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9/10/2013

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Elémire Zolla, gli occhiali magici di un visionario razionale, osteggiato dalla sinistra

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di Marcello Veneziani – Cos’ha lasciato Elémire Zolla, uscito dal mondo il 29 maggio di dieci anni fa? Ha lasciato un paio di occhiali magici per andare oltre la realtà, la vita, la storia. Occhiali magici per congedarsi dal Novecento e dall’occidente, per distaccarsi dal mondo e per cercare nella Tradizione tracce di sacro e presagi di futuro.
È curioso pensare che l’autore di Volgarità e dolore (Bompiani), che nel 1962 accusava l’industria, la tecnica e l’industria culturale in particolare, di sfregiare il mondo, violare la sua bellezza, corrompere gli animi, trent’anni dopo in Uscite dal mondo (Adelphi e ora Marsilio), si sia innamorato della realtà virtuale, «vertice e rovesciamento salutare della rivoluzione industriale».
Trent’anni prima il cinema era da lui disprezzato come Grande Corruttore e arte minore, e così la televisione; trent’anni dopo, i pixel, i pc, gli occhiali magici, generavano per Zolla una grande palingenesi da schermo: la realtà virtuale ci solleva dalla realtà volgare. La liberazione indù tramite la liberazione in 3D. Cortocircuito tra occidente e oriente, tra tecnica e magia, tra elettronica e metafisica.
Questo fu Zolla che sempre fece dell’estraneità al suo tempo, il Novecento, e al suo luogo, l’Italia, la cifra del proprio pensiero. Nella sua opera, Zolla inseguì i mistici d’occidente e i sapienti d’oriente, ritrasse aure e archetipi, si soffermò sullo stupore infantile e presentò gli hobbit di Tolkien, navigò nell’alchimia, frequentò gli sciamani e le ebbrezze dionisiache, narrò di amanti invisibili e androgini, si spinse a definire cos’è la Filosofia perenne e la Tradizione: civiltà del commento, rispetto alla modernità, che è civiltà della critica. Ma a volte poco civiltà, per Zolla, e poi la critica migliore per lui si fa all’ombra della tradizione; ci vuole un punto fermo e trascendente per giudicare.
Nonostante la sua dura critica della modernità – che però aveva punti di contatto con la scuola di Francoforte – Zolla non fu un maestro di tradizione spregiato dalla cultura e dai media, anzi scrisse per i maggiori quotidiani, pubblicò con le maggiori case editrici, ebbe cattedra universitaria alla Sapienza romana e dialogò col suo tempo e i potenti della cultura.
Non fu un Evola, e nemmeno un Guénon, e non ne subì la sorte. Duettò con Moravia come con Del Noce, pubblicò con Einaudi e Adelphi come con la Rusconi di Cattabiani. Andò perfino in tv. Una volta mi trovai con lui, ospiti di Barbiellini Amidei, a discorrere in tv del sacro nel nostro presente. Temo di averlo visto anche sul palco del Maurizio Costanzo Show. Eppure il suo itinerario resta eccezionale, nelle sue opere, nelle sue conoscenze, nei suoi amori con tre donne non comuni: prima la poetessa Maria Luisa Spaziani, poi la straordinaria Vittoria Guerrini, in arte Cristina Campo, venuta da un altro mondo e vissuta con lui per tanti anni fino alla sua morte precoce, in uno «strano rapporto», come lui stesso disse a Doriano Fasoli (Un destino itinerante, Marsilio); infine, l’orientalista Grazia Marchianò, a cui si deve una bella biografia di Zolla, Il conoscitore di segreti (Marsilio). Che fa il paio con il recente Elémire Zolla. La luce delle idee di Hervé Cavallera (Le Lettere).
Curioso pensare che sulla sua rivista, Conoscenza religiosa, Zolla, pensatore gnostico e aristocratico, abbia pubblicato, ammirato, uno scritto del santo più popolare, ruvido e miracoloso del ’900, Padre Pio: Breve trattato della notte oscura, che Zolla definì «un capolavoro, nello stile dei mistici del Seicento».
Benché accostato a Julius Evola nel nome della Tradizione e degli studi orientali, di René Guénon e di Mircea Eliade, Zolla ebbe antipatia e disagio nei suoi confronti e preferì tenersi lontano da lui e non essere assimilato alla sua demonizzazione. Pur vivendo entrambi per molti anni a Roma, neanche lontani, non ebbero contatti. Evola lo liquidò con giudizi sprezzanti (il suo libro Che cos’è la Tradizione lo definì «pretenzioso»). Zolla preferì non parlarne mai in Italia, salvo giudizi sprezzanti di passaggio (per esempio quando scrisse del massone esoterico Arturo Reghini, sodale di Evola per molti anni). Ma vent’anni fa ci capitò di scoprire e di render noto in Italia che Zolla aveva scritto pagine non del tutto critiche su Evola nella rivista americana Gnosis della Lumen Foundation. Pagine non tradotte in Italia, a differenza di analoghi profili, come quello su Reghini. Del resto, lo stesso Zolla, nel libro intervista a Fasolo, cita André Malraux che dopo aver detto di considerare Guénon la vera novità del suo tempo, aggiunse «però non bisogna parlarne»…
Se dovessimo definire il pensiero di Zolla dovremmo parlare di Gnosi e di Sincretismo, sia sul versante filosofico che religioso. Zolla non coltiva l’autorevolezza impersonale di Guénon, si avverte nelle sue pagine la sua presenza e la sua opinione, il suo stile letterario, i suoi gusti narrativi, la sua soggettività. Del resto, il sincretismo presuppone un soggetto che sceglie e combina tradizioni differenti, miscela fedi e culture diverse; assembla, rimescola, opera, come un alchimista. A volte la sua fu alchemicamente «un’opera al nero»: Zolla ha viaggiato anche all’inferno, dal suo romanzo d’esordio, ora ristampato, Minuetto all’inferno, alle pagine dedicate ai demoni e al satanismo, alla magia nera e ad alcuni aspetti «sinistri» delle tradizioni d’oriente e d’occidente. Zolla ha rappresentato nei piani alti e sacri del sapere un bisogno diffuso anche nei piani bassi e profani, nelle pieghe delle inquietudini contemporanee e nei risvolti del nichilismo di massa: fuoruscita dalla storia e dal proprio tempo, ebbrezze dionisiache ed esotiche, oracoli e oroscopi, tisane e percorsi emozionali, segni zodiacali e altre forme di esoterismo di massa, un ossimoro e una contraddizione in termini. Del resto i seguaci del Siddharta di Hesse, di Castaneda e Hillman, degli intellettuali-sciamani a metà strada tra Jung e i «lanzichenecchi del nulla», hanno uno spazio non di nicchia nell’ipermercato del nostro tempo.
Pur distante, Zolla appare in sintonia con il fiume carsico dei nostri anni e la sua ansia di oriente e nirvana. Ma i suoi occhiali magici non sono quelli di Harry Potter.

