentandosi di qualche posto in Parlamento. Oggi siamo in uno schieramento di maggioranza assai più comodo, dove alcuni di noi ricoprono posizioni di governo gratificanti, ma ci si concederà che almeno qualcuna è stata conquistata e non ottenuta per regalia.
Nella strisciante contesa sulla titolarità della “eredità morale” della destra pre-berlusconiana occorre in definitiva decidersi. Non la si può rivendicare, come fa Francesco Storace con la retorica vittimista della persecuzione («noi abbiamo combattuto una guerra, chi viene dal Msi lo sa. Ragazzi sono morti, io ho subito tre attentati»), e contemporaneamente sputarci sopra avallando l’idea che tutto questo sarebbe finito in niente senza il tocco fatato del Cavaliere. Non si può riproporre la cantilena delle sedi affittate col sudore degli iscritti e con i loro contributi e poi tollerare che vengano descritte come fogne puzzolenti ripulite dal deodorante dei ragazzi di Arcore. E non saranno certo le Procure attivate da Roberto Buonasorte e Marco Di Andrea a decidere chi meriti la titolarità politica di quella storia, se gli ex-colonnelli rimasti fedeli a Berlusconi o i finiani cacciati fuori dal premier, anche perché non funziona così: il fiume carsico dei “nostri” libri, dei “nostri” convegni, delle “nostre” memorie, delle “nostre” assolute amicizie è già sparso nei mille rivoli di altri libri, convegni, memorie, amicizie, oltre ogni nostalgismo o rivendicazione notarile.
Flavia Perina – Secolo d’Italia del 07/08/2010

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Fini sempre coerente, i colonnelli di un tempo no

31 lug 2010
di Gianmario Mariniello

Chiunque era presente alla fondazione del Popolo della Libertà alla Fiera di Roma ricorderà perfettamente gli applausi scroscianti che seguirono l’intervento di Gianfranco Fini. Un intervento i cui contenuti ricalcano perfettamente il pensiero e l’azione odierna del presidente della Camera.
Eppure, nonostante Fini non abbia cambiato il proprio pensiero è un peccato che lo stesso non si possa dire di quei colonnelli romani e laziali di Alleanza nazionale che in quell’occasione fecero seguire applausi convinti all’intervento del cofondatore del Pdl, rivendicando con orgoglio la comunanza di idee e di cammino politico con Fini, mentre oggi con una celerità sorprendente non gli lesinano critiche e fanno a gara ad abbandonarlo. Il presidente della Camera ha sempre mantenuto fede ai propri ideali e principi, allora come oggi, pertanto sarei proprio curioso di conoscere cosa ha spinto gli uomini forte provenienti da An a cambiare così radicalmente opinione. Del resto non sono forse questi stessi personaggi che tirano in ballo principi e moralità per criticare Fini ad aver utilizzato metodi quanto meno discutibili nella formazione dell’attuale giunta regionale e capitolina? Cosa ha realmente spinto quegli uomini che dalla vittoria di Moffa e Storace sino ad oggi hanno sempre giocato un ruolo determinante nella destra laziale ad abbandonare il presidente della Camera? Non vorrei che alla fine, il tutto si risolvesse nella semplice difesa e tutela dei proprio incarichi di governo ed amministrativi, a livello nazionale quanto regionale e comunale.

* Membro del coordinamento regionale del Pdl Lazio

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Gli ex AN sono con noi. Boom tra Pd e indecisi. Lista Fini al 9,5%

31 lug 2010
di Gianmario Mariniello

Dopo aver detto che alla Camera non sarebbero stati più di dieci i deputati che avrebbero seguito Gianfranco Fini, adesso Silvio Berlusconi rischia un’altra delusione. Mille interviste realizzate da Crespi ricerche in esclusiva per Generazione Italia. Un solo risultato: gli ex elettori di AN scelgono Gianfranco Fini. Un risultato attendibile, dato che dagli archivi dell’istituto sono stati estrapolati coloro che nel 2006 avevano dichiarato di essere elettori di Alleanza Nazionale che in quelle elezioni politiche aveva preso il 12,3% dei voti.
Ebbene, il 48% sceglie Fini, il 26% il partito di Berlusconi, il 17% la Destra di Storace, che oggi è l’alfiere del berlusconismo. Solo 5% verso l’Udc e il 2 verso la Lega, a dimostrazione di quanto fosse fasullo il “teorema La Russa” in base al quale i voti di AN al Nord sono andati alla Lega.
Gli elettori di una eventuale “Lista Fini” provengono per il 55% dal Pdl, per il 22% dal mondo dell’astensione, per il 15% dalla sinistra. Poca roba da Udc e Lega. Risultato? Il partito di Fini sarebbe il quarto, in Italia, sfiorando quota 10%. Niente male, per essere solo all’inizio.

