Intervista a Giacomo Zucco, portavoce del Tea Party Italia
di Giulia Cortese – Il 16 giugno 2012, ovvero oggi, si è tenuta a Venezia la seconda manifestazione nazionale contro il Fisco promossa dal Tea Party Italia, che prende il nome di “No Imu day”. Il giorno 16 è una data simbolo, perché è in questo giorno che vi sarà il termine di pagamento della prima rata IMU. Si tratta quindi di un’ottima occasione per protestare e ricordare alla classe politica che il Paese ha bisogno di riforme liberali e di tagli alla spesa pubblica, e non certo di nuove tasse pesanti e “antirecessive” come l’IMU.
Il movimento “Tea Party Italia” nasce dall’esperienza e dall’esempio del Tea Party Movement Statunitense che riunisce, sotto le bandiere della lotta al “big government” e alla socializzazione della società, milioni di persone ogni anno.
In Italia si propone, per la prima volta, Tea Party in ogni città per manifestare contro l’eccessiva tassazione e promuovere la libertà di mercato.
Nell’attesa di questa manifestazione, ho deciso di intervistare Giacomo Zucco, portavoce del movimento, affinché ci racconti nel dettaglio quali sono le ragioni di questa protesta.
-A che cosa mira il Tea Party Italia con questa manifestazione? Che cosa vi ha spinto a scendere in piazza per far sentire la vostra voce?
Miriamo soprattutto a presentarci a tutte le persone che ancora non abbiamo raggiunto, a far capire agli italiani che lavorano e che vengono rapinati da questo stato sprecone e prepotente che non sono soli! E miriamo a far pressione sulla politica, a imporre il tema centrale delle tasse nell’agenda dei media, a condurre una battaglia culturale. E vogliamo risvegliare tutte quelle persone che ancora credono ai capri espiatori inventati dai politici (evasori fiscali, speculatori internazionali, tedeschi cattivi, e via fantasticando), spiegando loro che il vero, grande problema dell’Italia è uno solo: lo stato italiano!
-Sono in tanti a pensare che il Tea Party sia un movimento politicamente schierato, che aspira a diventare una corrente, seppur minoritaria, del Pdl. Le cose starebbero veramente così?
Assolutamente no. Il movimento Tea Party è una “lobby” tematica esterna, indipendente e trasversale in tutti i paesi in cui è presente, e l’Italia non fa assolutamente eccezione. Fin dalle nostre prime attività, abbiamo sempre dialogato con tutti coloro che si dimostravano interessati, senza mai dare carta biancha a nessuno. E’ del tutto fisiologico, se vogliamo essere realisti, che una buona parte delle persone attente alla questione fiscale siano o siano stati militanti nelle fila di un partito come Forza Italia, poi PdL, che nasceva teoricamente come centrato sulla questione fiscale (salvo poi tradire completamente le aspettative a riguardo). La prevalenza statistica, ovvia e prevedibile per chiunque conosca la “geografia politica” italiana, non significa il venir meno della trasversalità. Anche il movimento Tea Party americano ha trovato la maggior parte dei propri interlocutori nelle fila di un partito “formalmente” anti-tasse ma in realtà divenuto molto statalista: il Partito Repubblicano, ma il dialogo non è mai diventato sudditanza o confusione di ruoli, tanto che molti teapartyisti d’oltreoceano militano nel Libertarian Party e nell’Indipendent Party, e alcuni persino tra le fila dei Democratici. I nostri pledge comunali sono stati firmati da candidati del PdL così come di FLI, della Partito Radicale, di FLI, di alcune liste civiche o movimenti autonomisti. Abbiamo invitato ai nostri incontri personalità del PD, come Franco DeBenedetti. E alcuni nostri militanti sono addirittura vicini al Movimento 5 Stelle di Grillo. A noi interessano i contenuti, non le etichette, non le bandiere. I partiti sono solo strumenti, a noi interessano gli obiettivi dei candidati.Oltretutto, diciamolo francamente: il movimento Tea Party Italia, poco dopo la sua nascita nel 2010, ha subìto tentativi di “assorbimento” da parte di due importanti partiti di centrodestra, FLI e PdL, a quei tempi molto potenti e popolari. E ha resistito a qualsiasi lusinga o commistione. Figuriamoci se esiste un rischio di cedimento ora, che i partiti in questione sono in grave declino e vicini all’estinzione politica.