(Marcello Veneziani – 28/05/2012 – Il Giornale.it)

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L ‘ultimo erudito alla ricerca degli archetipi culturali dell’Occidente

In un libro ormai quasi dimenticato, Autodizionario degli scrittori italiani (1990), Elémire Zolla, lo studioso di archetipi e simboli spentosi a fine maggio a 76 anni, tracciò un preciso ritratto di se stesso. Accanto ad annotazioni che già erano di dominio pubblico, rivelò, in due scarne paginette, anche tratti intimi, privati. Apprendemmo, allora, che suo padre, nato in Inghilterra, aveva studiato pittura dedicandosi alla maniera di Whistler e dipingendo dame in kimono. Si era poi stabilito in Italia, a Torino, dove aveva insegnato a un gruppo di allievi, fra i quali Giulio Carlo Argan. La madre, Blanche Smith, melanconica, ma non triste, prediligeva le ombre delle chiese e dei chiostri e suonava molti strumenti.

Zolla nacque nel capoluogo piemontese il 9 luglio 1926, quando imperversavano la retorica populista e la demagogia autoritaria. Crebbe isolato, parlando naturalmente inglese, francese e italiano, e studiando, in seguito, il tedesco e lo spagnolo. Dipingeva e suonava il pianoforte. Mandato a scuola, imparò l’arte di occultare i sentimenti e concesse poco di sé ai compagni. Vedeva, tutt’attorno, docenti fascisti e scolari figli di fascisti. Lo sollevava l’espatrio frequente, il soggiorno in Inghilterra o a Parigi.
Durante gli anni di guerra, Zolla notò che a poco a poco la gente diveniva meno fascista. Salutò l’arrivo degli Alleati a Torino senza farsi eccessive illusioni. Viveva raccolto, passeggiava, pensava. Giunto il tempo della ricostruzione, si iscrisse alla Facoltà di legge, dove conobbe qualche professore stimabile, lontano dalle risse ideologiche, ma anche non pochi propugnatori di sciocchezze storicistiche. A 22 anni si ammalò di tisi e fu per morire. Durante la malattia, appartato, scrisse un romanzo edito nel 1956, Minuetto all’inferno (Einaudi), con cui vinse il premio Strega opera prima. Aveva pubblicato parecchio, negli anni precedenti, sulle riviste Letterature moderne di Francesco Flora e Il pensiero critico di Remo Cantoni. Erano saggi sui maggiori autori del Novecento, che egli tentava di riunire in una specie di luogo ideale, distante dalle contaminazioni politiche. Da quel luogo bandì la presenza di James Joyce. Gli scrissero, solidali, Eliot e Thomas Mann
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Nel 1957 si trasferì a Roma, dove lavorò, per pochi mesi, nella redazione di Tempo presente. Apparve allora un nuovo romanzo, Cecilia o la disattenzione (Garzanti), mai più riedito.
La raccolta dei suoi saggi, in parte ispirati alla Scuola di Francoforte (Eclissi dell’intellettuale, Bompiani, 1959), ebbe, invece, numerose ristampe e traduzioni. Era una negazione, destinata a non poter essere generalmente accettata, di tutto il sistema dell’industria culturale. Rifiutato il positivismo e il marxismo, fugata la dialettica di matrice hegeliana, l’opera formulava il sottinteso invito ad abbandonare le dottrine e le pratiche conformi al mondo industriale. Partiva da una concezione apodittica: i maggiori autori degli ultimi secoli sono stati capaci di questo rifiuto.
L’anno di uscita di quel libro si dimostrò cruciale: Zolla fu chiamato a insegnare all’Università di Roma, specie per intervento di Mario Praz, e incontrò Cristiana Campo, con la quale visse fino alla morte di lei, nel 1977. Venne quindi il fecondo periodo di altre opere, fra le quali va soprattutto ricordata l’antologia I mistici dell’Occidente (Garzanti, 1963; riedito da Rizzoli, in sette volumi, nel 1980), dove la tradizione mistica era documentata come l’area segreta in cui si era affermata, nei millenni, l’uniformità permanente di una metafisica assoluta. Dal rifiuto dello scientismo e del progressismo nacquero poi due saggi, Storia del fantasticare e Le potenze dell’anima, apparsi presso Bompiani. Zolla vinse il concorso a cattedra e andò a insegnare prima a Catania, poi a Genova, dove rimase fino al 1974. Pur rivisitandola nella prospettiva della mistica, la materia delle sue lezioni divenne, allora, la letteratura anglo-americana. Egli inoltre si permise alcune dottissime digressioni nella filologia germanica.

Nonostante successo e fama internazionali, in Italia fu però isolato e aborrito dal mondo culturale egemonizzato dagli intellettuali marxisti e ignorato dagli uomini della politica al potere.
Zolla fu un viaggiatore curioso e quasi ‘professionale’. Nel 1968, dopo un viaggio nel Sudovest degli Stati Uniti, scrisse una storia dell’immagine dell’Indiano (I letterati e lo sciamano, 1969). Questo libro ebbe una risonanza notevole oltreoceano, e anche da noi costituì una tappa imprescindibile negli studi di neo-anglistica. Si dedicò anche a viaggi in India, in Indonesia, in Corea e in Iran.

Parte di questa esperienza si riflesse nel fondamentale Che cos’è la tradizione (1971), ancora un rifiuto del modello di cultura occidentale, anche ricercando nella metafisica del Medio e Estremo Oriente la possibilità di sottrarvisi, sempre alla ricerca degli archetipi culturali, ‘traditi’ dalla civiltà moderna dell’Occidente. A poco a poco, si andavano intanto allentando i suoi rapporti con la Bompiani, che cessarono dopo la pubblicazione della raffinata dissertazione alchemica Le meraviglie della natura (1975).

Rimase però viva la sua collaborazione al Corriere della Sera. Seppure con notevoli opposizioni, nel 1974 Zolla tornò a insegnare all’Università di Roma. Risale a quel periodo la sua decisione di scrivere in inglese, di ‘saltare’ l’editoria nazionale. In Inghilterra e in America usciranno Archetypes (1980), seguito da The Androgyne (1981), nelle cui pagine si addensò una cultura senza confini, un’immensa erudizione. Trascorso il 1980, la situazione politica parzialmente mutò e in Italia l’opposizione a Zolla sembrò via via dissolversi. Egli riprese a scrivere nella nostra lingua e pubblicò quattro libri presso Marsilio (Aure, L’amante invisibile, Archetipi e Verità segrete esposte in evidenza). Nel frattempo, dal 1969 al 1983, aveva diretto una rivista, Conoscenza religiosa (La Nuova Italia), cui fece collaborare gli scrittori che gli parvero sottrarsi a ciò che egli definiva ‘la generale decadenza’. Poi giunsero, da Adelphi, Uscite dal mondo (1992), Lo stupore infantile (1994) e Le tre vie (1995); da Mondadori, La nube del telaio (1996); da Einaudi, Il dio dell’ebbrezza (1998). Adelphi, inoltre, annuncia la prossima pubblicazione di un nuovo libro: Discesa agli inferi e resurrezione.