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Gli ex elettori di AN sono con Fini

30 lug 2010
di Gianmario Mariniello

Dopo aver detto che alla Camera non sarebbero stati più di dieci i deputati che avrebbero seguito Gianfranco Fini, adesso Silvio Berlusconi rischia un’altra delusione. Mille interviste realizzate da Crespi ricerche in esclusiva per Generazione Italia. Un solo risultato: gli ex elettori di AN scelgono Gianfranco Fini. Un risultato attendibile, dato che dagli archivi dell’istituto sono stati estrapolati coloro che nel 2006 avevano dichiarato di essere elettori di Alleanza Nazionale che in quelle elezioni politiche aveva preso il 12,3% dei voti.
Ebbene, il 48% sceglie Fini, il 26% il partito di Berlusconi, il 17% la Destra di Storace, che oggi è l’alfiere del berlusconismo. Solo 5% verso l’Udc e il 2 verso la Lega, a dimostrazione di quanto fosse fasullo il “teorema La Russa” in base al quale i voti di AN al Nord sono andati alla Lega.
Gli elettori di una eventuale “Lista Fini” provengono per il 55% dal Pdl, per il 22% dal mondo dell’astensione, per il 15% dalla sinistra. Poca roba da Udc e Lega. Risultato? Il partito di Fini sarebbe il quarto, in Italia, sfiorando quota 10%. Niente male, per essere solo all’inizio.

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Show down, è l’ora di fare sul serio

26 lug 2010
di Gianmario Mariniello

Chi segue il poker sportivo, il cosiddetto texas hold’em, sa che nel momento decisivo della partita i giocatori decidono di giocare a carte scoperte dichiarando lo “show down”! Perché una certa parte del Pdl non decide di seguirci in questo confronto politico aperto e democratico e invece rifugge sempre nel tatticismo e nella penombra, lasciando agli ex cugini forzisti le abiure e le scomuniche quotidiane?
Faccio un piccolo passo indietro per trovare una risposta.
Chi come me ha vissuto la fase costituente del Pdl ricorderà quali fossero le parole d’ordine ribadite, con pochissime eccezioni, dagli allora colonnelli: nuoteremo in mare aperto e non più in una piscina. La fusione sarà un’opportunità per noi di AN, perché abbiamo storia, organizzazione, radicamento territoriale, e tanto altro contro la plastica di FI; daremo vita al partito che rappresenterà l’area vasta tatarelliana, quel partito degli Italiani che non si riconoscono a sinistra.
Molto più semplicemente e banalmente gli ex colonnelli cercavano di cambiare il proprio leader, cercando di allargare i confini della loro influenza, convinti di essere superiori, per qualità e per anzianità di servizio, ai colleghi forzisti che godevano di tutte le attenzioni di Berlusconi.
Utilizzando strumentalmente la memoria e l’insegnamento del grande Pinuccio, hanno simulato la creazione di un partito con l’unico intento di passare da Fini a Berlusconi.
Gianfranco Fini, che per loro rappresenta il principe destituito, non può certo considerarsi vittima di queste trame di palazzo, considerato che questo disegno, al contrario, ha prodotto un accelerazione appassionata e convinta di un processo di modernizzazione e di evoluzione positiva della Destra Italiana, con in testa proprio il Presidente della Camera.
Semmai bisognerebbe soffermarsi sui prossimi obiettivi degli ex colonnelli, che in questa scalata infinita prima o poi cercheranno nuove vette da raggiungere. Mi rivolgo in particolare ai falchi e alle colombe berlusconiane, che dovrebbero affannarsi di meno a valutare le mosse dell’alleato di sempre e dedicarsi con noi tutti alla costruzione di un grande partito di centro-destra, autenticamente popolare, democratico e plurale e, soprattutto, non ad uso e consumo di una classe dirigente che ha fatto il suo tempo.

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In calo Berlusconi e Pdl. Il partito di Fini raggiunge “quota AN”: 12%

21 lug 2010
di Gianmario Mariniello

L’ultima settimana è stata oggettivamente difficile per Silvio Berlusconi e il Pdl.
Il premier ha perso 2,4 punti percentuali in sette giorni, mentre il Pdl è sceso a quota 33. Perde un punto e mezzo anche Bersani, molto criticato per il suo viaggio negli States.
Sono questi i dati dell’Osservatorio settimanale realizzato da Crespi Ricerche in esclusiva per Generazione Italia.
Il sondaggio mette in evidenza anche un dato che ci mette ovviamente di buonumore: nonostante tutto, senza colonnelli, pur con il “bombardamento” dei giornali di area, un ipotetico partito di Fini oscillerebbe tra il 10 e il 12 per cento, ovvero le percentuali che raggiungeva Alleanza Nazionale. Un buon punto di partenza, insomma.
Battute a parte, l’osservatorio settimanale ci mostra quanto abbia inciso la questione morale e le indagini che hanno coinvolto Governo e Pdl. E’ evidente che bisogna rilanciare il Pdl come il Partito della legalità, così come richiediamo ormai da mesi. Ed è evidente che anche il Governo ha bisogno di un colpo d’ala: in una settimana l’esecutivo ha perso ben 2 punti.
L’opinione pubblica è evidentemente frastornata, ma le opposizioni continuano ad arrancare: in calo la leadership di Bersani, stabile il Pd, cede quasi un punto l’Udc. Solo il partito di Di Pietro guadagna mezzo punto, mentre Sinistra e Libertà, forse anche sull’onda della sovraesposizione di Nichi Vendola, vola a quota 5 per cento. Un trionfo rispetto all1% di inizio anno.  Un dato evidenziato anche dall’1,8% di Rifondazione Comunista.
Continua la grande paura degli italiani. L’85,8% degli intervistati è preoccupato per la situazione economica del Paese: un dato – come abbiamo altre volte evidenziato – sempre altissimo e da sempre in costante aumento. Nonostante il costante richiamo all’ottimismo…
Infine, da sottolineare i 4 punti in credibilità e concretezza persi da Berlusconi tra gli elettori del Pdl in soli 7 giorni. Un risultato analogo per la simpatia, mentre cresce il giudizio sull’onestà del premier, pur se distante circa 20 punti da Fini (ritenuto più onesto dal 53,9% degli elettori del Pdl), che “batte” Berlusconi anche sul tema della credibilità.

