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20/02/2012

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Riformiamo il sindacato e ridiamogli un ruolo maggiormente sociale

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 di Francesco Siciliano - Potrebbe apparire una blasfemia la richiesta di “riforma” del sindacato o del modello (o modelli, a seconda dei punti di vista) sindacale italiano. Ma così non è. Anzi. E’ dal lontano 1948, anno dell’entrata in vigore della nostra Costituzione, che una previsione normativa in particolare, quella dell’art. 39, non ha mai visto nascere – ma solo abortire nei vari tentativi – una disciplina chiara di attuazione del suo contenuto. Oggi si parla finalmente, e con una certa serietà e credibilità, di riforma delle Istituzioni e, addirittura, di riforma dei partiti (altra previsione normativa della Costituzione mai attuata, quella dell’art. 49 della Cost.), perché allora non estendere il raggio di intervento anche ai sindacati, restituendo loro un ruolo centrale nell’ambito del lavoro?

Credo sia ben chiaro che non vuole affatto essere una provocazione la mia, ma come giustamente qualche autorevole autore in altri tempi ha evidenziato, forse bisognerebbe chiedersi quale sia il ruolo del sindacato, oggi, nel 2012 ed in presenza di una “Grande Crisi” ed a cosa questo serva? (Il riferimento, ovviamente, è al libro A che cosa serve il sindacato? del Prof. Pietro Ichino – 2005). Ci si rende conto (o, meglio, ci si è resi conto, e meno male, mi verrebbe da dire sic!) che affrontare i problemi economici, politici e sociali attuali con strumenti appartenenti ad epoche passate, non è più possibile. Del resto la riflessione è partita e si è aperta anche in ambito comunitario. Le stesse Istituzioni europee dovranno giungere necessariamente ad una riforma per rispettare il principio fondamentale del primum vivere.

Il sindacato, oggi, non può svolgere più e solo il ruolo di fervido custode delle conquiste del passato. Anche il sindacato è chiamato e dovrà essere chiamato a nuove sfide e soprattutto ad un ruolo più attivo, propositivo, da attore protagonista nel mondo del lavoro. Perché possa assumere questo ruolo, però, anche per il sindacato, risulta necessario non un restyling ma una profonda riforma che possa restituirgli un ruolo centrale.

Le proposte del Governo Monti hanno in un certo qual modo colto questo punto, sfiorandolo, nel momento in cui chiamano ad una partecipazione attiva il sindacato nella gestione di quella che sarà (o potrebbe essere) la nuova Cassa Integrazione, nella gestione concreta della flessibilità in uscita in funzione deflattiva nei confronti del contenzioso o nella valorizzazione dei nuovi ammortizzatori sociali che a breve vedranno la luce.

Un nuovo sindacato, dunque. Non depotenziato, non marginalizzato (spesso anche per volontà propria), ma centrale, con poteri di intervento sul mercato del lavoro. Attivo non solo nella denuncia di ciò che non va, ma responsabile nel proporre soluzioni concrete. Certo, un ruolo del genere richiederebbe un sindacato all’altezza del compito. Non di certo quello attuale, il cui ruolo ed i cui metodi, a volte, fanno propendere verso domande di tipo esistenziale…

Un punto nevralgico e che l’Accordo Interconfederale del 28 giugno 2011 ha iniziato ad affrontare è quello della rappresentatività. Certo, perché un nuovo sindacato con ampi e nuovi poteri di intervento dovrebbe essere, come prima regola, rappresentativo e, soprattutto, rispettoso dei principi di cui all’art. 39 della Costituzione. Ripensare il ruolo del sindacato per affrontare la nuova realtà che oggi è sempre più una certezza. Con l’augurio che anche in questo caso la refrattarietà al cambiamento, che spesso ha condizionato il contesto economico e sociale italiano, venga definitivamente superata e respinta, e che questo spunto non dia il là all’ennesima rivolta ma, piuttosto, ad una rivoluzione nei modi di pensare e di operare.


Articolo di

Giuseppe Tatarella


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