Recuperando i tesori culturali di popoli vicini e lontani, scavando nel giardino sotto casa o in territori sperduti del pianeta, Zolla seppe indicarci, dopo aver liquidato le trasgressioni moderne e post-moderne, la via di una conoscenza ‘giusta’, insieme ardua e luminosa.

(Carlo Sibona, kore.it, Nuovo Caffè Letterario)

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È morto Elémire Zolla l’ultimo degli esoterici

di Umberto Galimberti

Aveva 76 anni, era considerato uno die massimi esperti di dottrine orientali e critico della modernità

È morto ieri nella sua casa di Montepulciano Elémire Zolla, lo studioso di letteratura angloamericana, narratore, saggista e autorevole conoscitore di dottrine esoteriche. Era nato a Torino nel 1926, aveva insegnato prima all’università di Genova e poi in quella di Roma. Vinse il premio Strega nel 1956 con Minuetto all’inferno. Tra le sue opere più importanti Eclissi dell’intellettuale, I letterati e lo sciamano, Uscite dal mondo, I mistici dell’Occidente. Per ottobre è prevista presso l’editore Adelphi la pubblicazione del suo nuovo libro: Discesa agli inferi e resurrezione. Zolla è stato uno degli ultimi difensori della tradizione contro il mondo moderno. Di qui l’attenzione per l’Oriente.

Elémire Zolla era un testimone di quel “sapere tradizionale” di cui l’umanità si è alimentata prima che Platone inventasse per l’Occidente la logica, fissando così le basi discorsive con cui ancora oggi noi ci intendiamo.
La logica è una connessione rigorosa di concetti che nominano l’identità di una cosa a cui vieta di sconfinare nei significati adiacenti e allusivi, come invece fanno i bambini quando passano da un significato all’altro, i folli quando fanno coesistere le contraddizioni, i poeti quando esplorano gli sconfinamenti delle parole.
Ma la logica non è la verità, è solo uno strumento per intenderci, per questo Aristotele la chiama Organon (che significa strumento). Friedrich Nietzsche era addirittura persuaso che non ci saremmo potuti mai incamminare sui sentieri della verità se prima non ci fossimo liberati di “quella servetta che è la grammatica”, parente stretta della logica. Martin Heidegger, dal canto suo, lamentava addirittura la “povertà del nostro tempo”, dovuta al fatto che ormai da duemila anni l’Occidente dispone unicamente di un pensiero capace solo di far calcoli (logici) e assolutamente incapace di pensare. Per questo tenta l’impresa di un nuovo linguaggio, e lo va a cercare là “dove la parola manca”.
Su un altro versante Sigmund Freud si era persuaso che l’Io, sede della razionalità logica, “non fosse padrone in casa propria”, e significati ben più potenti si agitassero sotto l’apparente quiete della coerenza razionale. Chiamò questo sottosuolo “inconscio” e “simbolico” il suo linguaggio.
Poi vennero gli psicoanalisti a tentare quell’impresa impossibile che era la ricerca del “significato dei simboli”, ignari che i simboli non significano, perché come figure pre-logiche, sfuggono allo schema concettuale che costituisce la violenza prima di ogni commento. I simboli non “significano” perché non sono “significati” ma “forze”. I simboli “agiscono”.

Elémire Zolla, al pari di Henry Corbin, René Guenon, Amanda Coomarswamy, di cui Adelphi ha pubblicato le opere più significative, dedicò l’intera sua vita alla ricerca dell’”azione simbolica” nella storia, quella corrente sotterranea che passa inosservata a quanti, catturati dalle vicende quotidiane che sono sotto gli occhi di tutti, ignorano ciò che determina queste vicende, come le acque sotterranee determinano la conformazione della superficie.
Cogliere questa sotterranea “agitazione”, che antecede e determina le nostre “cogitazioni” significa passare dall’esteriorità del sapere “essoterico”, di cui si alimentano tutti i nostri discorsi, alla radice profonda e perciò nascosta del sapere “esoterico”, accessibile solo a quanti non si lasciano distrarre dalla successione degli eventi che in superficie animano le divisioni tra gli uomini.
Scendere nell’esoterico, dove il regime discorsivo è regolato dal simbolo che connette i significati (sum-ballein), a differenza dei concetti che li separano e li disgiungono (dia-ballein), significa inoltrarsi lungo un sentiero che porta in un orizzonte, silente ma potente, che sta al di qua della parola e delle sue possibili interpretazioni. Il passaggio è rischioso e può dar origine a tutto quel mondo bugiardo che, maneggiando con disinvoltura l’inaccessibile, può dar luogo a tutti gli imbrogli che, dalla P2 alla stregoneria dei maghi, mette in scena, dietro le quinte di un sipario ben chiuso, tutti i cascami della storia.
Oppure – e questa è stata la via ardua percorsa da Zolla – inoltrarsi nell’esoterico può significare voler reperire, al di sotto delle differenze, quelle metafore di base che accomunano Oriente e Occidente, Nord e Sud del mondo, perché unica è l’umanità.
E, come sul piano biologico la genetica riesce a parlarci di un’unità del genere (umano), così sul piano culturale potrebbero ravvisarsi percorsi comuni che hanno consentito all’umanità di emanciparsi dalla sua infanzia animale e di ritrovarsi oggi in un comune sentiero, al di là delle guerre, al di là degli odi e delle enfatizzate differenze.
Non invito nessuno a percorrere i sentieri di Zolla, di Corbin, di Guenon, di Coomaraswamy. Sono troppo rischiosi per i più. E la ricerca “segreta” finirebbe per arrestarsi alla segretezza del potere politico o sacerdotale. Ma il messaggio sì, accogliamolo.
E proprio oggi, che il Nord marca con tanta enfasi la sua distanza dal Sud del mondo e l’Occidente dall’Oriente, non dimentichiamo l’insegnamento di Zolla che, letto bene, è capace di indicare quella sotterranea fratellanza che gli uomini, per una perversa tendenza a marcare la loro identità e la loro differenza, si ostinano pericolosamente a negare.

(Umberto Galimberti, Repubblica.it, 4 gennaio 2010
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Anniversari. Lo scrittore e studioso di mistica

Elemire Zolla il conoscitore di segreti

* Il 9 luglio 1926 nasceva Elemire Zolla, raffinato intellettuale e studioso di mistica orientale e occidentale. Lo ricordiamo ripubblicando un ritratto di Alfonso Piscitelli.