Generazione Italia Osservatorio 20 Luglio 2010

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Paolo Borsellino vive. Dentro di noi

19 lug 2010
di Gianmario Mariniello

Pubblicato su www.generazioneitaliaroma.it – La mia prima manifestazione pubblica, con tanto di mio nome sul manifesto, vi fu il 19 luglio 2003. Fu in onore di Paolo Borsellino.
Ammetto una mia debolezza nei confronti del magistato palermitano: è uno dei miei miti, l’unico italiano. È sempre stato un esempio per me e devo dirvi di più: dovessi scegliere, preferirei morire come lui, non certo di vecchiaia. Avevo 10 anni, quel 19 luglio 1992.
Ero a Gaeta, con i miei genitori, in vacanza. Guardavo il Tour de France. All’improvviso arrivò la notizia della strage. Non so perché ricordo questo avvenimento come fosse ieri, non so perchè la mia mente sia rimasta attaccata a quel frame della mia adolescenza, ma tant’è.
Paolo Borsellino è un pezzo della mia infanzia e tanta parte della mia vita. Il suo insegnamento guida il mio impegno politico. Non ho mai amato i compromessi, a costo di subire solitudine e inimicizie, in An prima e nel Pdl poi. Non ho mai avuto buoni rapporti con quei politici del mio territorio – la Gomorra raccontata da Saviano – che non hanno mai speso mezza parola contro il clan dei casalesi e che non amavano e non amano il concetto di legalità. Un concetto che faccio mio, ma che nella mia interiorità viene molto dopo la moralità. La prima, la legalità, riguarda il pubblico, la società civile e le leggi che la disciplinano; la seconda, invece, riguarda l’individuo e ha come riferimento certo le Sacre Scritture e l’insegnamento di Cristo. E la seconda è anche più difficile da aversi della prima. Ma l’ordine sociale esiste – mi ha insegnato Russell Kirk – solo se vi è ordine nelle coscienze degli individui che compongono la società. Robe complicate, lo so, così come io sono complicato.
Ma la mia è una storia, quella del mio rapporto con Borsellino, e come tale ve la sto raccontando.
Paolo Borsellino è un mito per tutti i meridionali come me che non si sentono meridionali, ovviamente nel senso deteriore del termine. Paolo rappresenta quei meridionali che credono nel riscatto della propria terra e che sono pronti a scommmetterci financo la vita. Io la penso esattamente così. Altrimenti, che senso avrebbe continuare a vivere in questo disgraziato Paese?

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Il “compagno” Fini non esiste: i valori di ieri sono gli stessi di oggi

09 lug 2010
di Gianmario Mariniello

Fin dall’inizio, le tesi sostenute dal “compagno” Fini sono state considerate alla stregua di eresie, di sortite rivoluzionarie prive di contenuti e miranti esclusivamente ad infangare l’operato della maggioranza e l’azione di governo. La stessa nascita di Generazione Italia aveva generato momenti di destabilizzazione, gettando nel caos e nella confusione più di qualche ex aennino berlusconizzato, pronto a giurare che le mosse del Presidente della Camera fossero riconducibili a quella sua strana mania di protagonismo, dettata dall’insofferenza di vedere il suo carisma oscurato dalla possente e granitica leadership di Berlusconi. Non c’è da stupirsi se costoro, ormai impegnati ad assecondare la loro illimitata e sconfinata fantasia, abbiano pensato a sinistri tentativi di usurpazione di quote di potere e quindi di poltrone. Del resto, parafrasando Almirante, si potrebbe legittimamente sostenere che la politica italiana o è “ribaltone” o non è, o è inciucio o non è, o è tradimento o non è. Ad affermare che invece, da parte del Presidente della Camera, non c’è nessuna volontà di dedicarsi a trasformazioni camaleontiche o a mutazioni esistenziali, è stato il professor Domenico Fisichella, cioè colui che nel 1992 teorizzò la nascita di un moderno partito di destra, “un’Alleanza”, appunto, recuperando la scommessa almirantiana dell’inizio degli anni Settanta, che portò alla definizione della formula Msi -Destra nazionale.
In un momento in cui sono molti a domandarsi dove stia andando a “parare” Gianfranco Fini, e con lui, tutta la destra del Pdl, Fisichella, intervistato di recente dal Fatto Quotidiano, non ha esitazioni nel sostenere che le tesi ribadite oggi dal Presidente della Camera sono, a grandi linee, le stesse che egli e i suoi fedelissimi difendevano con forza ieri. Secondo l’ideologo di An, “quel partito aveva molte delle intuizioni di ciò che Fini teorizza oggi. Il nodo centrale era l’idea dell’unità della nazione, della legalità, delle istituzioni”. Nessuna novità quindi, a parte il fatto che tematiche del genere sono inserite attualmente all’interno di soggetto più ampio, derivante, come è noto, dalla fusione di An nel Pdl. In sostanza, è cambiato il contenitore, ma il contenuto è lo stesso e rimanda ancora una volta a quei valori imprescindibili della nazione, della legalità e dell’importanza del ruolo affidato alle istituzioni, in un paese che spesso sbanda e tentenna.
Per questo motivo, Fini non ha alcun bisogno di essere liberato “dall’imbarazzo di essere contemporaneamente cofondatore del Pdl e capo dell’opposizione”, dal momento che non potrebbe darsi la possibilità di una sintesi intorno a tematiche in cui l’opposizione fa fatica a riconoscersi. Sarebbe invece auspicabile una dimostrazione di lealtà e sostegno nei confronti di chi considera la lealtà un valore non negoziabile, anche a costo di vedersi riconosciuta la qualifica di traditore.