-Negli ultimi tempi avete avuto una certa esposizione mediatica. Tu e alcuni militanti del movimento siete stati intervistati in importanti trasmissioni nazionali come Anno Zero, Servizio Pubblico, In Onda. Avete attirato l’attenzione di personaggi di fama nazionale come l’attore Enrico Montesano, gli onorevoli Antonio Martino, Giancarlo Pagliarini, Giorgio Stracquadanio, Daniela Santanché, l’ex presidente del Veneto Giancarlo Galan. Tutto questo dovrebbe favorirvi per quanto riguarda il radicamento nel territorio nazionale. Grossomodo, quanti siete?
L’esposizione mediatica effettivamente c’è stata, e la nostra speranza e il nostro obiettivo sono di riuscire ad averne sempre di più. Siamo riusciti ad affacciarci al mondo televisivo anche senza soldi, senza padrini politici, senza raccomandazioni: principalmente perché abbiamo qualcosa di diverso e di molto chiaro da dire, a differenza di quasi tutti gli altri attori del dibattito pubblico, soprattutto nelle tematiche economiche, che al giorno d’oggi sono cruciali e prioritarie. Quanti siamo? Domanda difficile, perché dovremmo distinguere tra simpatizzanti, militanti, attivisti particolarmente dediti, e così via. Non essendo un partito né un’associazione rigidamente definita, Tea Party Italia non dispone di un registro di “tesserati”. Abbiamo un gruppo organizzativo su Facebook che conta quasi ottomila iscritti: ben poco rispetto ai gruppi politici “classici”, ma si tratta pur sempre del maggiore gruppo online di ispirazione anti-statalista. Abbiamo poi centinaia di mailing list, gruppi Facebook e forum locali e tematici, tutti molto attivi e che spesso comprendono persone non appartenenti al gruppo nazionale. Abbiamo circa 9.000 contatti nei moduli di partecipazione ai nostri eventi, raccolti negli ultimi due anni, e diverse centinaia di contatti unici sul nostro sito ogni giorno. Senza pretesa di “scientificità” in questa stima, ritengo che come numero generale di simpatizzanti potremmo ipotizzare una cifra realistica di circa 15.000 individui. Ovviamente i ragazzi più attivi sono molto di meno. Questo, però, è solo l’inizio: l’obiettivo è di non sfigurare davanti ai milioni di americani che compongono il movimento negli Stati Uniti. Qui da noi, vista la cultura statalista del nostro paese, la strada per raggiungere quel tipo di riscontro è sicuramente molto più in salita…ma intendiamo percorrerla tutta, senza fermarci.
-Cosa ne pensate di questo governo di tecnici e dei vari provvedimenti che sono state adottati per raggiungere tra due anni il pareggio di bilancio?
Abbiamo un’opinione nettamente negativa di questo governo. Il pareggio di bilancio è un obiettivo giusto, che noi condividiamo, perché i debiti di oggi sono le tasse di domani. Ma ridurre il debito imponendo più tasse è un rimedio peggiore del male, soprattutto in un paese come l’Italia, con una pressione fiscale già assurda, immorale, economicamente deleteria, insostenibile. Il pareggio di bilancio va raggiunto, e va raggiunto subito, ma nell’unico modo serio e sostenibile: tagliando la spesa! Sia la spesa corrente, sforbiciando rendite di posizione, sprechi e clientelarismi, sia la spesa per interessi passivi, riducendo lo stock di debito tramite importanti cessioni dell’enorme patrimonio pubblico italiano (sia in immobili che in partecipazioni). Anche i provvedimenti del governo non direttamente mirati a fare cassa, come nel caso della contro-riforma del mercato del lavoro o delle “liberalizzazioni”-farsa, sono stati un esempio cristallino di mentalità statalista e illiberale.