La psicologia tradizionale dell’India, scaturita dalle fonti metafisiche dei Vedae delle Upanishad, distingue quattro stati di coscienza relativi alla condizione umana: lo stato di veglia, e oltre questo gli stati di sogno, sonno profondo e catalessi. In base a tale articolazione il sogno non viene concepito come una “diminutio” rispetto all’attenzione vigile, ma come una dimensione parallela, anzi più profonda che l’asceta riesce a conquistare attraverso il lavoro su sé stesso. Ora, di Elemire Zolla si potrebbero dire tante cose ma sicuramente è appropriato dire che egli fu un uomo che visse nella dimensione del sogno. Non nelle illusioni oniriche della società plebea di massa, e neppure ovviamente negli incubi delle ideologie militarizzate del Novecento, ma proprio nella sfera genuina del sogno: in quella degli archetipi, dei miti, degli impulsi profondi della coscienza. Oggi che la professoressa Grazia Marchianò, compagna di Elemire Zolla fino agli ultimi giorni, ha composto per le edizioni Rizzoli una “biografia intellettuale” dell’autore, i suoi sogni si squadernano e prendono posto in un panorama complessivo proprio come si dice che accada nell’istante ultimo della vita, quando le immagini della esistenza trascorsa si squadernano in contemporanea. Elemire Zolla, il conoscitore di segreti raccoglie svariate pagine della produzione letteraria dell’autore: si va dagli scritti giovanili polemici nei confronti della società di massa e dei suoi modelli di divulgazione culturale, a resoconti di viaggi, addirittura a profili astrologici che egli compose sotto lo pseudonimo di Bernardo Trevisano.

Probabilmente le vesti del viaggiatore erano quelle che più si addicevano al professor Zolla. Il viaggio e la fecondità letteraria sono due elementi che si miscelano in forme diverse. L’Italia ha conosciuto autori come Salgari che viaggiavano innanzitutto con la fantasia, ed altri come Moravia che pur visitando parecchi luoghi trascinavano con sé invariabilmente gli stessi concetti, gli stessi schemi mentali, le medesime limitazioni intellettuali. Zolla invece unì la capacità di una mente multiforme di ampliare continuamente le proprie conoscenze alla vocazione al “pellegrinaggio”, al nomadismo spirituale. Per tale motivo il libro che esprime meglio l’animus dell’autore è forse Aure: quando Zolla descrive le rovine di Persepoli e gli ultimi devoti di quella nobilissima religione che fu il Mazdeismo il lettore vede, immagina, in certi tratti addirittura si illumina.

Del resto Zolla fu sempre un pesce fuor d’acqua in Italia. Non ebbe mai la volgarità dei professori che per qualche contingenza politica minacciano di auto-esiliarsi, ma era chiaro che l’Italia nella quale avrebbe potuto trovarsi a suo agio era scomparsa insieme alle corti dell’ancien regime. Da bambino avvertì come plumbeo il clima del regime fascista e quando nel dopoguerra le università furono occupate dai marxisti sembrò chiedersi: “dov’è la differenza?”. Per qualche tempo sembrò allinearsi al tono di contestazione dei teorici di Francoforte, ma in realtà Zolla aveva ben chiaro che la “contestazione globale” dei vari Marcuse, Adorno era essenzialmente un esercizio di acrimonia; dal momento che alle latitudini culturali dei semi-marxisti di Francoforte mancava lo spessore culturale per proporre una alternativa a ciò che aspramente si criticava (la società del frigorifero, del televisore, del Reader’s Digest). Zolla cercò, trovò l’alternativa in luoghi dell’anima che mai gli epigoni dell’hegelismo di sinistra avrebbero sospettato esistere. Nei Mistici dell’Occidente indagò le esperienze interiori, singolarmente concordanti, di veggenti, santi ed eretici senza cedere alla facile moda di ridurle a malattie, a proiezione della libidine. Ne I letterati e lo sciamano mostrò il patrimonio delle pellerossa americani: scrisse questo volume nello stesso anno in cui Carlos Castaneda incontrava don Juan, lo sciamano.

I volumi della vecchiaia sembrarono manifestare una sorta di impulso circolare connaturato alla esistenza di Zolla: l’anziano professore, “conoscitore di segreti”, tentava di ricongiungersi alle radici della vita, alla ebbrezza adolescenziale, allo stupore della prima infanzia. Da questo anelito nascono le opere sullo Stupore infantile, o quelle che inneggiano al dionisiaco come Il dio dell’ebbrezza. Nel suo vagabondare tra le tradizioni, tra le seduzioni dell’anima non si negò sconfinamenti nelle regioni più umbratili. Esaltò le esperienze con gli allucinogeni, celebrò le sregolatezze sessuali, si innamorò di quel macchinoso videogioco che agli inizi degli anni Novanta sembrò – a detta di alcuni – essere in procinto di modificare tutta la nostra percezione: la “realtà virtuale”. “Zolla scambia l’estetica per l’estatica” scrisse allora un arguto polemista cattolico: ovvero confonde l’Aistesis (l’ebrezza delle sensazioni) con l’Estasis (la vertigine spirituale dell’anima che penetra in una dimensione trascendente). Era una stilettata ben piazzata; ma liberandola dalla carica polemica era un buon modo per cogliere l’essenza del suo “daimon”.

Nell’opera di Zolla si avverte infatti tutta la ricchezza di quella che Rudolf Steiner chiamava l’“Anima Senziente”, ovvero il carattere di quel genere di persone profondamente pagane che colgono il divino nei colori, nei suoni del mondo; che tendono ad abbattere la barriera tra la dimensione prosaica, materiale e la dimensione del sogno. Ovviamente questo genere di persone oscilla di continuo tra la profonda comprensione delle dinamiche universali e la superstizione, ovvero la sopravvalutazione di ciò che manifesta lati d’ombra difficilmente giustificabili. Zolla mai si atteggiò a maestro, e in effetti non ebbe discepoli. Ebbe numerosi lettori, che attraverso lo splendore barocco della sua pagina, goderono il privilegio di partecipare a un suo viaggio, a un suo sogno. Poco tempo prima di morire scrisse un libro sulla “Discesa all’Ade”: dionisiacamente disse di sì alla vita, anche quando essa si affrettava a condurlo verso la morte.