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Il “ghe pensi mi” sia assunzione di responsabilità

03 lug 2010
di Gianmario Mariniello

Il “ghe pensi mi” di Berlusconi non ci preoccupa, anzi, ci conforta. Il presidente del Consiglio è uomo del fare e se ha deciso di passare dal “tutto va bene madama la marchesa” al “ghe pensi mi” significa che ha capito che ci troviamo a un bivio in cui serve un’assunzione di responsabilità da parte sua.
Sul tavolo ci sono molteplici problemi, dai rapporti con Napolitano e Fini ai casi Brancher, intercettazioni e manovra. Cominciamo dalla questione Brancher, per la quale non serve ripetere quanto abbiamo già detto. Per noi la vicenda deve chiudersi lunedì prossimo quando è prevista la prossima udienza del processo che lo vede imputato. O Brancher rinuncia formalmente al legittimo impedimento e si presenta dinanzi al suo giudice naturale o si dimette. Se va in tribunale nessuno può contestargli di restare ministro e il problema si porrà eventualmente in caso di condanna. Se invece usa il posto di ministro per sfuggire dal processo le dimissioni diventano necessarie. Su questo aspetto il “ghe pensi mi” ci conforta perché Berlusconi conosce bene il danno che questa vicenda gli sta procurando e se scende in campo lui siamo certi che lunedì Brancher andrà dal giudice o in caso contrario il premier gli consiglierà di dimettersi.
Passiamo alle intercettazioni. Berlusconi sa bene che la legge serve a evitare gli abusi e soprattutto la gogna mediatica dovuta all’eccesso di pubblicazione di testi non attinenti alle indagini e senza rilievo penale, ma sa anche che chi ha lavorato sul dossier gli ha combinato un pasticcio, dando vita a un testo che ha scarsissime possibilità di passare il vaglio del Quirinale e quasi nessuna possibilità di superare lo scoglio della Corte Costituzionale. Anche in questo caso il “ghe pensi mi” brianzolo di Berlusconi ci rende ottimisti, perché confidiamo sulla ricerca responsabile di una soluzione che salvi la legge e la renda accettabile non tanto al Quirinale e a Fini quanto a quei settori dell’elettorato di centrodestra che non la capiscono.
Infine la manovra. E’ certo che servono sacrifici, ma è altrettanto certo che questi rischiano di scaricarsi solo sul blocco sociale di riferimento elettorale del Pdl senza toccare gli interessi della Lega. E questo il Berlusconi che si è auto-investito del ruolo risolutore lo sa bene e non può accettarlo. Anche su questo siamo fiduciosi.
Se il premier scende in campo personalmente, poi, non può che trovare una forma di convivenza con Napolitano e con Fini. A Costituzione invariata non si può governare contro il Presidente della Repubblica, così come non si può governare in contrasto con il presidente della Camera che è anche il cofondatore del Pdl e può contare su pattuglie determinanti alla Camera e al Senato. Serve quindi una soluzione e se Berlusconi se ne occupa in prima persona è più semplice che attraverso ambasciatori vari.
Per concludere non possiamo nascondere che siamo a un bivio della vita del Pdl. I giornali riportano uno stato d’animo di Berlusconi che risponde alla pancia più che alla ragione, così come possono rispondere alla pancia alcune posizioni di Fini o di uomini a lui vicini. La politica è passione e sacrificio e spesso fa anche emergere la pancia rispetto alla ragione, la politica – come ci ha insegnato Rino Formica – è “sangue e merda” e ci si può anche trovare in situazioni conflittuali complesse, dalle quale comunque si ha il dovere di uscire per rispetto verso i propri elettori e verso il Paese.
A questo punto serve una via d’uscita perché è evidente che così non si può andare avanti. Fabrizio Cicchitto ieri ha ribadito questo concetto dicendo che il bivio indica da un lato la strada della pace e dall’altro quello della separazione consensuale, volendo escludere la traumatica terza via di una “guerra dei roses” che farebbe danni a tutti, a partire dall’Italia. Premesso che tutti vogliamo evitare una conflittualità permanente che non serve a nessuno, bisogna intendersi su che cos’è la pace e che cos’è la separazione consensuale. Se per qualcuno la pace è il “mettiti a cuccia” o il “rientra nei ranghi” che è stato più volte offerto a Fini diciamo subito che “non c’è trippa per gatti”. Se invece la pace è una coabitazione normata in cui è chiara la leadership di Berlusconi ma è altrettanto chiaro il ruolo politico di Fini si può discutere, ovviamente passando per una democratica fase congressuale con organismi interni di garanzia a tutela del pluralismo e del rispetto della minoranza interna. Il congresso ovviamente non dovrebbe essere soltanto un passaggio formale, ma una vera assise che ridisegni il Pdl caratterizzandolo come il Partito della Nazione e il Partito della Legalità, temi sui quali non possiamo indietreggiare neanche di un millimetro.
Se ciò non fosse possibile e se si vuole evitare la “guerra dei roses” c’è poi la formula della separazione consensuale. Su questo c’è un equivoco di fondo che va chiarito in fretta. Se qualcuno pensa che la separazione consensuale significa che Fini e gli uomini a lui vicini lasciano il Pdl per costituire gruppi autonomi e un’altro soggetto politico alleato sbaglia di grosso. Il Pdl è frutto di un lungo percorso, l’abbiamo immaginato prima di altri, l’abbiamo costruito con sacrificio e vi abbiamo conferito la leadership di Fini e i voti che questa per oltre vent’anni ha garantito prima al Msi e poi ad Alleanza Nazionale.
La separazione consensuale sarebbe più complessa di come appare perchè dovrebbe passare per la certificazione del fallimento del Pdl da parte dei fondatori Berlusconi e Fini e per la trasformazione dell’attuale partito in un cartello elettorale o in una federazione, costruendo poi a valle più soggetti politici che operano divisi per colpire uniti elettoralmente. Questa sarebbe vera separazione consensuale e non quella a cui qualcuno pensa, che sarebbe invece un’espulsione con obbligo di continuare ad apportare acqua al mulino berlusconiano.
Detto questo è evidente che l’unica soluzione in grado di non mettere a rischio Pdl, maggioranza e governo resta la coabitazione normata e confidiamo che il “ghe pensi mi” non sia un atto di politica muscolare, ma l’assunzione di responsabilità di un leader che ha il dovere di preservare il patrimonio costruito assieme e non di contribuire a liquidarlo.

