Intercettazioni, nè voto di fiducia nè espatrio di notizie. E gli americani…
Vediamo che sulle intercettazioni nelle ultime ore monta dentro il Pdl la voglia di chiudere la partita con una soluzione finale. Comprendiamo che nei senatori si faccia strada una certa stanchezza mentale e non soltanto. Si discute da molto tempo e ogni giorno che passa crescono passioni e pressioni. La Camera Alta sta dando prova di un confronto molto serrato, che dà idea di convinzioni profonde e di un dibattito intorno a principi fondamentali quali la legalità, il diritto di cronaca e la privacy sui quali si regge la nostra Repubblica. Quindi bene che ci sia un dibattito anche radicale. La posta in gioco è alta e la politica si deve dimostrare all’altezza dei suoi compiti. Nella nostra metà campo abbiamo tuttavia il dovere della moral suasion per evitare due gravi errori e forse tre.
Innanzitutto non facciamo i provinciali. Flavia Perina ha magistralmente descritto sul Secolo la capacità di aggirare che Internet offre per eludere una normativa troppo soffocante. La Rete consentirebbe ciò che sarebbe inibito ai media. Da parte nostra aggiungiamo che è tangibile il rischio dell’espatrio delle notizie dall’Italia su giornali e tv straniere. Col divieto persino della descrizione per riassunto degli atti di indagine fino all’udienza preliminare, cioè per anni, le notizie seguirebbero la strada della stampa estera. Cosa accadrebbe se ciò che dovesse essere vietato al Corriere della sera, a Repubblica o ai telegiornali Rai e Mediaset dovesse trovare ampia ospitalità su Le Monde, sul Times o sui grandi media internazionali a cominciare dal network di Mr. Murdoch? Che faremo dinanzi al fenomeno inedito dell’espatrio della notizia ? Grideremo al complotto? Chiederemo che la magistratura italiana incrimini editori e giornalisti stranieri? O piuttosto lanceremo alto e forte il nuovo valore del patriottismo editoriale? Noi crediamo sia meglio evitare questo imbarazzante scenario che metterebbe all’angolo la stampa italiana e impedire l’ennesima polemica sulla libertà d’informazione nel nostro Paese. Non ne abbiamo proprio bisogno, soprattutto in questo momento.
Secondo noi va evitato un altro grave errore politico che si chiama voto di fiducia. Lo diciamo con chiarezza e per tempo. La legge sulle intercettazioni, per sua natura, deve avere un percorso squisitamente parlamentare, tormentato quanto si vuole, ma senza rischio di interventi liquidatori e ultimativi da parte del governo. Si conceda al Parlamento, all’opposizione ma anche alla maggioranza, alle categorie interessate, ai cittadini
tutto il tempo necessario per discutere e trovare mediazioni sul testo. Non è una settimana di dibattito in più che può vanificare l’esito finale. Anzi, l’ampiezza della discussione non può che portare a una maggiore condivisione o almeno a limitare il dissenso. Non fa il gioco dell’opposizione ma dell’esecutivo. Non dimentichiamo che considerati i valori e i principi costituzionali in gioco, il Capo dello Stato sarà quanto mai scrupoloso nell’esercizio delle proprie prerogative. La fretta quindi non è affatto utile. Il voto di fiducia passerebbe come una dannosa forzatura o addirittura come un bavaglio al Parlamento. Sarebbe un assist all’opposizione e una linea di credito che la maggioranza le aprirebbe involontariamente col mondo dell’editoria e del giornalismo.
Terza istantanea considerazione. Siamo esposti come Paese a particolari attenzioni da parte dell’alleato americano. Putin, Gheddafi e dintorni. Certe nostre relazioni non incontrano il massimo gradimento. La voce critica verso la nuova normativa di un esponente del governo americano in visita in Italia costituisca motivo di seria riflessione.
La legge sulle intercettazioni ha bisogno di altri correttivi. Basta un granello di buon senso. Il Pdl deve adoperarlo.