(Alfonso Piscitelli, centrostudilaruna .it 9 luglio 2013 )

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Elémire Zolla, il conoscitore di segreti

Intervista a Grazia Marchiano la moglie orientalista che cura la sua opera omnia e che gli fu accanto per un quarto di secolo

Già professore ordinario di Estetica e Storia e Civiltà dell’Asia orientale all’Università di Siena -Arezzo, Grazia Marchianò ha vissuto e studiato in India e in Giappone. Per le sue ricerche nelle tra-dizioni estetiche e spirituali mondiali, in particolare l’advaita vedanta indiano e il buddhismo shingon giapponese la Open University, Edinburgo, le ha conferito il dottorato honoris causa. Ha diretto collane di estetica e orientalistica, pubblicando volumi e saggi in italiano e inglese presso svariati editori e riviste internazionali. In Italia ha curato e introdotto opere di Ananda K. Coomaraswamy, Nisargadatta Maharaj, Alain Daniélou, I.P.Culianu e Elémire Zolla, firmandone la biografia intellettuale Il conoscitore di se-greti (Marsilio 2012). Interprete del pensiero zolliano, è curatrice dell’Opera omnia presso Marsilio. Ha fondato l’Associazione Internazionale di Ricerca Elémire Zolla (AIREZ), promuovendo a Mon-tepulciano nel 2012 il convegno internazionale Labirinti della mente. Visioni del mondo. Il lascito intellettuale di Elémire Zolla nel XXI secolo, curandone il volume degli Atti presso la Società Bibliografica Toscana, Pienza 2012.

Lei sta curando la riedizione dell’opera omnia di Elèmire Zolla per Marsilio. Con la lettura di quale scritto consiglierebbe di iniziare ad avvicinarsi al pensiero zolliano e, invece, quale scritto consiglierebbe a conclusione di una ipotetica lettura totale dei testi di Zolla? Quale testo, cioè, ritiene possa contenere la parola testamentaria, l’ultimo e più arduo lascito nella vastissima e poligrafa produzione zolliana?

Per chi si accosta oggi al pensiero di Zolla, consiglio di iniziare dalla mia biografia intellettuale dello scrittore, Il conoscitore di segreti, ristampata da Marsilio nel 2012. Il titolo definisce un aspetto inconfondibile dell’atteggiamento zolliano verso il sapere. Accumulare conoscenze e espanderle nel maggior numero possibile di direzioni, dalla storia alle letterature, dalla filologia al diritto all’antropologia, alle religioni, alle filosofie di Oriente e Occidente, fu il patto che, caduto molto presto gravemente ammalato, stabilì con se stesso, e la vocazione alla scrittura fece il resto. In ognuno dei suoi libri dal primo che fece scalpore, L’eclissi dell’intellettuale (Bompiani 1959) all’ultimo, Discesa all’Ade e resurrezione, pubblicato da Adelphi, l’anno della morte, il 2002, vibra disincantata e compassionevole allo stesso tempo, la riflessione sulla complessità e le contraddizioni della natura umana, sulle occasioni di abiezione e redenzione che ai singoli e alle collettività procura l’appartenenza a un’identità etnica meno scottante in una società globalizzata, e tuttavia ancora dominata da fanatismi e perniciose allucinazioni del Potere, sia esso ideologico, fi-nanziario, religioso, mediatico ma sempre onnivoro e totalitario. In questo mese di maggio Marsilio pubblica il quarto titolo dell’Opera omnia: Filosofia perenne e mente naturale. Nella mia introduzione ricostruisco il passaggio pienamente attuato nelle prime due parti del libro, da una vi-sione miope e contrastiva dell’onnipotenza del logos nel pensiero occidentale, al supera-mento dei dualismi di cui il cozzo ‘ragione’- ‘irrazionalità’ costituisce il caso lampante. Per Zolla la riconquista di una mente naturale comporta l’accesso a una visione del rapporto mito-storia, individuo-società, terra-cosmo, fisica-metafisica in cui ci si impegna a riconoscere la compe-netrazione e l’interazione dinamica dell’Uno nei molti, del due nel tre. Zolla definisce perenne una filosofia capace di ripristinare l’alleanza, oggi non più utopica, tra scienza e spiritualità, terreno e cosmico.

Zolla ha indagato da laico il pensiero religioso, il fenomeno religioso. Nella sua ricerca ha ac-costato culture geograficamente e storicamente lontane. Come si dipanava la ricerca di Zolla?

Se volessi tentare di descrivere in pochissime parole la prospettiva di Zolla filosofo della cultura, mi servirei di tre formule avverbiali: dall’alto, da dentro e da lontano. ”Da lontano” significa l’aver raggiunto, grazie a un sapere vastissimo e alle ricerche sul campo in quattro continenti, una cogni-zione non confinaria ma planetaria delle società umane. Inoltre l’esplorazione di Zolla è avvenuta in ‘interiore homine’, ‘da dentro’ e ‘dall’alto’ scrutando quelle ‘potenze dell’anima’ ingigantite nei mistici, nei visionari , nei contemplativi e nei creativi di ogni tempo e latitudine ma presenti e pronte al risveglio in ogni individuo quasi senza eccezione. L’immagine spinoziana del divino: Deus sive Natura è stata per Zolla la più vicina a indicare la coincidenza di immanenza e trascendenza nell’insieme di funzioni, facoltà e prerogative che fanno capo alla mente umana.

Zolla ha conosciuto e apprezzato gli studi di Culianu: come si incontrarono i loro orizzonti di stu-di?

Ioan Petru Culianu (1950-1991) è stato un epistemologo e uno storico delle religioni rumeno del tutto geniale, di cui Zolla e io fummo amici e collaboratori nel giro di pochi anni prima che venisse assassinato all’Università di Chicago, per motivi politici rimasti oscuri. Lo invitai a tenere un corso sul Faust nella mia Facoltà ad Arezzo, e Zolla, a sua volta all’Università di Roma La Sapienza, e in un giro di conferenze tra il 1989 e il 1990. Abbiamo commentato la sua opera in varie occasioni e Zolla gli ha dedicato un lungo saggio nella parte terza di Filosofia perenne e mente naturale. L’ultima opera di Culianu tradotta da Mondadori col titolo “I viaggi dell’anima” si avvicina moltis-simo, nella messa a fuoco seducente e intrigante di una visione complessiva, quasi un testamento intellettuale, all’opera anch’essa tardiva di Zolla, Uscite dal mondo (Marsilio 2012), dove sono profilati i caratteri di due grandi méntori di Culianu, Mircea Eliade (n. 1986), e Moshé Idel (m. 1947) , il massimo specialista odierno di Qabbalah.

La filosofia, prima di essere una disciplina, è un modo di guardare le cose e uno stile di vita. Lei è stata Ordinario di Estetica e di Storia e Civiltà dell’Asia orientale all’Università di Siena-Arezzo, perciò conosce dall’interno stili filosofici diversi, ritenuti spesso incompatibili. Che esperienza ne ha tratto, e secondo Lei la filosofia oggi ha qualcosa di importante e vitale da insegnare ?