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Cancellarci? Non illudetevi, sarà difficile

02 lug 2010
di Gianmario Mariniello

Ce lo aspettavamo, ma non con questo stile violento e in modo così scoperto. È infatti partito un attacco diretto al Secolo con l’obiettivo evidente di mettere in difficoltà o addirittura silenziare il nostro giornale adducendo peraltro banali, e questa volta più che mai pretestuose, motivazioni economiche. Un primo affondo c’era nei giorni scorsi, in occasione del voto del bilancio dell’“Associazione Alleanza Nazionale” a opera del comitato di controllo. Ci riferiamo all’ente che è proprietario del 97 per cento dell’impresa “Secolo d’Italia srl”. E già in quella occasione un certo fuoco “amico” o “ex amico” – dipende da che versante lo si osserva – partito con la scusa di non essere stati informati della decisione del Comitato di gestione di anticipare direttamente i contributi pubblici dell’editoria al Secolo, vista la liquidità esistente nei conti bancari, cominciava a spostare il tiro per attaccare direttamente il giornale. Da parte nostra avevamo fatto risparmiare alla “Associazione An” con la suddetta operazione almeno 50mila euro di interessi bancari. E invece di ringraziarci qualcuno provava a rilanciare facendo la voce grossa. Che avessimo fatto risparmiare la proprietà non interessava a nessuno. Nulla importa, non sono i conti che interessano, l’obiettivo dell’attacco – solo apparentemente economico – in verità è squisitamente politico. Ieri poi sono arrivati anche gli ascari: il quotidiano Libero che dedica un articoletto “bene informato” al Secolo firmato con lo pseudonimo grottesco Ricfoscheban (neanche il coraggio di scrivere nome e cognome!). Un giornalista che da come scrive evidentemente farebbe fatica ad analizzare il bilancio del suo condominio si imbarca invece in una serie di considerazioni fasulle sul nostro. Nell’analizzare l’andamento dell’impresa neanche si è premurato di dire che siamo, a tutt’oggi, in una fase di ristrutturazione che, da quando sono stato nominato amministratore, ci ha portato da una perdita iniziale di oltre due milioni e mezzo di euro ad un passivo di quasi un milione di euro (di cui alcune centinaia di migliaia di euro dell’ultimo anno sono le spese di liquidazione del personale che è stato accompagnato o alla pensione anticipata o è stato licenziato). Tutto questo in tre anni. Pur prendendo meno contributi pubblici di Libero, che ancora non si sa a che titolo li prende, e pur avendo meno pubblicità istituzionale del giornale diretto da quel moralista di Belpietro – pubblicità che arriva, come sa bene lo stesso direttore, per compiacenza politica – riusciamo ad avere un bilancio di tutto rispetto visto l’andamento del settore dell’editoria. E anche la presa in giro che si è fatta sulla relazione di bilancio, che parla della dura congiuntura economica, è surreale: forse a Libero-extraterrestre non si sono accorti che tra 2009 e 2010 sono stati espulsi dal mondo del lavoro, nei giornali italiani, a cominciare dalle testate leader come Corriere della Sera o Repubblica, alcune migliaia di giornalisti e operatori del settore? No, il fantomatico Ricfoscheban, essendo un extraterrestre vive lassù e queste cose non le sa.
E infine qualche precisazione sulle vendite. Il nostro Secolo d’Italia è un secondo giornale e ha grosso modo gli stessi numeri di vendita dei suoi diretti concorrenti, dal Foglio al Riformista, perché quello è il target dei cosiddetti “giornali di idee”. La nostra proprietà è un’associazione politica denominata Alleanza nazionale che, gestita da una persona oculata come il senatore Franco Pontone, ha saputo risparmiare negli anni milioni di euro (altri, pur avendo al vertice imprenditori importanti, hanno dilapidato questo patrimonio) che non sono proprietà del presidente Fini, come ha scritto Franco Bechis sempre su Libero, ma il patrimonio di una comunità umana che nel corso dei decenni ha fatto la storia della destra italiana e che ha avuto nel Secolo d’Italia una bandiera in quanto simbolo della libertà di espressione, negli anni difficili che abbiamo alle spalle come in quelli più agevoli e gratificanti che viviamo oggi. Il Secolo ha formato per tre generazioni, e forma tutt’oggi, gran parte della classe dirigente della destra oltre a giornalisti che hanno conquistato ruoli di primo piano nei grandi quotidiani e in televisione.
Noi, a differenza di altri, non abbiamo alle spalle privati che ci finanziano e che dobbiamo tutelare, ma soprattutto la forza di idee che vogliamo continuare a diffondere nonostante il “fuoco amico”. Non sarà facile tutelare questa realtà da questo tipo di attacchi. Ma, vi assicuriamo, non sarà nemmeno facile demolirla: chi ha scommesso su questo, scoprirà di essersi illuso.