-In questi termini, trovo che sia veramente difficile non essere d’accordo con voi. Come mai, secondo te, nel nostro paese è così difficile attuare delle politiche e delle riforme liberali? Oramai tutti i partiti rappresentati in parlamento, o quasi, riconoscono l’importanza di alcune liberalizzazioni per rilanciare l’economia italiana…
Ne riconoscono l’importanza a parole, ma quando si passa ai fatti, e alla possibilità di scontentare le loro clientele, il discorso cambia. E soprattutto, ne riconoscono l’importanza in modo discontinuo, selettivo: solo ed esclusivamente quando la liberalizzazione in questione non tocca le proprie sacche di consenso. Il parlamentare vicino alla lobby degli avvocati è disposto a liberalizzare le licenze taxi, purché non si tocchi l’ordine degli avvocati, viceversa per il parlamentare vicino alle lobby dei tassisti. E lo stesso vale per gli orari dei negozi, per i contratti di lavoro, per il mercato bancario e finanziario. Non esiste un solo ambito in cui tutti, o anche solo una larga maggioranza, siano favorevoli alla liberalizzazione. Liberalizzare sì, insomma…ma solo se si comincia “dagli altri”. Senza contare, poi, che non tutti i “politici” siedono in parlamento: molti di essi siedono nei consigli di amministrazione dei grandi monopolisti pubblici, che sono i veri nemici delle liberalizzazioni: poste, ferrovie, INPS, INAIL, Rai, Cinecittà, e così via. Non dimentichiamo, infine, che nell’immenso e intricato apparato pubblico italiano non decidono solo i politici: anche i poteri burocratici hanno un ruolo immenso. E spesso possono impedire liberalizzazioni e privatizzazioni, anche qualora i politici siano portati a perseguirle.
-Beh, intanto si potrebbe cominciare da voi. Avete mai preso in considerazione l’idea di proporre un referendum?
Molti di noi l’hanno presa in considerazione e poi scartata: il referendum è un’arma spuntata, soprattutto quando abbia lo scopo dichiarato di ridurre o di controllare i poteri dello stato. Raccogliere firme per un referendum abrogativo è costosissimo in termini di tempo e risorse, e specie su temi non banali come quelli che noi poniamo è facile mancare il numero di firme nei tempi richiesti. Anche qualora i numeri si raggiungono, la Consulta può semplicemente dichiarare inammissibili i quesiti (come puntualmente succederebbe ed è successo con ogni quesito che riguardi questioni economicamente rilevanti, come nel caso del “sostituto d’imposta”). Anche qualora i referendum vengano indetti, non è facile superare il quorum. Anche qualora il quorum venga superato e la consultazione vinta, se la modifica va a toccare nodi sensibili per il potere statale…il tutto viene semplicemente ignorato. Non dimentichiamo, per esempio, il referendum per la privatizzazione della Rai. E’ stato presentato, accolto, votato, vinto. E poi ignorato. Lo stesso per quanto riguarda il referendum per l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti: una modifica legislativa minore, e i finanziamenti sono tornati come falsi rimborsi, enormemente ingigantiti a livello di importo. Detto questo, se qualche militante di Tea Party Italia vuole provare ad organizzare una consultazione referendaria, può certamente farlo: il movimento nel suo complesso è aperto a ogni strategia che punti alla diminuzione del peso dello stato nell’economia. Semplicemente, questa particolare strategia si è rivelata inutile a livello pratico: un referendum ha oramai valore solo come campagna simbolica. E se vogliamo fare una campagna simbolica, allora molto meglio una raccolta simbolica di firme attorno a una nostra proposta di legge, da presentare direttamente ai parlamentari che ci stanno, effettuata con i nostri tempi e con le nostre modalità.
-Per quanto riguarda l’IMU, ovvero la tassa sulla prima casa, cosa proponete?
Bisogna rimandare semplicemente il pagamento, se a farlo sono solo poche migliaia di italiani e non una massa critica importantissima, non serve a nulla, solo ad aumentare il gettito dello stato tramite le more…e non vogliamo aumentare il gettito dello stato, bensì diminuirlo! Piuttosto, per chi non vorrà o non potrà pagare, noi a partire da settembre proporremo dei ricorsi basati sull’incostituzionalità di una tassa che non si basa sulla “capacità contributiva” (visto che avere una casa, su cui magari si pagano anche spese e rate di mutuo, non rappresenta di certo un reddito). Rimandare solamente il pagamento a settembre, come suggerisce l’onorevole Santanché, è semplicemente inutile, anzi, controproducente!
-Oltre a essere molto coraggiosi e propositivi, avete anche le idee molto chiare. Qual è il vostro slogan principale?
Meno tasse, più libertà!
-La speranza, in effetti, è l’ultima a morire… Una cosa è certa: è questo il momento cruciale per dare una svolta liberale al Paese. Mi auguro che nel tempo possiate riuscirci.
tratto da http://www.lacritica.org/slide-view/intervista-a-giacomo-zucco-portavoce-del-tea-party-italia