Negli anni in cui insegnai a Siena-Arezzo fino al 2002, feci molta fatica a introdurre nel corso di studi filosofici Storia e Civiltà dell’Asia orientale, ritenuta una materia inappropriata in una facoltà non orientalistica. E una fatica analoga se non maggiore, mi costò l’introduzione di un approccio e una metodica comparativa all’insegnamento dell’estetica filosofica, che a Lettere si apprende circo-scritta alla sola tradizione europea e occidentale. India, Cina, Giappone erano considerati mondi a parte, di cui solo le rispettive filologie avevano titolo a occuparsi. Tra l’altro fu la mia giovanile apertura al pensiero indiano, che perfezionai all’Università Tagore nel Bengala, appena prima del conseguimento della Libera Docenza corrispondente all’odierno dottorato, a interessare Zolla a una giovane bizzarra che dopo aver pubblicato la sua opera prima, Il codice della forma (Dedalo 1968), se n’era andata a studiare in India, facendo del giornalismo culturale freelance. L’immersione di Zolla nelle civiltà e nelle religioni dell’Asia orientale, induismo, buddhismo e sciamanesimo, data da quando costruimmo il sodalizio umano e intellettuale durato poi un quarto di secolo.
Rispondo alla domanda sulla vitalità della filosofia, al di là delle nozioni che una formazione filoso-fica procura in una prospettiva che dalle nostre parti è ancora troppo spesso storicistica. La filosofia europea insegna a pensare, inquadra le idee e dà forma ai ragionamenti. Utile ma insufficiente per chi sente l’esigenza di crescere interiormente, di allenarsi con le proprie forze a un risveglio delle potenzialità di se stesso: corpo, psiche, mente e spirito. Esiste un logos più vasto di quello esclusivamente razionale e argomentativo. In sanscrito lo si chiama bodhicitta, alla lettera ‘pensiero del risveglio’ o ‘mente illuminata’. E’ un obiettivo raggiungibile quando azione e con-templazione, pensiero e esperienza, mente e cuore si rendono complici l’una dell’altro. In questo caso la filosofia si fa portatrice di un modo di essere arricchito e rinnovato. Si impara a ri-nascere, a uscire dalla propria maschera personale, momento per momento (‘maschera’ e ‘persona’ significano la stessa cosa).

L’immaginazione, come altissima capacità che l’uomo ha di entrare in contatto con gli archetipi, è un tema a lei caro. Come agire in maniera immaginale se oggi le immagini ci arrivano dall’esterno in quantità massiva e, spesso, con perentorietà tali da rischiare di intorpidire la mente?

La facoltà immaginativa è agli antipodi del fantasticare erratico, che appunto, come Lei osserva giu-stamente, intorpidisce i sensi e la mente. Zolla prescriveva l’astinenza dalle immagini che ci asse-diano dall’esterno. Se ne cadiamo vittime, diventa molto più difficile pilotare l’insight, l’intuizione immaginante, sia nella coscienza lucida che nello stato di sonno. É esistito in Tibet uno yoga del sogno, che insegna a modellare le immagini interiori, a penetrare in piani ultra-fisici dell’esperienza documentati in svariate correnti della filosofia indiana e persiana, del taoismo e del buddhismo esoterici. Nello stesso Rinascimento italiano fu coltivata un’arte della memoria capace di suscitare l’anamnesi di piani sottili di realtà. Giordano Bruno immaginò ‘mondi di mondi‘ dai bordi sconfinati. Fu un’immaginazione creatrice come quella dantesca, e l’affabulazione è alla radice di ogni dinamica della psiche: dove e come orientarla dipende da noi.
L’estetica per gli antichi Greci consisteva nell’ “inspirare bellezza”: era pensiero del cuore, centro propulsore e di convergenza delle sensazioni, era apprensione di immagini di cui la bellezza era luce e struttura. La bellezza, lontano dall’essere ornamento aggiunto delle cose, era la loro stessa visibilità e, anche, ciò che le rendeva un «cosmo», la disposizione della pluralità accessibile all’uomo. Oggi noi ci ritroviamo sempre più spesso ad essere colpiti dalla disarmonia, a “trattenere il fiato” per ciò che è brutto, quasi che la bellezza avesse perso la sua più propria natura, quella di essere visibile.

Perché, oggi, si ha questo corrispondere dell’uomo alle cose e quale può essere il ruolo dell’estetica oggi?

Se si risale a concezioni arcaiche riconoscibili nelle espressioni artistiche più antiche, dalla poesia alla pittura parietale, alla scultura, alla musica e alla danza tribali, ci si accorge che ‘non è bello ciò che piace’ ma ciò che racchiude in sé una carica trascinante e efficace di vitalità, nel ritmo, nella forma plastica, nel canto, nella recitazione poetica. Nella diade platonica kalóskagathós, «bello e buono» congiunti, è ancora possibile riconoscere la primigenia saldatura di bellezza, efficacia e valore, molto prima che i distretti dell’etica e dell’estetica si separassero irreversibilmente. L’ornamento arcaico è uno stigma di vitalità. Nella teologia sumerico-accadica è descritta la discesa nell’Oltremondo di Ishtar per recuperare l’Acqua di Vita. In ogni piano della discesa, la dea deve spogliarsi dei fulgidi ornamenti che la abbigliano. Solo a missione compiuta, Ishtar potrà riappro-priarsene. Si soppesano in questo mito due equivalenze simmetriche: ornamento-vita e per converso sguarnizione-morte. Il morto si figura dis-adorno, sprovvisto di «gioie», afflitto da un perpetuo ano-nimato, dalla fame di ‘essere’ e non poter vantare la propria ‘immagine’ accentuata dagli ornamenti. Emerge una concezione arcaica per la quale bellezza è sinonimo di vitalità e potere, potere di incan-tare e sedurre. L’attrazione al brutto, allo spregevole, all’orrido nelle arti e nella condotta è un evi-dente segno dei tempi così come lo è l’allentamento della capacità di giudizio, estetico e etico. Se tutto è ammesso, l’attrazione al nulla produce su di noi un incanto esiziale.

(Sandra Mariani, Insulaeuropea.eu)

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Zolla, l’arte di crearsi dei nemici
di Silvia Ronchey

“In Italia non incontrò se non fascisti”, scrive di sé Elèmire Zolla nella lapidaria voce autobiografica pubblicata nell’Autodizionario degli scrittori italiani alle soglie del suo ultimo decennio di vita.
Fin da bambino, a Torino, aveva disprezzato quella peculiare mistura di intimidazione culturale e ipocrisia settaria che allora si incarnava nel fascismo e che a lui, da sempre poliglotta, abituato ai frequenti espatri, apolide che cosmopolita, sembrava tipicamente italiana. “Frequentavo la scuola fascista con l’anima di Alice fra le bestie e le carte da gioco”, ribadisce in un certo autoritratto.