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A Bari la presentazione del libro di Merlo “La conversione di Fini”

31 mag 2010
di Gianmario Mariniello

L’evoluzione del pensiero di Gianfranco Fini, dall’almirantismo alla destra nuova, superate le polemiche costruite ad arte da Il Giornale e Libero, è ormai oggetto di studio per decifrare le categorie politiche dell’Italia di domani.
Questo il senso del riuscitissimo convegno svoltosi giovedì sera, 27 maggio, nell’aula Moro della Facoltà di Giurisprudenza a Bari.
L’occasione è stata la presentazione del libro “La conversione di Fini. Viaggio in una destra senza Berlusconi”di Salvatore Merlo, giovanissimo editorialista de Il Foglio.
Davanti ad una sala gremita di curiosi si sono confrontati due tra i più noti uomini vicini al Presidente della Camera, il Sottosegretario al Lavoro sen. Pasquale Viespoli e il vice Presidente della Commissione Antimafia, on. Fabio Granata, e il vice Presidente dei Senatori del Pd Nicola Latorre.
L’incontro, organizzato dal bisettimanale Puglia d’Oggi e da GenerazioneItalia, è stato moderato da Michele Defeudis, giornalista di Epolis, e introdotto da Fabrizio Tatarella, Direttore di Puglia d’Oggi. L’on. Francesco Divella, Coordinatore regionale di GenerazioneItalia, impossibilitato a partecipare, ha delegato il Consigliere regionale Gianmarco Surico a portare i saluti della nuova associazione.
Gianfranco Fini ha avuto il merito, e il coraggio, di affrontare questioni nuove, rischiando di apparire isolato.
Laicità, integrazione, diritti agli immigrati regolari, nuova cittadinanza, lotta all’omofobia e ad ogni discriminazione, patriottismo repubblicano, rispetto della Costituzione e delle istituzioni sono i temi nuovi introdotti a destra dal Presidente della Camera dei Deputati.
Posizioni che in Europa non sono più una novità grazie a Cameron in Inghilterra, Sarkozy in Francia, Reinfeldt in Svezia, Merkel in Germania.
L’etichetta di “compagno Fini”, nata dall’imprevedibile percorso politico del Presidente della Camera, si è rivelata essere solo buona per una provocazione giornalistica e niente più.
Fini non è, improvvisamente, diventato di sinistra, ma semplicemente, immagina una destra de-ideologizzata e maggioritaria, capace di parlare e raccogliere consensi anche a sinistra e al di là dei tradizionali confini ideologici del centrodestra.
Fabio Granata ha affermato che “il percorso di Fini non deve essere analizzato secondo le categorie del ‘900 di destra e sinistra o secondo i parametri delle politiche securitarie. Il libro di Merlo è prezioso, ma non condivido il titolo, la parola conversione, poiché Fini incarna il ritorno della tradizione occidentale in senso greco. L’esempio di Paolo Borsellino e di Pio la Torre contribuiscono a costruire il perimetro nel quale la politica deve muoversi nel campo della lotta ala criminalità”, ha continuato il parlamentare siciliano legato a Fini, parlando dei temi della giustizia.
Sui rapporti tra il governo e la componente finiana il sottosegretario Viespoli è stato chiaro: “c’è bisogno di una coalizione stabile e coese, nessuno di noi metterà in difficoltà il governo”. Anzi – ha sottolineato Viespoli- Berlusconi sembra aver avuto una svolta “finiana”: ha chiesto maggiore dialogo tra governo e parlamento, oltre a porre l’attenzione sulla necessità di convocare un congresso”.
Nicola Latorre, Vice Presidente dei senatori Pd, dopo aver ironizzato sul direttore de il “Giornale”(“Compagno Fini? Feltri spesso sbaglia i suoi titoli”) ha evidenziato come “con l’ex leader di An non c’è nessuna contiguità, ma attenzione da parte delle sinistra che lo considera un argine al populismo”.

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Il lungo cammino della destra

31 mag 2010
di Gianmario Mariniello

Nel post-tangentopoli nasce in Italia il sistema bipolare, con un centro-destra che si oppone ad un centro-sinistra.
Sintetizzando: Forza Italia, partito liberale con uno sguardo volto al centro e il Ccd di derivazione democristiana, sono alleate ad Alleanza Nazionale, che legittima quel “destra”, dopo il trattino.
Il centro-sinistra è formato, dopo varie svolte, dal Partito Popolare alleato con i Ds, i quali giustificano quel “sinistra” dopo il fatidico trattino.
Questi due blocchi, sono affiancati da tanti partiti di piccole e medie dimensioni che si schierano nei rispettivi ambiti. I più incidenti: la Lega Nord e Rifondazione Comunista.
Compiendo un salto di sedici anni, abbiamo un’ulteriore evoluzione, con la nascita del Pdl e del Pd.
Dopo questa breve introduzione, enucleo la mia analisi degli ultimi eventi. Alleanza Nazionale porta in dote, nel Pdl, il concetto più “originario” di destra. Per dirla ancora meglio: il più “immediato”, il più “percepibile”. Ed il suo leader, Gianfranco Fini, a cui va ascritta l’evoluzione politico-genetica, che ha trasformato l’Msi in An, sino a portare i suoi uomini alle responsabilità di Governo, continua la sua strada di raffinamento di tale destra, cercando di allinearla ai medesimi schieramenti occidentali. Ma alcuni temi, ad esempio quello dell’integrazione sociale degli extra-comunitari, sono stati definiti da alcune parti dell’elettorato e dalla politica alleata, non allineati al pensiero conforme.
Quindi Fini, da un tal punto in poi, inizia a essere percepito come una componente ultra-progressista del Pdl, suscitando una frattura con alcuni ex “colonnelli” di An.
In termini più generali, molti si chiedevano e si chiedono: dove va Fini?
Ma io credo che le domande principali da porsi sono queste: cosa è, ora, la destra in Italia? E ancora: quante destre convivono nella politica nostrana?
Con un gioco intellettuale possiamo dire: escludiamo Joseph de Maistre e Rosmini, espungiamo la destra storica risorgimentale, eliminiamo la destra che ci ha accompagnato per quarant’anni di repubblica… Allora: quale destra è presente nella nostra politica?
A mio avviso, Gianfranco Fini, come ho già accennato, perpetua l’obiettivo di continuare il cammino di crescita della destra portata in dote nel Pdl, per darle un volto più coeso. E credo che solo lui ha il carisma per farlo.
Ciò che è avvenuto negli ultimi mesi, è stato un gigantesco equivoco e il tempo sta disegnando i contorni di realtà.
La politica del co-fondatore Fini, non può altro che alimentare le risorse future del Pdl, per una collocazione sempre più articolata all’interno della grande famiglia del Ppe.
Vi può essere dissenso e dibattito per le sue posizioni, ma un leader che da circa vent’anni segue il progetto di costruire un pensiero di destra moderna, inevitabilmente va in frizione con le parti. Perché la destra italiana, per varie ragioni, è stata sempre anomala. Tanto che ha avuto bisogno di un plurime e travagliate tappe di elaborazione. Ciò significa che la strada politica percorsa è stata lunga, e tanto c’è ancora da percorrere.
Le destre delle più grandi democrazie occidentali hanno dovuto misurarsi con società multietniche e la destra italiana non sembra del tutto pronta per questa eventualità. Nel senso che nello “straniero” si continua a vedere un mero pericolo, o una persona da aiutare, ma non una potenziale risorsa.
Ragionando in termini ampi credo che Fini, e non solo lui, percependo il mancato allineamento europeo su alcuni temi, abbia provveduto a delle brusche accelerazioni per scuotere gli animi ed il sistema. E ciò anche in tema di laicismo e di dialettica nel delicato campo dell’etica.
Ecco il motivo per cui credo in Gianfranco Fini, e perché mi sono iscritto a Generazione Italia.
I miei ultimi sedici anni spesi in politica, li ho intesi come aderenza ad un progetto, che è ancora da ultimare. Un progetto che si ponga anche di raggiungere di punti di convergenza tra i due schieramenti: centrodestra e centrosinistra; convergenze sui valori di fondo della società, affinché si smetta di dividerci su tutto.
Se continuiamo a marciare in maniera così rissosa, sarà difficile tornare ad essere una nazione in crescita.