Ce lo ricorda Grazia Marchianò, a quattro anni dalla morte del marito e nell’ottantesimo anniversario della sua nascita, ne Il conoscitore di segreti: una rigorosa e appassionata ricostruzione – fitta di nuove testimonianze e seguita da una preziosa antologia di inediti – della sua vita, anzi delle sue vite, e del “singolare edificio a più piani che fu la mente zolliana, sfaccettata come un cristallo”.
“Il periodo che andò dal 1968 al 1980 vide Zolla isolato e aborrito in Italia dalla classe che aveva afferrato il potere”, ricorda nel 1989 lo scrittore.
Nel 1967, sulla rivista Letteratura italiana, un critico definì l’opera di Zolla “una macchina necessaria nel nostro panorama d’idee e di scritture” in un certo articolo in cui la paragonava a quella di Umberto Eco.

In quegli anni Zolla frequentava i salotti culturali romani “con distaccato piacere – scrive Marchianò – e battute fulminee in cui le posizioni degli interlocutori venivano arpionate con una consumatissima destrezza dialettica”. Era afflitto, come il Leverkhun del Doctor Faustus di Mann, in cui si identificava, da un “eccesso di intelligenza”, quel tipo di intelligenza “che porta con sé una maledizione”. L’arte cortese di crearsi nemici, già propria di Whistler, così caro al padre pittore, era praticata intensam,ente da quel giovane coltissimo, che a cinque anni leggeva il Tao Te Ching e la Storia d’Europa di Croce, ma che l’amore anglosassone per l’eccentricità spingeva verso le cause perse e perfino maledette.

All’inizio, tuttavia, sapeva e voleva ancora farsi perdonare, abituato com’era a sedurre con la sua magnetica bellezza e la sua vice che modulava “nel sussurro e nella declamazione” il ripido sarcasmo. “Sapeva vincere con la noncuranza di chi avrebbe trovato sommariamente triviale approfittare del disagio altrui” e con la padronanza argomentativi che gli davano, oltre alle sterminate letture, gli studi di giurisprudenza. La evocano con timore nel 1995, dai tavolini di Via Biamcamano, Elio Vittoriani e Carlo Fruttero, in uno scambio di lettere che Il conoscitore di segreti implacabilmente riporta, su Minuetto all’inferno, il primo libro di Zolla, che Vittoriani non voleva assolutamente pubblicare ì, mentre Fruttero insisteva “nel non ritenerlo indegno” e chiedeva al più anziano collega un minimo di “sacrificio ideologico” in considerazione del “fatto certissimo che ci farà causa (è un esperto in materia) e che la perderemo”,

Grazie all’astuzia del giovane Fruttero il romanzo dell’antiprogressista Zolla uscirà da Einaudi nell’estate e del’56 vincerà il Premio Strega, dando al suo autore la possibilità di scegliere tra la parte degli “apocalittici” e quella degli “integrati” la seconda. Una possibilità che il giovane apparso a Maria Bellonci in abito scuro, timido, ma che si assicura intelligentissimo”, non colse e non coglierà mai. “L’istanza eretica, di colui che sceglie di stare dalla parte controcorrente, di andare controcorrente, consapevole del prezzo che tale scelta comporta – come scrive la Marchianò , prevarrà, e lo spingerà “ a collocarsi fuori dal giro allo scopo – inconcepibile per chi unicamente “nel giro” si sente al sicuro – di serbarsi libero di indignarsi”.

È eloquente il passo di San Nilo, l’asceta bizantino, messo in calce, nel 1959, a L’eclissi dell’intellettuale: “Colui che si disperde nella moltitudine ne torna crivellato di ferite”. Quella raccolta di scritti fece di Zolla il saggista più detestato dall’establishment culturale nel periodo precedente il ’68: “Scosse, impermalì, esasperò una compagnia intellettuale avvezza a passare ogni questione, atteggiamento o punto di vista al filtro di un’insindacabile polarizzazione politica – ricorda Marchianò. “Il fatto che il pensiero sia il “padrone” piuttosto che “il servo” che esegue la polarizzazione era e rimane una considerazione del tutto estranea al codice in uso” nel mondo, eclissato o no, degli intellettuali.

“Che si trattasse di una battaglia intellettuale da combattersi senza alleati su cui contare gli fu chiaro da subito- aggiunge Marchianò. Non era del tutto vero. Zolla ebbe dalla sua parte i migliori: da Guido Piovene a Guido Ceronetti, da Elena Croce a Eugenio Montale, che nel 1959, sulle colonne del Corriere della Sera, diede di lui quella che è la migliore definizione possibile fra le tante, banali o variopinte (“maestro scomodo”, “intellettuale eterodosso”, “turista metafisico”, o”alchimista della felicità”) che gli sono state date. Per Montale Zolla è, semplicemente, “uno stoico che conosce la ragione umana e che sente la dignità della vita come un supremo bene. È un uomo che non si mette “al di sopra” della mischia, ma che vuole restare ad occhi aperti. E finché esisteranno uomini così’ la partita non sarà del tutto perduta”. “E però la ribellione al culto della forza, di qualsiasi segno, lo aveva messo inconfondibilmente sempre dall’altra parte, e l’epoca in cui visse gli procurò occasioni a non finire di meditazioni sui segreti della forza e della tirannia, foss’anche solo del conformismo mondano”.

L’autore stesso definirà la propria opera così elogiata da Montale “una negazione di tutto il sistema dell’industria culturale, nel quale si rifletteva la tendenza del pensiero nato dopo il capovolgimento hegeliano, destinata a non poter essere generalmente accettata”. Infatti, non lo fu mai. In parte ispirata al pensiero di Adorni e ai temi della dialettica dell’illuminismo, – l’idolatria progressista, la mistificazione dei consumi, l’interesse smodato per il corpo, l’abbassamento del soggetto sociale a una stupidità impudente e intontita – L’eclissi dell’intellettuale”, scriverà trent’anni dopo Zolla, “formulava il sottinteso invito ad abbandonare il mondo quale è stato conformato dal potere di questo pensiero: i maggiori autori degli ultimi due secoli sono stati capaci di questo esodo”. Fu così che Elèmire Zolla, il più geniale fra gli intellettuali del Novecento, uscì dal mondo. Da quello della politica, innanzitutto, e così da quello del potere editoriale e culturale. Da allora in poi il suo sarà un cammino difficile, un rinfilarsi definitivamente nella tana del coniglio di Alice, un’eversione ottenuta attraverso il passaggio a un’altra dimensione: quella della mistica.