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Con Fini il ritorno della politica

25 mag 2010
di Gianmario Mariniello

Il primo pensiero politico organizzato è stato espresso da Platone nella Repubblica. La politica è “technè”, è la forma superiore della “technè”: “Technè” politichè. L’immagine usata per la politica da Platone è quella del timone come strumento di governo della nave. Una tecnica, la politica, che è la più complicata perché devi insieme conoscere la nave e l’equipaggio, la superficie del mare, i fondali, le stelle.
La politica, come tutte le cose, ha i suoi tempi e ogni tempo ha le sue specificità, non essendo mai uguale a se stesso. Tornando al concetto di navigazione, rapportandolo ai nostri tempi, ad esempio, potremmo notare che le carte geografiche non sono più eurocentriche. Le nuove carte geografiche hanno per centro l’America, le prossime avranno per centro l’Asia. La bussola, l’intelligenza è ancora la stessa, ma a cambiare sono gli spazi, più estesi e, conseguentemente, le rotte.
E se la realtà cambia, la politica, a maggior ragione, non può restare uguale. Se la politica pensa di poter restare uguale, mentre cambia la realtà, ad un certo punto è la realtà che cambia la politica.
Entrando in un mondo nuovo, serve diffidare delle vecchie cartine geografiche, delle vecchie formule politiche, dei vecchi schemi culturali, dei vecchi luoghi mentali e delle vecchie parole chiave. La società è cambiata e continuerà a cambiare sempre più velocemente grazie al processo di globalizzazione.
Gianfranco Fini ha avuto, in questa nuova fase della politica in una società che cambia velocemente, il merito, ed il coraggio, di affrontare questioni nuove, rischiando di apparire isolato, traditore di un passato. Vi sono temi come quelli dell’integrazione e dei diritti civili.
che appartengono al dibattito della società a cui la politica è obbligata a dare delle risposte, non prima di aver posto delle domande, alimentato il dibattito e facendo sorgere dubbi.
Forse gli “strappi” finiani sono stati molti e vistosi: laicità, integrazione, diritti agli immigrati regolari, nuova cittadinanza, lotta all’omofobia e ad ogni discriminazione, patriottismo repubblicano, rispetto della Costituzione e delle istituzioni. Temi che in Italia la vulgata di sinistra ha inteso appropriarsi e per questo appare difficile associarli alla destra “tout court”.
Tuttavia, queste posizioni non sono più una novità in Europa grazie a statisti come Cameron in Inghilterra, Sarkozy in Francia, Reinfeldt in Svezia, Merkel in Germania . Una destra moderna, europea, capace di immaginare prima degli altri il futuro e gettare le basi per realizzarlo, ma comunque una destra o un centrodestra che hanno radici culturali nel Partito Popolare Europeo. La politica è sempre stata questo: un luogo di incontro, di dibattito e discussione per risolvere i problemi. Una “technè”, ritornando a Platone, per governare i cittadini. La politica riguarda tutti, ma non è per tutti. E’ l’arte più nobile mai esistita se indirizzata a migliorare le condizioni del popolo. Per questo è bene che a farla, pensarla, immaginando il futuro per migliorare le condizioni di tutti siano uomini di grandi doti politiche e non pubblicitari o manager. La politica non può ridursi alla mera propaganda dove gli slogan prendono il posto dei ragionamenti e i prodotti da vendere quello delle idee da dibattere. Ecco perché con Fini ritorna la politica. Quella vera.

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Generatori di passione politica

19 mag 2010
di Gianmario Mariniello

Riccardo Sarra (sarra@sarratommasini.it), 59 anni. Consigliere comunale di Firenze, ha deciso di aprire un circolo di Generazione Italia nel capoluogo toscano, che si trova in via Timoteo Bertelli 2. Imprenditore, Assistente universitario di tecnica bancaria, ha una lunga storia di militanza politica in AN. “Mi ero stancato di fare politica, dopo la “fine” di Alleanza Nazionale” – mi dice – “non vi erano più luoghi dove poter discutere, parlare, ragionare di politica, dei temi concreti dei cittadini”.
Riccardo crede che “il confronto interno sia un valore aggiunto per ogni partito, specialmente in un grande partito come il Pdl. Noi vorremmo portare la nostra identità di destra nel Popolo della Libertà”.
Ricordate il “dito”di Fini puntato all’indirizzo di Berlusconi, durante la Direzione Nazionale? Ha fatto il giro del mondo. E ha dimostrato come sia possibile discutere anche all’interno di un partito non-partito come il Pdl. Basta il coraggio. Generazione Italia nasce “per” il Pdl. Vogliamo un partito grande, non solo un contenitore che ha l’ambizione di prendere più del 40% dei voti. Un partito non può essere solo un oggetto misterioso che si sveglia in campagna elettorale, ma è fatto da uomini e donne in carne ed ossa.
Negare il dibattito interno non è solo anti-democratico, ma è anche controproducente per il partito stesso. Non si può ridure tutto al rapporto Capo – popolo. Il Pdl non è una lista del Presidente. Il Pdl è l’unione di tante culture diverse. Crediamo tutti noi nel fusionismo, ma per fondere sensibilità diverse serve dialogo, discussione, confronto.
Ad oggi tutto questo non c’è stato. Ecco perché nasce Generazione Italia. Per avvicinare le persone alla politica, per ri-avvicinare tanti uomini e donne – non solo ex AN – che si erano allontanati. E per immaginare l’Italia del futuro. Se questo deve farci scontrare con chi difende il “presentismo”, ben venga. È la democrazia.

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