La contestazione radicale della modernità sarà programmaticamente affermata in quella precoce summa del pensiero di uno Zolla ricaduto nella tubercolosi fin quasi morirne che è il saggio introduttivo a I mistici dell’occidente, un’antologia amatoriale e tuttavia di immensa suggestione laica: “una svolta senza ritorno” in cui Zolla fu spericolato come “solo uno che aveva visto la morte sa essere in pieno”.
“Ero a quel tempo impensierito dalla depravazione circostante – scriverà Zolla poco prima di morire – tanto da volerla fugare: raccattai ciò che nella storia dell’Occidente poteva apparire limpido e fermo e ne feci il centro di un mandala nel quale tutto si rischiarasse e allentasse la presa”. Ma, dal centro del suo mandala, Zolla rimase un pensatore disincantato, un filosofo, lucido, dalla visione pessimistica e cupamente ironica.
“Per trascendere il mondo-scriveva-bisogna che il mondo ci sia”. Preliminare alla conoscenza mistica è “prima la critica del bisogno falso, del consumo coatto, della repressione della natura, poi la configurazione della propria vita nell’ordine anteriore alla modernità”. (…). Ma di questo libro la parte più preziosa è forse quella che qui si chiude, quella che illustra lo Zolla precedente allo Zolla quieto, evaporato, dissolto nella linea d’ombra della coscienza in cui occidente e Oriente confluiscono.
La parte dello Zolla caustico, animoso e bellicoso, corrosivo e aggressivo, ancora involontariamente illuminista, liberale anglosassone che non sa evadere dalla gabbia. In cui l’eccesso di intelligenza lo ha rinchiuso.
È commovente il testo del lied che Zolla cita in uno dei suoi saggi più belli e meno conosciuti, sul teatro di Brecht, del ’56: “Alla mia parete è appeso un intaglio giapponese / maschera di un cattivo demone, coperto di lacca dorata. / Compassionevole guardo / le vene gonfie della fronte, che dicono / quanto sia faticoso essere cattivo.

(Silvia Ronchey, stylos.it)

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Zolla, un dinamitardo fra i miti dell´Occidente (*)

UANDO scomparve la scrittrice Cristina Campo, cui fu legato da un lungo sodalizio di affetto e di studi, scrisse di lei: “La morte la colse di sorpresa. Non vi era preparata. Nessuno pensa mai alla propria morte”. Era un tema che Elémire Zolla non aveva mai evitato, su cui si era interrogato a lungo con la levità di un saggio taoista, negli ultimi anni in cui una serie di malattie lo avevano costretto a non muoversi più dalla sua bella casa di Montepulciano accanto alla moglie, l´estetologa Grazia Marchianò. Ieri se n´è andato anche lui. Ha trovato l´ultima e definitiva delle Uscite dal mondo cui aveva dedicato un bellissimo libro per Adelphi. Era nato a Torino nel `26, da una famiglia cosmopolita, fatta di un padre italo-francese (il pittore Venanzio Zolla) e da una madre inglese. Non amava particolarmente la città, che però fece nascere in lui un certo gusto per l´occulto; ci era tornato ragazzo dopo aver abitato felicemente all´estero. Per lungo tempo anche la cultura italiana gli fu estranea, come lo sarebbero sempre stati i “padri” del nostro Novecento, da Croce a Gramsci. La sua formazione era britannica, e divenne quasi automaticamente anglista alla scuola di Mario Praz, di cui ereditò la cattedra alla Sapienza di Roma: alle lezioni andava il giovane Roberto Calasso, che infatti poi pubblicò o ripubblicò gran parte delle sue opere per l´Adelphi, da Lo stupore infantile alle Uscite dal mondo alla Storia dell´alchimia. Fu per un breve periodo romanziere di successo, quasi un enfant gâté della Roma anni `50, dove sposò la poetessa Maria Luisa Spaziani, un attimo prima che nella sua vita facesse irruzione Cristina Campo; introdusse in Italia la scuola filosofica di Francoforte; ma la vera vocazione, il cuore del suo lavoro, fu esplorare religioni e miti (non solo nei libri, anche nella realtà del viaggio di scoperta). Da studioso anticonformista delle culture tradizionali e naturalmente da intellettuale scomodo fu però ben presto messo ai margini dal mondo intellettuale italiano – la cosa non durò in eterno, ma quanto bastava – con l´accusa di essere un intellettuale di destra. Lui che aveva scritto, con grosso successo, L´eclissi dell´intellettuale alla fine degli anni 50 (e vinto anche un premio Strega con un romanzo dal titolo Minuetto all´Inferno) non era per nulla diventato “reazionario” all´improvviso: aveva semplicemente preso atto della fine delle stagioni dell´impegno, spiazzando i suoi amici che in quel momento nell´impegno si tuffavano. Di lì in poi il suo lavoro venne guardato con diffidenza. Le incursioni nella mistica ebraica o musulmana, l´attenzione per i maestri del sufismo ma anche per i filosofi zen giapponesi ne fecero un personaggio sospetto, uno che parlava bene di Tolkien e che non era in sintonia con nessuno. Troppo aristocratico, troppo ironico. Ennio Flaiano gli dedicò un epigramma simpatico: “Elemire Zolla / preferisco la folla”, lui vide nel `68 una cospirazione demoniaca e nel `71 pubblicò un libro che fece molto scandalo, dal titolo Che cos´è la tradizione. Era un´accusa radicale alle ideologie totalitarie, soprattutto quelle di stampo “progressista”, in cui vedeva una sorta di deriva “satanista” dell´Illuminismo. Zolla non era affatto un reazionario, semmai un liberale, e soprattutto un uomo mite. Nel `69 aveva avviato per la Nuova Italia una rivista importante e “strana”, Conoscenza religiosa, destinata a durare fino all`83, accogliendo saggi di Borges e Quinzio, e naturalmente di Cristina Campo. Studiava i mistici (importante l´antologia ora ripubblicata da Adelphi sui Mistici dell’Occidente) ma si teneva lontano dal misticismo. Lui non era un mistico. Semmai si sentiva un monaco che non aveva mai fatto i tre voti canonici di povertà, obbedienza, castità. Era uno spirito libero molto critico nei confronti dell´Occidente ma anche attentissimo al nuovo mondo delle realtà virtuali. Ha scritto moltissimo (oltre che per Adelphi per Marsilio, Mondadori, Red, senza contare le meravigliose edizioni di singoli saggi che si faceva stampare da un grande tipografo come Tallone). Non si è mai lasciato incasellare. Pochi anni fa, alla mia ennesima domanda sulle sue posizioni politiche rispose forse per l’ennesima volta che la distinzione tra destra e sinistra, per quanto lo riguardava, non serviva a molto, “se non alla contesa politica più bassa”. “E´ una deformazione che nasce dal parlamentarismo francese: il partito dominante denomina destra il male e sinistra il bene. Poi di volta in volta qualcuno capovolge i termini. Ma non si possono suddividere gli scrittori tra destra e sinistra”.

(Mario Baudino – La Stampa del 31/5/2002 )


Articolo di

Redazione Generazione Italia

Generazione Italia vuole essere un aggregatore intergenerazionale rivolto a tutti coloro che hanno voglia di impegnarsi per l’Italia, con un’attenzione particolare ai giovani che non vogliono limitarsi a subire il futuro del loro Paese ma hanno il coraggio e la passione di immaginarlo, invitandoli ad essere protagonisti dell’Italia del 2020, l’Italia che verrà.


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